Mendrisio, 27 settembre 2009. Manca un giro al traguardo che incoronerà il nuovo campione del mondo di ciclismo su strada. La vittoria se la giocano ormai una ventina di corridori, con il kazako Vinokurov che prova ad anticiparli tutti, invano. All’imbocco della salita dell’Acquafresca tocca al russo Kolobnev rompere gli indugi. Il suo attacco è deciso e riesce subito a guadagnare qualche metro. Dietro ci si guarda un po’ e alla fine è Cancellara che decide di rispondere in prima persona. Allunga su un’ascesa dalle pendenze medie del 10%, lui che è tutto tranne che uno scalatore. Infiammando il folto pubblico giunto nel Mendrisiotto dai quattro angoli del mondo per assistere alla rassegna iridata.

Ma d’altronde Spartacus, trionfatore tre giorni prima nella sua gara, la cronometro, non può fare altrimenti se vuole continuare a cullare il sogno di un’incredibile doppietta. La propulsione della Locomotiva di Berna è talmente violenta da lasciar per strada diversi vagoni che al contrario si pensava avrebbero potuto accodarsi con facilità. Quando si scollina, giunti all’altezza di Loverciano, rimangono in nove.

Inizia la discesa e Cancellara è ancora lì davanti. In un paio di occasioni prova a fare il vuoto, cercando di sfruttare in particolare le due curve secche a 90° che offre il tracciato (quella davanti al cimitero di Castel San Pietro e quella che immette i corridori su via San Gottardo a Balerna). Ma il campione olimpico in carica Samuel Sanchez, non senza qualche affanno, non lo molla. E naturalmente non gli dà nemmeno un cambio, visto che poco dietro ha due compagni di squadra.

Ormai sembra chiaro: la gara si deciderà sull’ultima salita oppure si arriverà con un sprint a ranghi ridotti. E invece no, perché a circa un chilometro dell’inizio Torraccia (o Torrazza, o Turascia) di Novazzano tre corridori prendono un po’ di vantaggio: Cadel Evans, il già citato Kolobnev e Joaquim “Purito” Rodriguez. Dietro di loro gli spagnoli non possono tirare, gli altri si guardano. O meglio, guardano Cancellara. Si aspettano che sia lui, ancora, a reagire, ma così non è. Le gambe non ci sono più.

Proprio Evans, australiano residente a Stabio, in zona Pobbia trova l’allungo che poi risulterà decisivo. Fino a quel momento definito un eterno piazzato, trova il suo giorno di gloria (a cui ne seguiranno altri…) a pochi passi da casa. Chissà quante volte, prima di quel giorno, aveva provato il percorso, studiando ogni rampa, ogni curva, ogni tombino. Anche se poi in corsa è tutto un’altra cosa.

E così è lui, il momò d’adozione, a tagliare per primo il traguardo dell’Adorna, lanciando un bacio alla moglie Chiara che in tribuna non sta più nella pelle. Il pubblico, inizialmente tutto per Cancellara, ci mette poco a salire sul carro del vincitore – divenuto in poco tempo da australiano a ticinese – e a sentire anche un po’ suo quel titolo mondiale.

Dietro di lui arrivano Kolobnev (già secondo due anni prima), Rodriguez, Sanchez e Cancellara. Il più forte di tutti quanti, ma solo quinto. Troppo generoso per alcuni, troppo ingenuo per altri. Ma con la consapevolezza di averci provato, senza rimorsi.