Roma-Milano. 477 kilometri di binari, fumo, sciami di voci impazzite, puzza di benzina, paesaggi meravigliosi, una spada nel costato dell’Italia.
Da una parte la bellezza, la cultura, il cuore. Dall’altra il centro economico, industriale, il cervello. Inavvicinabili all’apparenza, ma indispensabili l’uno per l’altro, soprattutto in una cavalcata senza fine sulla fascia della penisola, fino ad arrivare in cima all’Europa e infine al mondo, e da lì mettere un cross in mezzo. È la storia di un viaggio in treno, o meglio, del viaggio di un treno. Passa il controllore, timbrate il biglietto. Comincia il viaggio sul Pendolino.

Lo capisci subito se qualcuno è un predestinato, nel mondo del pallone le coincidenze non esistono. Per la prima e ultima volta nella sua vita, Marcos è in ritardo nell’uscire dall’area e portare avanti il contropiede e l’infermiera che a São Paulo lo sta aiutando a venire al mondo, si spazientisce: “Andiamo piccolo Pelé, è ora di nascere, voglio vedere la fine della partita!”. Non può essere un caso che Marcos Evangelista de Moraes sia nato il 7 giugno 1970, proprio mentre il Brasile affronta l’Inghilterra di Sir Bobby Charlton e Bobby Moore a Guadalajara.
Cresce in una famiglia disagiata nel quartiere di Jardim Irene, una di quelle favelas del mondo sudamericano dalle quali puoi uscire solo in tre modi: in un sacco nero, con una pistola in tasca o con un pallone fra i piedi. Marcos ha un sorriso lucente che è un inno alla vita e 5 fratelli ai quali badare. Odia anche qualsiasi forma di violenza e di polemica, quindi non rimane che una via, anche perché Marcos è tutto fuorché un cattivo giocatore. Il papà di Marcos è innamorato dell’ala destra del Fluminense, che si chiama Cafuringa e tanto basta per cambiare per sempre il nome a Marcos: da adesso in poi va chiamato Cafù.

Il soprannome c’è, i piedi ci sono, la velocità pure, cosa manca? Una squadra. Dettaglio poco trascurabile, perché gli anni passano e nessuno sembra considerarlo. Viene scartato dal Corinthians, dal Palmeiras, dall’Atletico Mineiro e solo all’alba dei 18 anni il São Paulo gli dà una chance. Hanno l’occhio lungo. In 5 anni di militanza vince campionato e due Libertadores. Poi, in una fredda serata di dicembre, il destino bussa alla porta, e lo invita a ballare un samba dall’altra parte del mondo. Conquista un’avvenente Intercontinentale nel paese del Sol levante, contro una squadra rossa e nera. A metà gioca un “brianzoeu” che ha sempre calciato i rigori con un passo solo, elegante e educato, che rincontrerà fra 6 mesi negli Stati Uniti. Si chiama Demetrio Albertini. Le coincidenze non esistono.

Quella sensazione d’impotenza e d’incolmabile incapacità di opporsi a un’entità soprannaturale chiamata caso, fortuna, destino. Quel sentimento di sottomissione totale a un fato beffardo che ti sovrasta in una serie di calci di rigore, dopo 120 minuti estenuanti giocati con 40 gradi. Quella speranza che l’avversario abbia un ictus fulminante che disabiliti le sue capacità motorie e gli faccia calciare la palla nella Mesosfera. Quella speranza che si infrange quando vedi che sul dischetto ci sta andando Siddartha col 10 sulla schiena. E quando sbaglia questo? Meglio pensare al prossimo rigore. O forse no.
Senti il rumore del motore di una Williams che si è rimessa in moto dopo uno schianto alla curva del Tamburello. Vedi Ayrton prendere sottobraccio il pallone calciato da Roberto Baggio e guidarlo fuori dal Rose Bowl, nel cielo bianco di Pasadena.

“O Tetra è nosso”

Ti senti pronto. Si prende l’aereo e si va in Europa. Non va come vorresti, l’impatto con La Romareda di Zaragoza ti fa venire una tremenda saudade. Torni a casa, stavolta nel Palmeiras, squadra fondata da esuli italiani, perché le coincidenze non esistono. Affini il tuo gioco difensivo, sei motivato. Hai perso la finale mondiale del 1998, da capitano, spaventato a morte dall’esperienza extracorporea di Ronaldo. Vieni addidato come responsabile, primo a difendere la tua squadra, convocata in tribunale a cercare di spiegare l’accaduto. In Spagna hai sbagliato il cross dopo una sgroppata di 8.300 chilometri partendo da São Paulo, ma in Italia c’è un allenatore che ti ha visto attaccare e pensa che per lui, per la sua filosofia, sei perfetto. Parla pochissimo, con una voce rauca plasmata dalle migliaia di Marlboro. Il Boemo ti chiama e dice che ti vuole a Roma con lui. Stavolta il cross non lo sbaglierai.

Sarebbe banale elencare ciò che l’Italia calcistica ha donato a Cafù. Nella storia di un vincente i titoli conquistati passano quasi in secondo piano rispetto alle sfumature, ai dettagli che un terzino che non si era mai visto prima ha donato prima alla città eterna e poi a tutto il mondo. C’è un triplo sombrero “bailado”, con Sergio Mendes che prende appunti per il suo prossimo Samba, a Nedved nel derby, spettacolare, mai irrisorio, mai scorretto. Ci sono le proteste con gli arbitri ridendo di gusto, le capriole per rialzarsi quando lo devi asfaltare per forza, perché non lo tieni mai. E se uno scudetto a Roma ne vale dieci a Torino e Milano, quanto vale, in equilibrio su un improbabile e instabilissimo tavolino e con la scritta in pennarello nero “100% Jardim Irene” sulla maglietta, alzare la tua seconda Coppa del Mondo, da capitano, diventando così l’unico uomo della storia ad aver partecipato a tre finali mondiali? Sembra destinato a restarci su quel tavolino, a non prendere nemmeno l’aereo con i compagni per tornare in Brasile. Ha 33 anni, il suo contratto a Roma è scaduto, gli Yokohama Mariners lo vogliono a tutti i costi. Pare. Il geometra Galliani porta Cafù a Milano, tra i mugugni di un pubblico che lo crede bollito. I primi mesi sono difficili, funestati dalla morte del suocero, dalla malattia del padre e da un brutto infortunio. Pare sia finita.

Pare.

Alla prima cavalcata, il pubblico si ricrede. Al primo cross esulta. Alzerà la Champions in una dolcissima vendetta ateniese, poi nell’ordine Supercoppa Europea e Mondiale per Club, mentre nel 2006 disputerà il suo quarto e ultimo mondiale da capitano. All’ultimo gol con l’Udinese, nell’ultima giornata di campionato, alla sua ultima partita, lo stesso pubblico piangerà, insieme a chiunque abbia amato il calcio. Perché se per te la sovrapposizione è uno stato mentale, se ti rifiuti di giocare senza la cicca in bocca, se quando l’arbitro ti fischia un fallo gli sorridi anche se avresti una gran voglia di scuoiarlo, e se vorresti mangiarti il tuo compagno che ha crossato in tribuna quando avevi tagliato sul primo palo, allora Cafù ti manca da morire.