Il nuovo anno è cominciato da poco più di due settimane, è il 2018 e nel calcio la numerologia ha sempre assunto contorni mistici, talvolta creando veri e propri must. Quante volte un numero di maglia indossato anche per caso da un giocatore finisce per diventare tratto distintivo di quest’ultimo e mai più abbandonato, tanto da associare per sempre quel numero solo ed esclusivamente a lui. Esempio principe di questo fenomeno è quello di Johan Cruijff che indossando per la prima volta il leggendario quattordici forse nemmeno pensava venisse cucito in maniera così salda, per sempre, sulla sua pelle.
Sfogliando l’archivio nostalgico della Liga invece, ci si accorge di come proprio il numero diciotto sia stato indossato da giocatori, divenuti idoli imprescindibili nelle realtà e contesti di cui hanno fatto parte. Di seguito, ne sceglieremo cinque, più che in base al valore calcistico, spinti dal cuore, ripercorrendo nomi e squadre, figlie di un calcio che ai giorni nostri trova forse poco spazio:

CARLOS GURPEGUI (Athletic Club 2002-2016)
Colonna del Bilbao per quasi tutti gli anni duemila, Gurpegui è sempre stato un “zurigorriak” (biancorosso), eccetto due parentesi nell’Izarra da dove fu prelevato e nel Baskonia squadra di fatto satellite per tutti i talenti in attesa della grande chiamata. Nell’Athletic (totalmente e volutamente differente dalla più ispanica denominazione Atletico) se non sei basco o cresciuto in un vivaio basco oppure non hai origini basche, ma solo di prima generazione, non puoi giocare per il club. Da questa orgogliosa e sempre rivendicata politica derivò una curiosa iniziativa di dare una chance anche a coloro che mostrassero una passione verso l’Athletic rispondendo quasi a delle domande sulla storia della squadra. Probabilmente Carlos Gurpegui, se non rispettasse le prime tre voci fondamentali, sarebbe comunque entrato a far parte della storia della squadra basca, superando a pieni voti l’interrogazione. Difensore e centrocampista difensivo, che ha fatto del temperamento e del metodismo le sue qualità principali, Gurpegui era sostanzialmente un organizzatore di gioco, magari poco fantasioso, ma essenziale per qualsiasi allenatore l’abbia guidato dalla panchina. Meritevole di menzione è Marcelo Bielsa, che guidò l’Athletic verso la finale di Europa League, persa contro il sopra citato Atletico, e che quando vide Javi Martinez trasferirsi a Monaco, affidò proprio a Carlos le chiavi e la direzione del suo famigerato 3-3-1-3. Fu protagonista di un episodio spiacevole: nel 2003 fu trovato positivo al nandrolone. Si è sempre dichiarato innocente e con la calma e la tranquillità che l’ha contraddistinto al centro del campo, avviò una battaglia legale, poi vinta e quindi ritenuto presto non colpevole. Non poteva essere altrimenti per un gladiatore sempre fedele ad un solo club per quattordici lunghi anni, in cui il palmarès non sarà certo dei più di ricchi e le luci della ribalta gli sono sempre state lontano, ma il calore e la devozione del San Mames saranno sempre presenti negli anni a venire.

JUAN FERNANDO ARANGO (Maiorca 2004-2009)
Recordman di gol e presenze con la nazionale venezuelana, Juan Arango si affermò in Messico e con la maglia del Borussia Monchengladbach; come prima meta europea scelse di accasarsi nell’esotica Palma di Maiorca. All’epoca sulla panchina del Maiorca sedeva Benito Flores, suo ex allenatore al Monterrey, e nessuno meglio di lui fu capace di far adattare il neo arrivato. Soprannominato in breve tempo “la Zurda de Oro” per il talento smisurato sui calci piazzati, le parabole di Arango sono taglienti e imparabili per l’indecifrabilità della sua rincorsa e la postura che il corpo assume all’impatto col pallone. Le sue esultanze sono invece caratterizzate da un ghigno, quasi come a dire “cosa credevate, che la sparassi alta?”, una sorta di convinzione naturale e interiore propria dei sudamericani. Per qualche stagione fu anche il capitano dei maiorchini che rimase dunque il suo unico club in Liga e delle 45 reti realizzate con questa maglia, in due freddò a tu-per-tu Casillas, in una addirittura dribblandolo. Molte furono delle punizioni da cineteca, poco menzionate e ricordate ma vero marchio di fabbrica di Arango. Nativo di Maracay, che oltre ad essere centro del più importante polo universitario venezuelano, è conosciuta per la presenza di musei e biblioteche. In questi contesti una caratteristica comune è che la carriera, così come le opere degli artisti, vengano apprezzate di più solamente a distanza di qualche anno. E così tra un po’ magari si parlerà dell’indimenticata Zurda de Oro, del suo calcio imparabile e del ghigno irriverente.

