Da tempo seguiamo con particolare interesse le gesta di Patrick Rossini, attaccante dal gol facile oggi in forza all’Aarau. Patrick si è affermato in Challenge League, in Ticino, a Locarno, prima di partire alla volta di Sciaffusa. Con la maglia giallo e nera è stata una montagna russa continua: una buona stagione, un brutto infortunio (la rottura dei legamenti del ginocchio) e un campionato da incorniciare (in cui ha vinto la classifica marcatori ed è stato premiato come miglior giocatore del campionato). Rossini è uno di quei giocatori all’antica, un bomber che al gioco corale preferisce la zampata in area di rigore. Il Nostro vive negli ultimi 16 metri di campo in cui diventa killer. Si ciba di reti.

Le ottime performance con lo Sciaffusa gli sono valse la chiamata dello Zurigo. La Super League quale possibilità di affermarsi e continuare un processo di crescita; tuttavia non è andata come si aspettava. “Non è stata una stagione fortunata” – esordisce l’attaccante – “a Zurigo ho avuto poche possibilità e sinceramente ancora oggi non conosco il motivo”. Ed è proprio così. La parentesi zurighese durerà solamente 11 incontri, tanti dei quali giocati a singhiozzo. A metà campionato allora decide di fare un passo indietro e di raggiungere un ambizioso Lugano. “In quei mesi il Lugano lottava per tornare nel massimo campionato e ho sposato il progetto del presidente Renzetti. Per me era un onore poter conquistare la Super League, da protagonista, con una squadra ticinese”. Detto e fatto. Il club bianconero, rinfrancato dalle reti e dalle ottime prestazioni di Rossini, decide di investire pesantemente su di lui e metterlo al centro del progetto tecnico, la cui guida è stata affidata a Zeman. “Per me è stato un onore essere allenato da mister Zeman, una persona carismatica e che in passato ha allenato giocatori del calibro di Francesco Totti, Marco Verratti, Totò Schillaci e Giuseppe Signori. Devo dire che il mio stile di gioco non si sposava perfettamente con le idee del Boemo, ma nei mesi insieme sono potuto migliorare sotto tanti punti di vista. Ma che fatica la sua preparazione fisica! Roba che probabilmente avrei potuto dire la mia anche alle Olimpiadi di atletica…” Poi la valigia e un nuovo cambiamento. “Zeman è stato sincero, mi ha detto che avrebbe cercato un attaccante con delle qualità più vicine al suo modo di vivere il calcio e che potevo trovare una nuova sistemazione. Così ho fatto e sono tornato oltre San Gottardo per sposare la causa Aarau”. Nella valle dell’Aar Patrick trova un tecnico, Marco Schällibaum, che crede fortemente in lui e soprattutto una “colonia” ticinese (Ulisse Pelloni, Bruno Martignoni, Michael Perrier, Zoran Josipovic e “Bobo” Ciarrocchi). Insomma, terreno fertile in cui seminare reti. “Devo dire che ad Aarau mi sento molto bene. La società è molto ambiziosa e il progetto prevede un ritorno a breve nell’élite. L’ambiente è ideale e sono coccolato nel modo giusto, devo pensare unicamente a gonfiare la rete. Per il momento ‘viaggio’ a una media di un gol ogni due partite, ma posso e devo fare meglio. In questa prima parte di stagione ho avuto qualche problema fisico che mi ha condizionato, ma sono sicuro che d’ora in avanti potrò esultare con più frequenza…”.

Patrick è molto disponibile, ci ha accolti dopo la partita casalinga disputata contro lo Sciaffusa. Dobbiamo “dividerlo” con alcuni giovani tifosi che al fischio finale vogliono una foto con lui, stringergli la mano o anche semplicemente mostrargli vicinanza. Per lui l’incontro con la squadra presieduta da Aniello Fontana è speciale. “Devo molto allo Sciaffusa, società che mi ha permesso di crescere sia come calciatore che come uomo”. Concetto che ha ribadito a suo modo anche nei novanta minuti, realizzando due reti (una molto bella di testa). Archiviata la parte sportiva, Rossini, per tutti “Pippo” o “Pat”, ci apre le porte di casa sua, un grazioso appartamentino in una zona tranquilla adiacente lo stadio. La casa è in subbuglio, ben curata ma movimentata dal piccolo Leonardo che si muove come un uragano. Ci viene incontro anche un simpatico cagnolino, un Chihuahua dal nome che evoca quello di un mastino di centrocampo: “Ringhio” (Gattuso). È poi il turno della moglie Eleonora che porta in braccio la piccola Vittoria. Il quadretto famigliare è composto. Rossini ci spiega l’importanza della sua personale squadra. “Avere un equilibrio famigliare è indispensabile e ti aiuta anche sul rettangolo verde. Il mestiere di calciatore dura 24 ore su 24 ed è fondamentale avere una vita regolare e da professionista. Quando ero più giovane sottovalutavo certi aspetti, ora ne ho capito l’importanza: per giocare bene è necessario allenarsi bene e di riflesso per allenarsi bene è essenziale vivere bene (mangiare, dormire e quant’altro)”. Pat ci parla del suo bellissimo rapporto con la moglie Eleonora. “Lei è importantissima. Con Eleonora condivido gioie e dolori ed è capace di risollevarmi dopo una partita andata male. Questo è molto importante. Poi ho Leo e Vittoria che mi impegnano e danno un senso alle mie giornate. Non mi posso proprio lamentare”. Eleonora, sempre sorridente, ci conferma che “Pippo” è un ottimo papà e da come lo guardano i figli le crediamo.

Ci salutiamo, dobbiamo ritornare in Ticino. Lui invece ha un impegno: ha promesso al figlio Leo che in caso di vittoria con rete di papà lo avrebbe portato a mangiare un panino da Mc Donald’s. Papà ha vinto, ma di gol ne ha fatti due, ergo, il piccolo merita pure un dessert…