La cerimonia del Pallone d’oro, svoltasi a Parigi alcuni giorni fa, ha visto trionfare per la sesta volta “La Pulce” Lionel Messi. Il premio, caratterizzato nell’ultimo decennio dall’accesa rivalità tra l’argentino e il portoghese Cristiano Ronaldo, annovera tra i suoi detentori grandi campioni del calibro di Franz Beckenbauer, Johann Cruyff e Zinedine Zidane.

Assegnato dalla rivista France Football, il Pallone d’oro – che premiava fino al 1994 il miglior calciatore europeo – è stato conferito per la prima volta a Sir Stanley Matthews, nel 1956: ed è proprio a lui che è dedicato questo articolo.

Classe 1915, Stanley nasce un gelido lunedì di inizio febbraio a Stoke, città del nord-ovest inglese. Tifoso fin da bambino del Port Vale, a quindici anni inizia a giocare a pallone nelle giovanili dei rivali dello Stoke City. Esterno destro, due anni più tardi viene promosso in prima squadra, percependo uno stipendio di 5 sterline a settimana: il massimo per l’epoca.

Tra le file dei Potters, il giovane diamante grezzo dimostra immediatamente di che pasta è fatto. Mediante prestazioni contraddistinte da uno stile di gioco scattante, pulito e visionario, il ragazzo fa presto breccia nel cuore dei tifosi che, nel 1938, lo convincono a non lasciare il club, quando nello spogliatoio l’invidia dei compagni di squadra diventa palpabile. 

Con in bacheca già una promozione dalla Second Division e ben tre Coppe Interbritanniche (quest’ultime conquistate con la maglia della nazionale inglese), la carriera di Stanley Matthews viene bruscamente interrotta dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il richiamo del campo è però troppo forte e, diventato caporale, il calciatore partecipa a numerosi tornei di calcio bellici, non perdendo il suo tocco magico e l’inconfondibile stile di gioco. Dopo la fine del conflitto, Stanley indossa per altre due stagioni la maglia dello Stoke City, per poi passare – all’età di 32 anni – al Blackpool, nel 1947.

Con la casacca dei Tangerines, l’inglese inizia ad adottare un stile di vita estremamente sano, con l’obiettivo di mantenere il suo fisico dinamico e reattivo negli anni: il giocatore – già astemio e non fumatore – elimina completamente dalla sua dieta la carne rossa e, diventato vegetariano, introduce nella sua quotidianità un più completo e personalizzato piano di allenamento, condito da una giornaliera corsa sulla spiaggia con scarpini rinforzati in piombo. 

Riferirà in seguito “Ebbi degli ottimi consigli e iniziai a mangiare più insalate e frutta, e ogni lunedì non mangiavo. Un solo giorno, di lunedì, ma mi sentivo meglio“.

I sacrifici danno ben presto i loro frutti: alla vittoria della FA Cup e del primo storico Pallone d’oro, segue il conferimento del Knight Bachelor, prestigioso rango cavalleresco mai impartito a uno sportivo ancora in attività. Il tempo non sembra passare per Matthews che, non perdendo minimamente la costanza e la grinta, trascorre una buona stagione presso i canadesi del Toronto City.

Nel 1961, lo Stoke City, nonostante versi in condizioni economiche critiche, offre al giocatore uno stipendio di 50 sterline a settimana, il doppio di quello percepito al Blackpool. La città risponde nel migliore dei modi al grande ritorno del suo pupillo: 35’000 persone riempiono lo stadio, creando un ambiente elettrizzante. Dagli spalti il coro “Welcome back, Stan!” fa da cornice alla giornata che più resterà nel cuore dell’ormai quarantaseienne. 

Il 6 febbraio 1965, pochi giorni dopo aver compiuto 50 anni, Stanley gioca la sua ultima partita tra i professionisti, nella vittoria interna contro il Fulham. Nell’aprile dello stesso anno, con un’amichevole commemorativa in suo onore, si congeda definitivamente dal calcio giocato, dopo 35 leggendarie stagioni. Anni dopo, in un’intervista, confiderà, con un pizzico di rammarico, di aver anticipato troppo il suo ritiro: a suo dire, avrebbe potuto giocare ancora ad alti livelli per almeno due anni.

Il meglio di Sir Stanley Matthews

Un pilastro della storia del calcio, precursore assoluto del bel gioco, spesso desolatamente dimenticato in favore di nomi più altisonanti: questo è stato Stanley Matthews; personaggio eclettico capace di non ricevere neppure un’ammonizione nell’intero arco della propria carriera. Come allenatore, tra le altre cose, viene annoverato per aver formato una squadra di soli calciatori di colore nella Sud Africa dell’Apartheid.

“Il destino mescola le carte e noi giochiamo” asseriva il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer e, a tal proposito, non si può che constatare la splendida scala reale del buon Stanley.