1956. Ray Evans e Jay Livingston si alzano dalla poltroncina del Dolby Theatre di Hollywood, si abbottonano la giacca, e salgono sul palco fra gli applausi. Stanno per ritirare il loro terzo Oscar per la miglior canzone negli ultimi 8 anni. Hanno composto un inno alla bella vita, e l’hanno affidato alla diva che in quegli anni impera sulle colline di Beverly Hills. Figlia di immigranti tedeschi ma nata a Cincinnati é la fidanzata d’America: bionda e bellissima, tanto da sfidare il sole. Ne “L’uomo che sapeva troppo”, Doris Day volteggia leggiadra per una stanza d’albergo di Marrakech cinguettando spensieratamente “Que sera sera”, lasciando presagire tutto meno che il finale thriller di uno dei tanti capolavori dell’unico regista in grado di immaginarli, sceneggiarli e poi dirigerli. È un figlio di un fruttivendolo, lavora in una fabbrica di cablature elettriche di giorno e in una casa cinematografica di Londra la notte. Diventerà un britannico indispensabile che farà della suspense e dell’orrore il suo sigillo e attraverserà l’Atlantico per consacrarsi. C’è una canzone. C’è la suspense. C’è l’orrore. C’è un thriller. E c’è Hollywood. Quello che nessuno sa è che fra qualche anno nascerà un altro britannico indispensabile, con una canzone, con la suspense, con un thriller e un horror, che ha fatto il tragitto al contrario e da consacrato, ma con Hollywood che ingemma tutto perpetuamente. Sì, necessitiamo disperatamente Alfred Hitchcock per raccontare la storia di Steven Gerrard.

Il 1980 è un anno di enormi cambiamenti. Cala un grande freddo quando il Generale Tito muore; ormai è palese che tutta la Jugoslavia lo seguirà, con conseguenze drammatiche. Ci riconcediamo il privilegio di sentirci tutti più vicini e raggiungibili quando la Svizzera toglie il velo a un gioiello  di cemento di 16.918 km incastonato nelle Alpi, e poi torniamo di nuovo terribilmente lontani quando un mitomane ci priva di un essere umano essenziale con 4 colpi di pistola davanti al Dakota Building di Manhattan. Di lui potremmo dire che fosse un sognatore, ma afferma di non esser l’unico. Fortuna che i poeti non muoiono, ma si assentano. E forse conviene proprio andare a Liverpool, perché al calare di maggio sulla Mersey è nato un bambino ossuto che con tutte le sue forze vuole giocare per quell’entità spirituale che ad ogni partita intona la melodia più bella del mondo per ogni casacca rossa che levita sul manto sacro di Anfield Road, per ricordarle che da sola, non camminerà mai. Qualcuno ha detto a Gérard Houllier che fra i giocatori dell’Academy ce n’è uno che al primo allenamento, una volta controllato il passaggio di Jamie Redknapp invece di ridargli la palla come fanno tutti i ragazzini, ha disegnato un lancio di 40 metri sui piedi del compagno. È ossuto, esile, ma corre come un pazzo per tutto il campo e urla, urla sempre, non si sa bene se per incitare i compagni o per spaventare gli avversari, con quell’accento scouser che lo leviga, rendendolo unico. Arriva una domenica di novembre e Houllier lo fa esordire contro il Blackburn. Si palesa davanti a quel muro rosso che ha sempre amato silenziosamente, che a sua volta si sente magneticamente attratto dal ragazzino con la maglia romanticamente troppo grande per lui. Lo stesso muro rosso con il quale scoprirà di condividere l’anima. Lo stesso muro rosso da dove guardava le partite Jon-Paul.

