Con la fine dell’infinita finestra di mercato e terminata la pausa-nazionali, la serie A entrerà definitivamente nella stagione 19/20, quella che qualcuno ha definito la più avvincente e combattuta degli ultimi anni.

Una delle squadre che è intervenuta maggiormente sul mercato è stata la Fiorentina di Commisso. Oltre al colpo Ribèry, la dirigenza viola è riuscita nell’impresa che ad inizio estate appariva impossibile: trattenere Federico Chiesa. Il figlio di Enrico sembrava ormai promesso sposo della Juventus, ma alla fine giocherà la stagione che porta agli Europei da protagonista nella squadra di Montella. Una stagione a cui Chiesa arriva dopo un anno in cui sicuramente non ha rispettato le attese, anche e soprattutto per l’hype che si è creato attorno al suo profilo e per le responsabilità attribuitegli dalla Fiorentina, in particolar modo nel dopo-Astori.

Federico Chiesa ha esordito in serie A appena tre anni fa (era il 20 agosto 2016) eppure ci sembra giochi nella Fiorentina da almeno il doppio. Conta infatti oltre cento presenze con la maglia viola, indossando, in assenza di Pezzella, una fascia di Capitano che è forse la più pesante dell’intero campionato. Eppure il partito degli hater di Chiesa è sempre più folto: chi lo accusa di essere un simulatore, chi ne mette in dubbio le effettive qualità tecniche, chi semplicemente non lo ritiene un giocatore di primissimo livello. E chi li può biasimare? Federico Chiesa non è un giocatore per tutti.

” If you have to ask what jazz is, you’ll never know”

Così Louis Armstrong parlava del jazz, l’arte dell’improvvisazione declinata in musica: chi la vuole capire, non ne ha capito nulla. Sì perché il jazz è forse il genere musicale che contiene (ed accetta) più errori: l’errore è parte integrante di questo modo di vivere la musica, che rifiuta la perfezione in favore dell’emozione complessiva. Come l’udito ignora le inasattezze e le inaspettate improvvisazioni del jazz, così la nostra vista deve approcciarsi a Federico Chiesa su un campo di calcio.

Il grafico dei tiri di Chiesa nella scorsa stagione che potrebbe essere uno spartito jazz

In un pezzo per lUltimo Uomo, Daniele Manusia si è interrogato sui motivi per cui non ci godiamo il talento di Chiesa. Un giocatore che -citando l’articolo- ha il talento per giocare a calcio in equilibrio su una fune. Le ragioni di questa avversione sono molteplici, più o meno comprensibili. L’errore che non dobbiamo commettere è cercare di capire Federico Chiesa.

Le cose che il numero 25 della Fiorentina fa in campo non possono essere ascritte ad un ruolo o uno stile di gioco ben definiti: la gran parte delle sue giocate è dettata dall’istinto e l’improvvisazione, che nel calcio moderno sembrano essere ormai relegate alle divisioni minori. Chiesa ha il merito e l’onere di aver portato questo approccio irrazionale ad un altissimo livello.

Il rapporto fra i tiri tentati (Sh90) e i gol segnati (G90) dimostra la sua inefficienza in zona gol

Questo però comporta anche un’ inefficacia che i numeri rappresentano chiaramente. Ma l’abbiamo già detto: Chiesa va osservato come un quadro impressionista, da lontano, senza cercare un dettaglio che svelerebbe un’imperfezione. Ciò che vediamo da lontano è un giocatore incredibilmente esplosivo, che riesce a sfruttare un baricentro basso che gli permette di eseguire dei cambi di direzione improvvisi, che spesso lasciano sul posto il difensore. Queste sue qualità hanno portato Pioli prima e Montella poi a sperimentarlo in altre posizioni oltre che quella di esterno offensivo: in tal senso sembra che l’ex allenatore di Roma e Milan abbia l’intenzione di proporlo al centro di un tridente completato da Ribèry e Ghezzal. L’evoluzione tattica che ragionevolmente affronterà Chiesa quest’anno potrebbe definitivamente normalizzare il suo talento, valorizzandone le virtù più immediate, nascondendo e sopprimendo quelle irrazionali.

Italia-Spagna U21. Il manifesto di Federico Chiesa

Ad un approccio jazz al calcio, Chiesa non abbina una contemporanea pazzia, come spesso è accaduto nella storia del calcio(Cassano, Gascoigne, ecc.). Ma allora perché dovremmo volerlo “più normale” e vedergli provare solo tiri puliti o dribbling semplici? Perché non allontaniamo lo sguardo e apprezziamo un giocatore che gioca in serie A “come farebbe un ragazzino di 12 anni”? Forse perché non accettiamo più che l’errore, anche banale o ripetuto, faccia parte della crescita di un giocatore o che l’irrazionalità possa avere ancora uno spazio importante nell’evoluzione del gioco o che i grafici non riescano a dirci tutto di questo sport. O forse, più semplicemente, non ci piace il jazz.