Il silenzio, secondo il vocabolario, è l’astensione o cessazione dal parlare. Più generalmente, è una norma comportamentale per cui l’individuo sceglie il momento e la maniera più consona per esprimere, qualora intendesse farlo, la propria opinione. È una dote preziosa, sapere quando parlare, individuare il momento adatto; è un po’ come pescare tra le linee il proprio compagno e mandarlo in porta con un passaggio illuminante. È una magia così improvvisa, che tra incredulità e stupore, per capirla a pieno andrebbe rivista, tanto quanto le parole di un silenzioso andrebbero riascoltate per capirne davvero il significato. Si può essere silenziosi per inclinazione caratteriale o per scelta, ciò che è vero all’unanimità è che il silenzio stimola la curiosità altrui e la natura sembra concedere, a chi non è in grado di esprimersi efficacemente con le parole, lo straordinario potere di riuscire a farlo anche solo attraverso un gesto.

I gesti sono molteplici, tutti diversi tra loro e al mondo esiste qualcuno che ha scelto di avere il pallone tra i piedi e farli a colpi di suola. Il suo nome è Franco Damián, il cognome Vazquez ed è soprannominato sin dagli esordi “el Mudo” (“il muto” per l’appunto). Nasce a Tanti, nella provincia di Cordoba (la patria del Fernet-Cola), situata al centro dell’Argentina quasi come chi vuole far girare attorno a se gli avversari folgorati e ammaliati dal proprio tocco di palla, una delle peculiarità di Franco. L’Argentina, a differenza degli altri paesi sudamericani, probabilmente non spicca per le sue doti espansive e lui conferma in prima linea la regola: poche parole, ancor meno sorrisi e tanta voglia di giocare a calcio. Ha scelto il gioco più bello del mondo per rispondere a chi lo accusa di parlare poco, tanto in campo non è necessaria la bocca e ha deciso di specializzarsi nel tunnel, una giocata che scatena senza dubbio un boato ma paralizzante allo stesso tempo. Non esiste nel calcio, qualcosa di così sentenzioso e superiore, per tempismo ed esecuzione e il Mudo la parola “tunnel” riesce a declinarla perfettamente in tutte le sue varianti, rimanendo in silenzio ovviamente. Gli inizi di carriera sono nella sua Cordoba, con la maglia azzurra del Club Atlético Belgrano, la squadra per cui fa il tifo Pablo Aimar e l’unica a godere di un’accoglienza quasi casalinga alla Bombonera, dove viene ricordato con tanto affetto lo sgambetto che i cordobesi fecero nel 2011 agli odiati rivali del River, condannandoli alla loro prima tragica retrocessione in serie B. Il numero dieci di quella squadra era proprio Vazquez che in estate finirà per accasarsi al Palermo. Quest’ultima nel corso degli anni ha dimostrato di saper individuare e cogliere chirurgicamente il talento da quelle parti; curiosa è la formazione che viene fuori se si provasse a mettere in campo tutti quelli che sono passati dal capoluogo siciliano.

In Italia continua la sua sfida col silenzio, i primi due anni sono altalenanti e intervallati anche da un prestito in Spagna al Rayo Vallecano e quando fa ritorno in Sicilia si consacra a scapito di chi confonde che la riservatezza con una mancanza di personalità. In coppia con un altro cordobese, ora numero dieci della Juventus, arriva in doppia cifra nelle reti siglate in un solo campionato (suo record personale) e forma una coppia che si fa osannare solo per due stagioni. Lui resterà anche quando il compagno lo lascia per la maglia bianconera ma solo per un altro anno prima di cedere alla lusinghe del Siviglia e dell’allenatore Sampaoli. Qui trova giocatori, Ganso e Nasri su tutti, figli della stessa dottrina dove estetica e giocata, accettabile anche fine a se stessa, diventano condicio sine qua non di una prestazione calcistica tralasciando tre punti e classifica. La prima stagione, con quello che ormai è il ct della nazionale argentina, dice che il Mudo è uno dei più impiegati, nella finale di Supercoppa Europea contro il Real Madrid pareggia la perla di Asensio in apertura ma non basta a fargli vincere il primo trofeo europeo. In campionato si fermerà a sette gol ma centra la qualificazione nell’Europa che conta, in attesa della definitiva consacrazione.

La consacrazione di talenti così cristallini acquisisce contorni misteriosi, struggenti ed effimeri ancor più se il giocatore è qualcuno che fatica ad esternare le proprie sensazioni e conta i propri sorrisi. La bellezza, quasi romantica, di Vazquez oltre che nel suo sinistro risiede anche nel lasciare agli altri l’interpretazione di ogni suo gesto senza cercare di spiegarlo, quasi sottovalutandone l’importanza. Perché in fondo il Mudo è uno che ha scelto semplicemente di stare in silenzio senza farne colpa alcuna ed esprimere sentimenti bellissimi dando carezze alla palla con il piede sinistro. Trovando il modo, di parlare, senza proferire parola.