Ore 19 circa, il sole si appresta a calare oltre le acque cristalline dell’orizzonte maldiviano, steso su una delle tante sdraio del patio rivolto alla laguna, un po’ in disparte rispetto al resto degli ospiti, c’è un ragazzo, gli occhiali scuri non lasciano capire se sia sveglio, con lo sguardo guizzante tra i turisti, o sopito in un meritato riposo.

Ad un primo sguardo si capisce subito che non si tratta di “una persona qualsiasi” e forse è questo che pensa il ragazzino con t-shirt azzurro cielo che, accanto al padre, passeggia sulla passerella di legno, lo pensa sì, ma solo per un attimo perché forte come il rintocco di una campana gli balena in mente la soluzione ed in meno di un secondo è già sulle labbra: “Papà ma quello è Zarate! Possiamo fare una foto?”

Il padre non ci pensa due volte, d’altronde è Mauro Zarate! Per un tifoso della Lazio andare alle Maldive e trovare qualcosa che sia ancor più azzurro delle acqua da sogno in cui passa le ore non può che essere una gioia, “c’è stato qualche attrito negli ultimi tempi ma ci ha dato tanto”, pensa il padre che, anche in vacanza, non riesce a stare lontano dall’informazione sportiva.

D’altronde si sa, il gossip su i calciatori ormai ha tante pagine quante ne hanno quelle riguardanti statistiche e record, se non di più. Ed è proprio qualcosa che ha letto di recente che gli torna in mente mentre il figlio si appresta a posare con il proprio idolo, mostrandogli il nome sulla sua magliettina, che è lo stesso che potremmo trovare nel passaporto del giocatore. La domanda viene dunque spontanea: “Mauro, ma tu non avevi chiesto un permesso per malattia?”

Zarate lo osserva, non sa se sorridere o meno, è il caso di spiegargli, nonostante si tratti della sua vita privata che tanto gelosamente protegge? Poi ricorda lo striscione di poco tempo prima, ricorda quel “ZARATE VIA” che tanto lo ha scosso e pensa che lì era “via”, a migliaia di chilometri da Roma, o forse non era abbastanza “via”? lo osserva ancora, rimette gli occhiali e si sdraia, in silenzio.

La mente viaggia veloce, come si è arrivati a tanto? Qualche anno prima ero nella mia dimensione perfetta, compagni, mister, tifosi, anche il presidente, tutti con me a sollevare la Coppa. E adesso? Viaggia veloce anche la mente del tifoso: appena preso in mano un telefono il dito corre sulla tastiera, pronto ad avvisare la prima radio romana tifosa biancoceleste a disposizione: “Ma quale malattia, Zarate sta in vacanza ce l’ho visto io!” e dall’altra parte della cornetta: “Eh, sti cazzi!”, è l’inizio della fine.

Ma la domanda è la stessa di Maurito, come si è arrivati a tanto?

Per capirlo si deve tornare indietro, prima delle coppe del 2009 con la Lazio, prima della scelta di andare a 20 anni a giocare in Qatar, prima delle sgroppate con il Velez e del titolo di capocannoniere. Si deve tornare ad un ragazzino di Haedo e a qualcosa di semplice come può essere, per quel ragazzino come per qualsiasi altro ragazzino, giocare con la palla in cortile, una cosa primordiale per chi, nelle ossa, ha più calcio di altri.

C’è però una differenza, piccola, di poco conto. Se molti hanno iniziato facendo i primi passaggi e goal con amici, fratelli, cugini, o magari con il padre, il piccolo Maurito ha aggiunto a tutto ciò la presenza di Maradona. El Diez era infatti molto presente in casa Zarate, una famiglia in cui il calcio era una tradizione che partiva dal nonno. Vedere così spesso Maradona, divenne per Maurito una base solida tanto quanto potrebbe essere un libro di grammatica in prima elementare.

Ha dichiarato di aver tentato di copiare, o provare a farlo, ogni cosa che vedeva fare al suo idolo, che fossero palleggi con le arance, gli orecchini indossati, o il modo di stare a tavola. “Ho una foto con Diego che tengo ancora sul comodino accanto al letto”, pare abbia detto.

