Negli anni Settanta, dei 25 piloti che ogni anno prendevano parte al campionato mondiale di Formula 1, due di essi perdevano la vita sul circuito. A questo punto vi starete chiedendo: “Chi mai sano di mente potrebbe scegliere un lavoro del genere”? Non le persone normali, appunto. Solo i ribelli e i pazzi.  L’interpretazione più immediata è sicuramente questa, ma se si scava un po’ più a fondo nella storia di questo sport, va per forza aggiunta un’altra categoria alla lista delle persone disposte ad intraprendere una carriera così rischiosa: quella dei sognatori.

All’inglese James Hunt e all’austriaco Niki Lauda si possono accollare tutte e tre le etichette sopracitate. Entrambi sono infatti stati ripudiati dalle rispettive famiglie e sono stati disposti a morire pur di lasciare il segno, pur di diventare campioni del mondo. Ed è proprio la loro storica rivalità ad essere raccontata in Rush, film del 2013 realizzato da Ron Howard. La pellicola ripercorre il rapporto tra i due piloti partendo dai tempi della Formula 3 per poi focalizzarsi sul campionato del mondo del 1976, sola e unica edizione vinta da Hunt nella quale (precisamente il primo d’agosto) Lauda fu vittima di un gravissimo incidente che quasi gli costò la vita poiché rimase imprigionato per un minuto in un inferno di 800 gradi cavandosela con delle terribili ustioni per poi tornare al volante dopo soli 42 giorni.

Ma Rush non è solo un film biografico che si limita a ripercorrere le gesta dei due automobilisti, è molto di più. Rush è un film sulla Formula 1 che riesce a rapire completamente anche i profani, anche lo spettatore che di questo sport sa poco o nulla. Perché non bisogna essere degli esperti di F1 per provare quell’adrenalina che Ron Howard e Hans Zimmer riescono a trasmetterci. Il primo, per mezzo di una regia e di una messa in scena che alternano efficacemente lo stile classico (fotografia caratterizzata da colori poco saturi e grana grossa della pellicola) a quello moderno (montaggio frenetico, ralenty, primi piani molto ravvicinati, dettagli dei motori, macchina da presa collocata all’interno del casco, inquadrature sghembe e immagini mosse e sfocate durante le corse per rendere la velocità) da una parte ci catapulta negli anni Settanta, dall’altra ci dà la sensazione, durante le gare, di essere noi quelli che sfrecciano ad oltre 200km/h per le piste. Il secondo, che non ha certo bisogno di presentazioni, ha realizzato una colonna sonora da brividi che entra nelle viscere e che fa sempre il suo lavoro: quando deve dare la carica la dà, quando deve emozionare e commuovere, strappa la lacrimuccia, specialmente nello splendido finale dove assistiamo ad alcune immagini e filmati di repertorio raffiguranti i due piloti e dove il pathos, nel complesso, raggiunge il suo apice.

Al di là del suo praticamente impeccabile aspetto tecnico, la vera forza di Rush risiede nel rapporto tra i due protagonisti. Vanno perciò menzionati ed elogiati lo sceneggiatore Peter Morgan che ha adattato per il grande schermo questi due personaggi iconici e i due attori Chris Hemsworth e Daniel Brühl che li hanno intensamente interpretati. L’interesse di quest’opera giace proprio nella contrapposizione tra James Hunt e Niki Lauda, due figure (quasi) opposte. L’uno incarna il sentimento e l’istinto, è incostante, inaffidabile, beve, è un playboy e non vuole mettere la cravatta e dire le cose giuste ai media solo per fare bella figura, l’altro rappresenta invece la ragione e la razionalità, non è molto socievole ma è un genio dei motori e un serio professionista. Eppure c’è qualcosa che li accomuna, qualcosa che crea un’alchimia (e un’amicizia) tra i due, qualcosa che va oltre la loro rivalità, i soldi, la fama, il successo, gli sponsor e le macchine veloci: la passione per questo sport che li porta ad essere costantemente a tu per tu con la morte, “Perché più sei vicino alla morte e più ti senti vivo. E più SEI vivo”. Questo spingersi sempre al limite e vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo  (anche fuori dai circuiti) portò il pilota della McLaren a morire d’infarto a soli 45 anni, ma è proprio questa sua filosofia di vita che conquistò il conducente della Ferrari, il quale, quando venne a conoscenza della scomparsa del suo compagno di avventure “Non ne fu sorpreso, gli fece solo tristezza. Nonostante la gente li avesse sempre visti come due rivali, in realtà lui gli piaceva. Era una delle poche persone che apprezzava, e una delle pochissime che rispettava. E ancora oggi rimane l’unico che abbia mai invidiato”.

Quindi rombo di motori, partenza (meglio se in pole position), via! Perché la visione di Rush, amici di Corner, è consigliatissima.