GONZALO COLSA (Racing Santander 2006-2012)
Un’altra bandiera, cantabrico di nascita e colonna del centrocampo santanderino per sei anni, i più gloriosi della storia del club. A differenza di Gurpegui, vestì altre maglie nel massimo campionato spagnolo, ma il richiamo di casa lo spinse a ritornare, dopo i trascorsi nelle giovanili, al Racing Santander, anche se in quel momento vestiva quella del blasonato Atletico Madrid. Divenne presto l’idolo di una squadra che, oggi si trova in terza serie e ha rischiato il fallimento, ma nel 2008 con il raggiungimento della semifinale di Coppa del Re, riuscì a strappare la qualificazione per la Coppa Uefa per l’anno successivo. L’avventura, nonostante si fermò alla fase a gironi, diede soddisfazioni memorabili agli spagnoli, capaci battere il Manchester City a El Sardinero 3-1 e pareggiando al Parco dei Principi contro il PSG, con un bellissimo gol proprio di Colsa da fuori area. Generoso, instancabile con la sua maglia numero 18 prima e 8 poi e fondamentale per una squadra che all’epoca annoverava numerosi talenti, su tutti Pedro Munitis (altro simbolo del Racing ed ex-Real) e Oscar Serrano. Colsa ne era il volante dal temperamento e attitudine più britannica che ispanica e aveva il vizio di realizzare gol pesantissimi. Tutte le sue marcature sono caratterizzate da tempi di inserimento decisi e puntuali, e conclusioni perentorie e precise. Giocatore di cuore, dentro e fuori dal campo, ancor’oggi si ricorda che dalla stagione 2008-09 in poi giocò con una P sulla maglietta, ricordando il padre Pepe, scomparso proprio nel 2008 e da quell’anno, precisamente da maggio, nel suo paese nativo Ramales venne fondato un fan club del Racing che porta proprio il suo nome, a dimostrazione di quanto sia idolo Gonzalo Colsa da quelle parti.

VICTOR SANCHEZ DEL AMO (Deportivo 1999-2006)
Nato a Madrid e cresciuto nel Real, una grande annata al Racing Santander gli permise di approdare al Deportivo La Coruña che in quegli anni si apprestava a diventare veramente grande. La prima stagione di Victor coincide con la conquista dell’unico campionato dei galiziani e da lì cominciarono a dire la loro anche in campo europeo. Per quattro anni di fila superarono la fase a gironi, le prime due volte come primi, la terza a parimerito con il Milan e giunsero anche ad un passo dalla finale nel 2004, fermati in semifinale dal Porto di Mourinho. Nell’incredibile armata di Irureta, armonica e organizzata, Victor, era insieme a Fran, uno degli esterni che perfezionava il lavoro in mediana del sapiente Sergio e serviva agli spietati Tristan, Makaay prima e Pandiani poi, palloni da spingere in rete. Frizzante e sempre attivo, fondamentale nella transizione positiva in cui la sua dinamicità Victor aiutava la squadra a rimanere compatta nel recupero pallone e scatenare il contropiede liberando gli esterni in maniera rapida e fluida. Discreto dribblatore dal buon potenziale tecnico, faceva comunque dell’efficacia uno dei suoi punti di forza. Un esterno adesso difficilmente ripetibile in Spagna dove ad oggi la circolazione esasperata del pallone e la ricerca del bel gioco non consente spazi agli strappi di un giocatore come Victor che nel SuperDepor degli anni duemila era uno dei principali protagonisti.

ARIEL IBAGAZA (Atletico Madrid 1996-1998)
Folletto originario di Buenos Aires che ha rubato il nome a Ortega, e anche qualche movimento tra le linee e talento per l’ultimo passaggio, Ariel Ibagaza vince con il Lanus il primo trofeo della storia granate, la CONMEBOL del 1996 e poi approda a Maiorca, squadra con cui arriverà fino alla finale di Coppa delle Coppe, arrendendosi alla Lazio e ad un gol di un diciotto del nostro calcio, Pavel Nedved. A dirla tutta con i maiorchini Ibagaza vestiva la 10, molto più adatta ad un giocatore con le sue caratteristiche. I due periodi a Palma di Maiorca però sono intervallati dall’esperienza all’Atletico Madrid, che doveva consacrare definitivamente l’argentino e invece non gli consentirà nemmeno di vestire il 10, che è sulle spalle di Jorge Larena. Ripiega così sul numero 18. Il rendimento è altalenante, come del resto tutta la sua carriera, ma il talento è innegabile: gli sprazzi di alta classe gli consentono di rifinire per Torres, giovanissimo ma già goaleador con la maglia rojiblanca. La storia di Ibagaza è tutta racchiusa nel suo soprannome “caño” (traduzione rioplatense dell’europeo “tunnel”), fugace e strabiliante proprio come un tunnel in mezzo al campo, raccontata e vissuta anche solo per quel singolo momento di indimenticabile bellezza.