Ed è appunto con questi stimoli che inizia la carriera di Mauro Zarate, i numeri ci diranno quanto abbia inciso con i suoi goal nel permettere al Velez di vincere il campionato argentino ma i “numeri” di Zarate sono altri, dimostra di avere una progressione palla al piede strepitosa, la capacità di accelerare mantenendo il contatto con il pallone gli consente di rubare i tempi di gioco necessari a liberarsi per calciare, di destro? di sinistro? cambia poco, il risultato è un tiro secco, da buona distanza, che spesso mette fuori gioco il portiere.

Le doti tecniche lo mettono sotto gli occhi dell’Europa calcistica ma qualcuno arriva prima, nel giugno 2007 Mauro Zarate ha appena 20 anni, è impossibilitato a rimanere fermo per il continuo fremere che gli brucia dentro e accetta la chiamata da parte del l’Al-Sadd. Il club si presenta con 20 milioni di dollari per il Velez e con una cospicua somma per il giocatore… difficile dire di no.

Ma il calcio in Qatar, nonostante i tentativi di alzare il livello, è, e rimane, una semplice esibizione aurea, troppo poco per uno con le doti tecniche di Maurito e ancora per le sue necessità umane perché Maurito non è esattamente uno qualsiasi.

Bisogna saperlo prendere, coccolare e lavorare come fosse un diamante, evitare che si rompa e pulirlo ma allo steso tempo smussarlo, farlo splendere e sarà allora che la propria brillantezza farà luce sugli altri 10 in campo, siano essi comuni pezzi di roccia o altre gemme.

Ne sarà capace Delio Rossi e verrà abbondantemente ripagato nella stagione 2008/09. Nel luglio 2008 arriva a Roma per una spesa complessiva di circa 20 milioni, si presenta scegliendo la maglia numero 10 e siglando una doppietta alla prima partita ufficiale, è il perfetto 10, fa combaciare talento, goal e suggerimenti vincenti per i compagni, si rivela decisivo anche su i tiri da fermo e su i primi metri palla al piede rasenta la definizione di “imprendibile” copiata dal vocabolario, vengono fuori i primi “Zaradona” e “Zarate Kid”.

Trascina la Lazio da vero leader, i tifosi lo amano, aspettavano da tempo un talento simile, da esibire sulle maglie, da mostrare al bar ai cugini più colorati che parlano tanto del loro 10, gli dedicano anche un coro semplice ma significativo, il suo nome modulato sulle note de “La donna è mobile”.

L’originale sarebbe:
La donna è mobile
Qual piuma al vento,
Muta d’accento – e di pensiero.
In curva non lo sanno ma sembra davvero un sintesi della personalità di Maurito, forte e debole al tempo stesso. Lo scopriranno.

In questo clima di amore reciproco Zarate conduce la Lazio alla finale di Coppa Italia contro la Sampdoria in cui, dopo pochissimo, porta in vantaggio i biancocelesti con un goal stupendo, a vederlo gli si potrebbe leggere in testa ciò che pensa.

Maurito è sulla sinistra e riceve palla, ha di fronte Campagnaro ed un compagno libero a pochi metri “punto il difensore”, Campagnaro superato lungo la linea laterale potrebbe andare sul fondo e crossare “mi accentro”, piega a destra verso il vertice dell’area di rigore, c’è un compagno libero al centro, potrebbe scaricare “tiro” , prova il tiro dal limite e goal sul secondo palo “corro, mi inseguono tutti, mi abbracciano tutti anche i tifosi, idealmente con le loro urla che pare facciano venire giù la curva”.

Bellissimo lo è davvero, forse il momento più alto di Zarate con la maglia della Lazio, più della Supercoppa qualche mese dopo, perché lì in quel momento, in quella notte, non c’erano paragoni in grado di reggere, non c’erano difensori in grado di tenerlo, quasi fosse ultraterreno, non c’era nessun 10 più amato di lui in tutta Roma.

