Se potessi esprimere un desiderio e scegliere un personaggio sportivo con cui parlare non avrei dubbi: Brian Howard Clough (purtroppo è scomparso). Altro che Mourinho, Ferguson o Guardiola. Clough, brevissimamente, fu un grande attaccante, a cui la Dea Bendata voltò le spalle troppo presto: 26 dicembre 1962, a soli 28 si ruppe il ginocchio. Allora un infortunio del genere era una sentenza: addio carriera. Un vero peccato, per un bomber che in 274 gare seppe realizzare la bellezza di 251 gol. Con i piedi era micidiale, dai suoi scarpini usciva la dinamite. Se con pantaloncini e maglietta dimostrò di saperci fare, con fischietto in mano e schemi scrisse pagine uniche. Sì, il Leicester lo scorso anno ha fatto qualcosa di grandioso, ma Clough vinse il campionato con due squadre prese in Second Division (Derby County e Nottingham Forest). Non solo, con il Nottingham Forest conquistò due volte, consecutivamente, la Coppa dei Campioni. Il suo Forest detiene il record di essere l’unica squadra d’Europa ad aver vinto più coppe continentali che campionati. Ecco, per questi motivi che ho brevemente elencato, la partita tra le due squadre rese grandi da Clough ha un sapore unico, magico e tutto da assaporare. Si tratta del derby delle East Midlands, una delle partite più sentite del Regno Unito, nonostante le due squadre non competano – purtroppo – ai massimi livelli. Ho sempre sognato di vedere quella sfida. Ho letto molto. Ho visto film. Documentari. E un migliaio di articoli sul primo e vero “Special One”. Poi la possibilità. Un amico, un ex compagno di squadra, lo svizzero Pajtim Kasami, si trasferisce proprio al City Ground. Gli scrivo: “Ciao Pato, in bocca al lupo per questa bella sfida. Ho sempre sognato di vedere una partita del Nottingham Forest, squadra storica e epica, magari quest’anno ne approfitto per venire!”. Mi risponde: “Volentieri, fammi sapere che ti faccio avere i biglietti”. Posso non sfruttare questo gancio? Sarebbe un peccato capitale. Devo andare assolutamente!

È sabato 18 marzo e tutto è organizzato. Si parte. Io e mio papà Gian Maria andremo a Nottingham. Robin Hood, Foresta di Sherwood e sceriffo: stiamo arrivando. We are coming, se preferite. La notte si dorme poco, si parte presto. Alle ore 5 mio papà mi viene a prendere. Prima mi chiama una miriade di volte: è preoccupato che non mi svegli e sa che sono un ritardatario cronico. Ma oggi è un giorno speciale e spacco l’orologio. Saliamo in auto e ci dirigiamo verso Milano-Malpensa.

Cappuccio al volo e ci imbarchiamo. Si atterra a Manchester.

Fumiamo una sigaretta e cerchiamo di recuperare l’automobile che abbiamo noleggiato. Al desk information ci dicono di andare in un posto, da lì in un altro; rimbalziamo da un posto all’altro. Con il mio inglese oxfordiano finalmente comunico con l’agenzia e troviamo la nostra auto. Sbrighiamo le pratiche e prendiamo possesso della macchina. È piccola, sembra una scatoletta di Simmenthal ed è bruttina, ma all’interno è confortevole e ha tutto il necessario. Impugno la chiave e salgo. Peccato che dopo aver aperto la porta non trovo il volante. ‘Sti maledetti inglesi sono complicati e tutto è al contrario. Vabbè. Si parte.

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Guidare dalla parte opposta è tutto fuorché semplice. Ma piano piano, senza esagerare, riesco a muovermi. In men che non si dica sono in autostrada, ma sbaglio direzione. Cerco di correggere il tiro ma sbaglio ancora. Arriveremo in tempo? Non manca molto al calcio d’inizio. Intanto ricevo un sms. Kasami mi dice che i biglietti li lascerà tra poco: ottimo! Finalmente vediamo sbucare il cartello di benvenuto nelle East Midlands. Dai che ci siamo quasi! Prima avevamo ammirato, dall’autostrada, il Britannia Stadium dello Stoke City, uno degli impianti più rumorosi del panorama della Premier League. Arriviamo. Tanto per cambiare piove, a dirotto, c’è il vento ed è freddino. Ma se avessimo voluto il sole saremmo andati alle Maldive, mica a Nottingham. Posteggiamo e ammiriamo, da un ponte, lo stadio, il City Ground.

