San Antonio Spurs – Detroit Pistons. NBA Finals 2005. Gara 2.

Manu Ginobili sta giganteggiando in una serie che concluderà con quasi 20 punti di media realizzativa. Ginobili infila una tripla. Ginobili stoppa. Ginobili in transizione…infila un’altra tripla. L’SBC Center di San Antonio in piedi per il mago di Bahia Blanca. Sembra di essere alla Bombonera di Buenos Aires, durante un Super Clasico: pura euforia. In cabina di commento per Sky Sport Italia c’è l’accoppiata cult Buffa – Tranquillo. Quest’ultimo, probabilmente in piedi anche lui, in preda ad una visione divina, urla: “Oh mio Dio, ho perso la fede! Ho perso la fede!” Manu Ginobili incontra, ancora, il Trionfo.

San Antonio Spurs- Golden State Warriors. NBA Western Conference Finals 2017. Gara 4

Golden State si appresta a chiudere la finale di Conference contro gli Spurs sul 4-0. L’AT&T Center di San Antonio, però, è più preoccupato di una voce che gira sugli spalti: è l’ultima partita di Manu. Ginobili sta per incontrare, ancora, la Sconfitta. Forse l’ultimo atto della sua storia NBA. Coach Popovich a pochi minuti dalla fine, lo sostituisce. Standing ovation. Un tributo malinconico. Lacrime che sono di gioia e di dolore quasi fisico, quelle dei tifosi che hanno appena vissuto la prima stagione dopo anni, senza Tim Duncan.

È l’ultima partita di Manu?

“If you can meet with Triumph and Disaster, and treat those two impostors just the same, […] you’ll be a Man.”

Ginobili utilizza queste parole di Rudyard Kipling per presentarsi sul suo profilo Instagram. E Manu li ha incontrati entrambi, il trionfo e la rovina. Li ha assaporati, li ha masticati entrambi. Per quattro volte ha visto luccicare il Larry O’Brien Championship Trophy fra le sue mani. Altrettante volte ha visto il titolo sfumare. Ha trionfato ed è caduto anche con i colori della sua Argentina.  Ma ha trattato il trionfo e la sconfitta sempre  allo stesso modo. E infatti Ginobili è un uomo vero. Un hombre vertical .

Nato a Bahia Blanca 40 anni fa, “El Contusion” ( soprannome affibiatogli dal suo ex compagno Brent Barry per il suo stile di gioco spericolato) è arrivato in NBA solo a 25 anni, dopo essere passato per Reggio Calabria e Bologna in serie A, prima di entrare a far parte, non senza difficoltà, del  system di Gregg Popovich. Ricordare i trionfi del trio Parker-Duncan-Ginobili in Texas è oltremodo superfluo, ma soprattutto non esaurisce quello che Emanuel Ginobili è ed è stato per gli Spurs. Uno dei casi più rari di ossimoro cestistico andato a buon fine: lui, un venticinquenne eclettico e fantasioso trova Coach Gregg  Popovich, severo e razionale sostenitore del suo organizzatissimo sistema.

Ne nasce una sincronia quasi romantica che porterà 4 titoli NBA in Texas e un alone quasi mistico sugli Speroni di San Antonio. E in ogni momento iconico della storia di questa squadra lui c’è. C’è nella clamorosa eliminazione al primo turno dei playoff contro i Grizzlies del 2011. C’è nell’ultimo trionfo nelle Finals contro i Miami Heat. C’è nell’errore che regala l’overtime, poi decisivo, ai Mavs nel 2006. C’è nella mirabolante stoppata su James Harden che li porta in finale di Conference 2017.  È onnipresente.

Manu è San Antonio e San Antonio è Manu.

Ogni tifoso rivede e riassapora questi  12 anni. In campo la partita è finita da pochi minuti, le due squadre si salutano. Golden State festeggia, ma tutti gli occhi dell’AT&T Center sono su di lui. Ginobili si avvia verso il tunnel. Lancia un bacio ai suoi tifosi. Un saluto così convince tutti: era l’ultima partita di Manu.

19 luglio 2017. Manu Ginobili entra nel suo profilo Twitter e scrive due frasi, una in argentino e una in inglese:

Seguiré vistiendo la #20 un tiempito más!!” ,“Back with the Spurs for another season”.

Un lietissimo fine che rende felici tutti, che rende felice Coach Pop, primo e vero promotore della “decision” del numero 20, che rende felice Tony Parker, già orfano di Duncan, che rende felice Manu Ginobili, che ha ancora qualcosa da donare ai suoi Spurs. Che rende felice ogni tifoso di questo meraviglioso sport, ogni tifoso che all’AT&T Center potrà tirare un sospiro di sollievo:

Non era l’ultima partita di Manu.