Jon-Paul Gilhooley si fa spazio sgomitando fra le migliaia di tifosi arrivati festanti a Sheffield per la semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest. Aprile è sbocciato da un po’ in quel 1989 che tarda a morire. Vuole entrare prima di tutti allo stadio per poter guardare la partita in prima fila, ma la gara comincia alle 15, e a mezzora dall’inizio la Leppings Lane, il settore riservato ai tifosi del Liverpool, è ancora vuoto. Ci sono troppi pochi ingressi per permettere un’entrata veloce e Jon-Paul non riesce a spiegarsi il perché, dal momento che dall’altra parte dello stadio vede i supporters del Forest che vengono cortesemente accompagnati senza ritardi su un immaginario tappeto rosso all’interno dello spicchio a loro destinato. Improvvisamente, Jon-Paul si accorge che la polizia ha deciso di aprire il Gate C, e, come migliaia di tifosi, corre in quella direzione per cercare di entrare nello stadio. Quello che nessuno sa, è che il Gate C conduce tramite un tunnel al settore centrale della Leppings Lane che ha capienza massima di 2’000 persone. Insieme a Jon-Paul, in quella folla ce ne sono almeno 10’000. La gente si accalca, spinge, pressa.
I tifosi cominciano ad essere pericolosamente sospinti verso delle invalicabili inferriate concepite per resistere alle cariche degli hooligans. Nessuno si accorge di nulla. Il fiato comincia a mancare. La paura brulica. Il flusso di gente non si ferma. La polizia addirittura carica a più riprese i tifosi del Liverpool che terrorizzati cercano di sfuggire alla morsa della calca. Sono le 15.06 quando la partita viene sospesa e la polizia, dopo una gestione sconsiderata della situazione, apre le inferriate per permettere ai tifosi terrorizzati di riversarsi sul terreno di gioco. Ma è troppo tardi. 96 persone hanno perso la vita, soffocate in quel pomeriggio maledetto, 4 anni dopo l’Heysel.
Qualche giorno dopo, il Sun esce con una prima pagina raggelante, sulla quale troneggia un pomposo “The Truth”. Viene scaricata completamente la responsabilità sugli hooligan del Liverpool resisi, secondo il Tabloid, protagonisti di atti di sciacallaggio sui cadaveri oltre che di violenze su soccorritori, organizzatori e polizia. Non si può perdonare. Non si può dimenticare. Da quel giorno il Sun non ha più venduto una copia sulla Mersey, a testimonianza di una ferita che sanguina ancora.
Fra le 96 anime strappate c’é anche il corpicino senza vita di Jon-Paul, il più giovane nella strage di Hillsborough, 10 anni.

Que sera, sera - Parte prima 1

Ogni 15 aprile che Dio mette in terra, Steven Gerrard lascia volare in cielo insieme alla Kop 96 palloncini rossi, ma fra questi ce n’è uno che vola più leggero. È quello di Jon-Paul, suo cugino. Ad ogni partita volge il suo sguardo verso l’orologio di Anfield, fermo alle 15.06. Puoi tifare Liverpool, puoi seguire le partite in tv e comprare la maglietta, ma se Anfield è casa tua ogni weekend e se hai perso qualcuno in quel film horror che è stato l’Hillsborough, non puoi essere un Red come gli altri. Sei un ponte fra passato e presente. La memoria vivida che cammina, trascendendo il campo.

È stata dura quando ho saputo che uno dei miei cugini aveva perso la vita, vedere la reazione della sua famiglia mi ha spinto a diventare il giocatore che sono oggi: io gioco per Jon-Paul”

La Kop lo ammira rapita. Stevie G è uno di loro. Houllier se n’è reso conto e l’ha reso un perno del suo centrocampo, perché oltre a sanguinare Liverpool, Gerrard ha dimostrato di essere un incantevole centrocampista che ha riscritto la definizione di box-to-box: interrompe con un tackle alla carta vetrata un’azione pericolosa degli avversari nella sua area e sul ribaltamento di fronte spacca la porta con quel destro tanto elegante quanto mortifero. Arriva un momento spartiacque nella carriera del ragazzino di Whiston, a un sospiro da Liverpool. Nel 2001 il Liverpool è un’armata GengisKhaneanesca che alza FA Cup, League Cup e Coppa Uefa, con Gerrard che segna in tutte e tre le finali, dimostrando di essere un giocatore decisivo quando conta per davvero. Il processo di maturazione è completo, e Houllier, prima di riattraversare la Manica, decide che nessuno più di lui merita la fascia di capitano. Solo onore, perché l’onere, quando si parla di Liverpool, Steven Gerrard non l’ha mai provato.