Vi riassumo la genesi di un viaggio tra appassionati-malati di calcio. Il Liverpool, la mia squadra del cuore, nel sorteggio pesca il Porto. 

Da quest’anno, ed è una novità, il tabellone è già definito, quindi si sa il prosieguo. Verosimilmente i reds in semifinale affronteranno il Barcellona di Leo Messi. Ed è lì che scatta la scintilla. Da dieci anni una, due, tre o quattro volte all’anno parto per seguire dei match del Liverpool, quest’anno, nonostante un’annata da record, non ho ancora visto la benché minima partita. Chiamo quindi il fedele amico di trasferte e in un battibaleno abbiamo un volo riservato per la Spagna.


Alle 3.30 del primo maggio, la festa dei lavoratori, la sveglia suona e si parte alla volta di Malpensa. Arriviamo in Catalogna che è presto. A Zurigo la gente lavora già a pieno regime da un paio di ore, ma nella patria della sangria tutto tace e le serrande sono abbassate. Ci sgranchiamo le gambe tra Plaça Catalunya, La Rambla e Plaça Reial. Non c’è un’anima e per scaldare i motori entriamo in un negozietto per la prima birra di giornata. Una San Miguel, rigorosamente spagnola. Ci fermiamo in Plaça Reial, cuore del tifo rosso, ma in questo momento i supporter del Liverpool stanno smaltendo i postumi della serata precedente (e siamo sicuri sia stata impegnativa). Noi ci sediamo su una panca, accendiamo una sigaretta, finiamo la birra e siamo in pace con noi stessi. A un certo punto, così dal nulla, si presenta un tizio inglese. È vestito pesante, con tanto di giacca e cuffia. E la prima domanda è proprio sul vestiario. Io, sinceramente, un inglese così incappucciato non l’avevo mai visto, sono abituato a t-shirt quando fuori nevica. Lui ci spiega che dorme in spiaggia (nella mitica Barceloneta) e la notte è fredda. Gli offriamo una sigaretta per scaldarsi e lo invitiamo a prendersi una birra insieme a noi. È presto, ma bisogna pure rompere il ghiaccio! Declina con il sorriso, probabilmente facendo due conti in tasca, ma la nostra insistenza lo porta ad accomodarsi insieme a noi. Beviamo e parliamo, di tutto e di più. È un libro, il tipico incontro che adoro fare quando sono all’estero. Philip ha dormito in strada, ma la sua generosità è disarmante. A ogni mendicante dà qualcosa: monete, bibite, sigarette, cibo e stranezze varie che conserva in tasca. Un vero signore che a ogni sua buona azione ci fa riflettere. 


Intanto la piazza inizia a popolarsi di bambini, ragazzi e uomini con indosso indumenti rossi. Ci assentiamo per un breve pranzetto e ci ributtiamo in Plaça Reial, che ora è quasi al completo. Spuntano palloni da lanciare al cielo, fumogeni e cori a non finire. Il più gettonato è quello dedicato a Roberto Firmino. “Siiii Señor, give the ball to Bobby and he will score!”. Cantato in loop per una decina di minuti. Ci si abbraccia e il clima è di assoluta festa. Intanto le lancette dell’orologio scorrono in maniera inesorabile e più ci si avvicina alla partita e più sale la tensione.

Prendiamo la metro ed è uno spasso: ancora cori. Camminiamo in tutta tranquillità in prossimità dello stadio e ci appostiamo nei pressi di un baretto. Spunta un tamburo e via di cori. A un’ora dal triplice fischio prendiamo posto al Camp Nou. Saliamo velocemente le scale e ammiriamo lo splendore che si apre dinnanzi a noi È uno spettacolo! Non è ancora pieno, ma è mastodontico e fa venire la pelle d’oca. Piano piano si riempie. È tutto esaurito, il che significa poco meno di centomila persona radunate in pochi metri quadrati, tutti animati da un’unica passione. Il Barça vince grazie alle prodezze di quel piccoletto che di nome fa Lionel e di cognome Messi. È argentino, ma grazie a un famigliare ha passaporto italiano ed è iscritto nel catalogo del comune di Recanati. Sì, la Recanati di Leopardi e della poesia. Poesia che è intrinseca ai suoi piedi, con cui sa essere decisivo, in ogni momento della partita. A tratti ha vivacchiato, ma quando ha voluto ha disegnato un arcobaleno che ha terminato la sua corsa insaccandosi alle spalle del portiere del Liverpool. La classica prodezza che da sola vale il prezzo del biglietto. Frase senza senso che pronunciano i tifosi non schierati. Io ne avrei fatto a meno. Ma tant’è.


La partita termina. Al di là di tutto è stato molto bello, ma mi fa male. Mi siedo sugli scalini dello stadio e vedo decine di migliaia di tifosi passarmi affianco. Ogni volta è come una coltellata. Loro ridono e festeggiano, io penso a quello che poteva essere e non è stato. Passa mezz’ora e sono, siamo, ancora lì. Immobile. Fumo e rimugino. Bestemmio e mi incazzo. Passerà…. Sì ma quando? Per mia fortuna il cellulare muore e sono scollegato dal mondo, dalle novità, dagli sfottò e dall’amarezza.


Ci ritroviamo con un gruppetto di tifosi del Liverpool e al motto di “mal comune mezzo gaudio” cerco e cerchiamo di riprenderci. Torniamo in Plaça Reial, che se prima sprizzava gioia ora è desolante. Ci raduniamo con alcuni amici italiani e facciamo un giretto in Città, prima di andare verso l’aeroporto e salire su un volo che ci riporta a casa.

Il viaggio è durato poco più di ventiquattro ore. Partenza alle 6.30 del primo maggio da Milano e arrivo, sempre a Milano, alle 9.45 del giorno dopo. È stata una mazzata, la classica gita che se la racconti ti prendono per matto e forse nemmeno hanno tutti i torti. Per me invece è stata una giornata da ricordare, un capitolo nel librone dei ricordi speciali, sperando che il prossimo, finalmente, abbia quel fottutissimo happy ending. Un recente slogan del Liverpool recita: “we are Liverpool: this means more”. Ne ho avuto l’ennesima prova e non cambierei la mia squadra per nessun Messi del mondo. Alla prossima, caro Liverpool. Grazie a tutti gli amici incontrati.