“Ci sto lavorando ogni mattina, dall’alba in avanti, in quanto i fiori si avvizziscono così rapidamente”.

Vincent van Gogh

Girasoli, sì. Girasoli dalla fioritura all’appassimento, ogni singolo attimo dipinto, decantato e immortalato, graffiato ed inciso, paradossalmente scolpito.

Così, Vincent van Gogh, così, metaforicamente, i Lancieri di Amsterdam. L’Orange olandese a farla da comune e non solo. Attimi, momenti, frenesia. Così l’Ajax, questo Ajax, emblema della storia, recente e non, incisa nella memoria del calcio totale, dalla fantasia al terreno di gioco, con alle spalle il 14: Hendrik Johannes Cruijff. Dalla teoria alla pratica, quando i libri di calcio e tattica non sembrano esser stati solo letti, come qualcuno sostiene, piuttosto convertiti in dipinti; dipinti dinamici, tinteggiati nel rettangolo di gioco a fondo verde e quando tutto è così rapido, solerte e vivido anche il prato ha un verde diverso, raggiante.

Il girasole, così come simbolo dell’interiorità di van Gogh, talvolta dai contorti petali e segni tormentati, così simbolo anche di devozione e lealtà. Lealtà verso l’avversario: pressato, raddoppiato, triplicato, messo in crisi. Devozione verso il proprio credo, mai dubitato, talvolta ostentato, portato avanti, sempre, nel bene e nel male, anche quando la ragione potrebbe condurlo altrove, deviarlo, provare a trascinarlo su altri binari; anche quando il risultato ed i risultati possano sembrar non dargli ragione. Ma in fondo, quando alle spalle di un’azione coesiste un pensiero, le motivazioni non possono che venir fuori e con esse gli stimoli e, ancora, la voglia di superarsi.

E se dei girasoli van Gogh ne fu padre, del calcio totale olandese Rinus Michels ne fu altrettanto, seppur il profeta oltre confini, in tempi relativamente più recenti, risponde al nome di Cruijff, specialmente in terra catalana. Ragion per cui, a pensarci, i Lancieri di Amsterdam sono loro stessi padri del Barcelona che noi tutti ormai conosciamo e lodiamo. Senz’altro, senza l’influenza orange, i blaugrana avrebbero avuto un calcio diverso e forse non sarebbero entrati nella collettiva memoria di noi tutti che viviamo quest’ultimo ventennio o quasi, ma il destino ed il dio denaro ha riservato un posto d’onore agli spagnoli: figli celebrati ancor più dei loro stessi padri.

Tanto il lavoro certosino di van Gogh nell’immortalare i suoi girasoli, quanto quello di Erik ten Hag, il timoniere dell’Ajax 3.0, dopo quello di Cruijff e quello di Van Basten e Rijkaard, nel plasmare una squadra sulla carta senza pretese alcune, ma in campo tremendamente vivace. In realtà, tornando a poc’anzi, ten Hag ha da ringraziare un catalano per buona parte del bagaglio tattico calcistico appreso: Pep Guardiola, nell’esperienza al Bayern di qualche anno fa. Ecco che tutto sembra annodarsi ed avvolgersi intorno l’idea di calcio dettata dal Profeta del gol in Catalogna.

L’avventura dell’Ajax di ten Hag inizia a fine dicembre 2017 quasi per caso, per forza di cose, pian piano prende vita e la prima esperienza dell’allenatore olandese ad Amsterdam è discretamente positiva, ma il bello deve ancora arrivare.

Stagione 2018/19: Eredivisie contesa con i rivali del PSV da una parte ed il cammino in Champions League dall’altra. Champions apparentemente impossibile anche solo da pensare, con origini lontane, lontanissime, si parte dal secondo turno di qualificazione a fine luglio, in piena estate, ma Real Madrid e Juventus hanno ricordi recenti ed ora il Tottenham, a metà dell’atto. Alcuni demeriti avversari, assolutamente, non siamo ipocriti, ma anche tanti, tantissimi meriti dei giovani Lancieri. La difesa, il centrocampo, la trequarti e l’attacco, sulla lavagna sembrano esser cose separate, ma in quel rettangolo di gioco diventano un tutt’uno. Arma a doppio taglio potenzialmente. Si attacca insieme e si difende altrettanto, il tecnico si priva di una prima punta, nonostante la presenza di Huntelaar e Dolberg, per dar vita alla New Generation. Falso nove? Trequartista? Mezza punta? Non è chiaro, a tratti tutti sembrano far tutto e questo è strepitosamente romantico e affascinante, ma se qualcuno ci chiede di esser categorici e dobbiamo proprio imbrigliare l’undici olandese in ruoli, allora ci limitiamo ai soli quattro lì avanti. Hakim Ziyech, Dušan Tadić e David Neres sono tre i trequartisti e Donny van de Beek ne è un altro aggiunto, un collante fra la trequarti e l’attacco, dove però non c’è nessun centravanti puro, quindi, se costretti, lo definiamo una mezza punta mobile, senza scomodare il paragone con il Falso Nove dell’epopea guardiolana al Barcelona, altrimenti cadremmo nella prevedibilità e questo Ajax è tutto fuorché prevedibile. Questo Ajax è anche De Jong e De Ligt, ma anche Tagliafico.

Le trame di gioco sembrano incise sul campo, di getto, istintive, come van Gogh stendeva i colori con pennellate ruvide e dense, spesso le une sopra le altre finché i pigmenti erano ancora umidi e scolpiva poi letteralmente gli strati di colore nella ricerca di ombre, non morte, ma vive, scalfite dall’impugnatura del pennello, così come i tacchetti sul prato. Questo Ajax è un undici che gioca un calcio esaltante e, paradossalmente, la cosa più bella è che tutto ciò, con forti probabilità, terminerà al culmine di questa stagione, con il denaro ad attrarre i protagonisti verso altri lidi. Il dio denaro, ancora una volta a sfasciare i sogni di chi si emoziona con il calcio e ciò che è destinato a presto finire ha un sapore differente, malinconico, assolutamente, ma anche emozionante e segnante nella memoria nostra.

Ma questo Ajax, oltre al gioco di prima tra il centrocampo ed i quattro avanti, l’imprevedibilità, la solidità, il carisma già acquisito da De Ligt, l’esperienza di Blind, quasi a far da fratello maggiore a tutti, ha qualcosa in più. Sana irriverenza, profusa ad una incosciente follia d’età, come se la giovinezza scendesse in campo con loro, al loro fianco, come un dodicesimo, tredicesimo uomo su cui contare. Certo, dopo tutto ciò, il sogno comune sarebbe la vittoria finale in Champions, qualcosa assolutamente sensazionale, intangibile forse, e a memoria verrebbe da pensare a tratti al Leicester di qualche anno fa in Premier League con le relative proporzioni. Tuttavia, si sa, così come drammaticamente frenetico l’animo di van Gogh, frenetico può esser l’animo di questi giovani ragazzi: per un sogno in bilico tra l’esser stupendo e il tramutarsi in leggendario.