Ma non dura. Il cambiamento è stato repentino quanto un elastico di Ronaldinho, ha modificato la direzione andando dalla parte opposta, Ballardini prima e Reja poi non sono capaci di lavorare con Zarate, non sono abbastanza attenti e pazienti nel lavorare sulla sua personalità prima che sulla tecnica, complice anche il periodo negativo della Lazio.

Le prestazioni di Maurito sono al di sotto delle aspettative, ogni partita giocata da calciatore normale viene ritenuta un fallimento, l’aria è pesante e lui decide di salutare. L’amore professato per la Lazio è forte, brucia sempre, ma la soluzione migliore è cambiare aria.

Passa all’Inter nell’agosto 2011 ma la sua situazione è ormai cambiata, l’inquietudine lo ha reso diverso quello che fu appena arrivato in Italia e dopo una stagione in cui non viene riscattato è di nuovo alla Lazio.

Gioca poco, a volte per nulla, su Twitter si autodefinisce “pastore di Formello” ed è la crepa definitiva con i tifosi che rispondono a loro volta con uno striscione in cui lo accusano di scarso sacrificio e lo invitano a fare le valige.

Come abbiamo visto le valige le ha fatte, a marzo 2013 è in vacanza alle Maldive nonostante il permesso richiesto fosse per malattia, avessero chiesto a Delio Rossi forse avrebbe risposto che un periodo di tranquillità per Maurito sarebbe davvero stata una cura ma nessuno lo fa, il parere del secondo padre calcistico di Zarate forse non sarebbe idoneo alla linea scelta dalla società.

Lo ritroviamo proprio qui, immerso nelle acque azzurre maldiviane ed in quelle un po’ più sporche delle cause e controcause intraprese tra lui e la Lazio. Non sta bene, fisicamente non è in forma, la testa è altrove e decide di ritornare a casa.

Torna quindi al Velez ma il contratto con la Lazio non è rescisso, non può giocare pena squalifiche per lui e per la società argentina, è necessario l’intervento della FIFA e così riesce a scendere in campo il 19 agosto contro l’All Boys. Gioca circa un’ora partendo titolare e mettendo a referto solo un’ammonizione. Dopo un mese torna al goal, sarà di nuovo capocannoniere con 13 reti ma è un Maurito diverso.

Ci riprova in Europa, tornando in Inghilterra dopo la breve parentesi al Birmingham vissuta prima della Lazio, tesserato con il West Ham, in prestito al QPR, di nuovo West Ham, gioca poco e segna anche meno, sembra il naturale declino del suo talento poco compreso ma arriva un’altra scommessa.

Nel gennaio 2016 passa alla Fiorentina, giocando pochi sprazzi di partite ma mettendo a segno 5 goal, pochi per uno come lui, troppo pochi per lui. Ancora una volta i numeri non bastano per definirlo, il guizzante Zaratekid visto pochi anni prima è sostituito da un Mauro Zarate fuori forma, i limiti auto imposti dalla sua mente sono una prigione e l’assenza di fiducia un carceriere spietato.

Un anno dopo è di nuovo in premier al Watford ma dopo soltanto 3 presenze termina la stagione, subendo un grave infortunio al ginocchio destro, che lo costringe ad uscire dal campo in barella con l’ausilio di una bombola di ossigeno.

La storia di Mauro Zarate è incompleta e non può che esserlo, come ad un concerto quando sul palco non è stata ancora eseguita la canzone più bella, si è fatto tardi, hai cantato e ballato alcuni pezzi bellissimi ma manca ancor qualcosa, come puoi andare via con questo senso di vuoto da riempire dentro?

Adesso Maurito è tornato, i campionati sono ricominciati e la speranza è rinata, in attesa di una sua composizione, che sia l’ultima o l’inizio di una nuova melodia poco importa, ciò che conta è vederlo danzare a ritmo di quella musica che forse è solo nella sua testa e che da fuori non si può comprendere.

Luca Manuel Nanì