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C’è il fiume, a pochi metri (o forse dovremmo usare l’unità di misura miglia), il Trent, quello romanzato dalla penna di David Peace. Recuperiamo i tagliandi ed entriamo. Che bello! Lo stadio è il classico stadio inglese. 30’000 spettatori.

Siamo affamati e prendiamo due hamburger. Il loro “volto” è orribile, ma il gusto è da stella Michelin. Accompagniamo il nostro “panino gourmet” con una birra, che diventano due, tre e quattro.

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Prendiamo posto, non è pieno ma poco ci manca. Non è la prima volta che vado allo stadio, anzi, ma non ho mai visto una partita di Championship. Non so cosa aspettarmi, sinceramente. Il City Ground, quasi a sorpresa, ruggisce, e il baccano è fortissimo. Stadi di Premier con il doppio della capienza sembrano delle biblioteche, qui invece il rumore è di quelli che fanno venire la pelle d’oca. A dire il vero anche gli ospiti sono in tanti, ma per il momento sono abbastanza silenziosi. La partita scorre senza sussulti. Insomma, lo spettacolo è quello che è. Poi il guizzo. Un certo Zach, che di cognome fa proprio Clough, la sblocca per i padroni di casa. Ah il destino. Il primo tempo termina. Il Derby è irrispettoso. Non facciamo nemmeno in tempo a terminare la nostra birra che pareggiano. Mmm. Il pubblico è ammutolito, mentre gli ospiti si risvegliano dal loro torpore. Cantano e mostrano i muscoli. Il Forest ha appena cambiato allenatore e si trova in una posizione pericolante. La rete sbriciola le certezze e il muro eretto crolla. La rimonta è compiuta, e il Derby County si porta in vantaggio. Il pubblico prova a risvegliare i giocatori. Esce Clough e il City Ground riempie di fischi il manager. Non hanno gradito. L’attaccante titolare viene sostituito e qui si sente un boato. In effetti in quasi una partita ha combinato poco o nulla. Un albero della cuccagna. Fermo e inutile. Il suo sostituto al primo pallone dimostra di avere argomenti migliori: aggancio, dribbling e palo. Che sfida! Peccato. Sembra finita. E invece nel calcio d’angolo della speranza il Forest pareggia. È l’apoteosi. L’autore del gol si avvicina al pubblico, che si riversa in campo. Tutti dentro.

Abbracci, pacche e strette di mano. Un uomo esagera, supera l’aerea e indica i rivali. La sua corsa finisce con le manette.

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In Inghilterra sono così, non si transige. Usciamo, siamo felici, abbiamo assistito a un grande spettacolo. Riprendiamo l’auto e ci dirigiamo verso il centro. Abbiamo un obiettivo: il pub che si professa il più vecchio di tutta l’Inghilterra. Il suo nome è Ye Olde Trip to Jerusalem.

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In effetti è uno spettacolo, incastonato nella roccia e nel verde. Dentro è vecchio, vecchissimo, ma pulito e ben curato. Sono esposti oggetti antichi, che chissà quante ne hanno viste. Potessero parlare… Beviamo e dopo una decina di minuti troviamo posto. È pieno. Orami è un luogo “cult” e i motivi sono evidenti. Birretta d’ordinanza e comandiamo il primo fish & chips della trasferta.

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Era ora! Tutto buonissimo. Continuiamo il nostro tour e scopriamo altri luoghi incantevoli. Tra cui il monumento a Clough.

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Ad una certa ci dirigiamo verso l’hotel. È a qualche chilometro dal centro.

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Sembra un piccolo castello, totalmente immerso nel verde di Nottingham. Roba che per gli amanti delle fotografie è una manna dal cielo. È in corso un matrimonio. Prendiamo possesso della nostra camera, dopo aver depositato la valigia scendo a vedere un po’ cosa succede. Mi butto: scrocco un drink agli sposi. Faccio finta di niente e mi gusto il mio whiskey a loro spese (lunga vita alla coppia, ve lo meritate!). Un po’ frastornato e stanco torno in camera e mi concedo a Morfeo, domani sarà un’altra giornata importante e devo essere in forma.

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