57.000 genovesi, un sottomarino giallo e un macigno. No, non è una favola marittima dal finale tragico. All’apparenza paiono inaccostabili, ma hanno qualcosa in comune, o meglio, qualcuno.

1978. Videla sta provando a coprire l’urlo delle centinaia di migliaia di Desaparecidos con i cori delle hinchadas albicelesti. Il 24 di giugno è il giorno della vigilia della finale del mondiale e Don Luis Ernesto detto Cacho, sentendo il vagito del suo primogenito, pensa che la partita potrebbe finire con qualunque risultato, poiché la sua gioia sarebbe inscalfibile, ma mai fidarsi del cuore di un tifoso argentino. Il neonato si chiama Juan e porterà un cognome che viene dal País Vasco che forse avete intuito, anche se sulla sua divisa ha campeggiato spesso il secondo nome, sotto il macigno della nostra storia. Un numero 10.

Juan Román Riquelme cresce in un quartiere incastonato nel centro di Buenos Aires che si chiama La Paternal e ha un enorme, magnifico, immortale vanto. Nello stadio “Las Malvinas” che Román ammira passeggiando per l’Avenida San Martín, un ragazzo con tanti capelli qualche anno prima ha cominciato a fare parlare di sé. Román lo ha ammirato in Messico, dove ha vinto da solo e in Italia 4 anni dopo, dove ha perso contro i tedeschi in finale. Riquelme gli invidia una cosa sola, e sorprendentemente non sono né i piedi né il carisma, perché l’undicenne possiede entrambi. Un osservatore se n’è accorto e l’ha portato nel vivaio dell’Argentinos Juniors, come fu per il Pelusa. Percorre 20 isolati da casa, arriva alla stazione, viaggia per un’ora e mezza in treno e poi prende il 133.

Quella cosa che brama è un “Diez de cuero negro” come dicono nel barrio. Perché “El Diez” è l’altro. Diego Armando Maradona.

Ogni domenica che Dio mette in terra, il padre di un amico porta Juan allo stadio ad ammirare quell’entità spirituale che ha rapito il cuore anche al giovane Diego. Il Boca Juniors. E nel 1996 dopo essersi palesato nella U18 di Pekerman, tutto si compie. Il Boca chiama a casa, per 800’000 dollari.

Entrare nella Bombonera in un pomeriggio di autunno morente di novembre. Alzare gli occhi. Un ruggito. Percepire devozione, lui per la Doce, la Doce per lui. Un fuoco che si accende dentro. Non volere essere da nessun’altra parte al mondo.
Vedere 57.000 Xeneizes di origine anche italiana, perché il Boca è la squadra dei barrios popolari di Baires, dove a inizio Novecento tanti barconi arrivano colmi di sogni, speranze e passione per il calcio. Sui barconi che partivano da Genova, nessuno si è dimenticato del suo dialetto: lo Zeneise.
Prende un pezzo di cuore, lo nasconde sotto il manto sacro e promette di non dissotterrarlo mai. Nessuno ha da obbiettare quando Román dice “Voglio la 10”. Se la 10 non è una maglia normale, la 10 del Boca non è una maglia. È il concetto dell’onirismo applicato al calcio, impavido e anarchico, condensatosi in 169 centimetri di “aquilone cosmico“. È Maradona.

Un macigno che fieramente porta e porterà sulle spalle, anche in nazionale, perché dall’U18 alla Selección il passo è stato breve. Nel ’99 vince la Copa America con Bielsa in panchina. Vince Apertura e Clausura col Boca fra 2000 e 2001. Ormai è pronto per il grande salto. L’Europa chiama, nelle vesti di una squadra dove qualche anno prima è passato Diego.

Ma in Catalunya Van Gaal non lo vede. Viene prestato ad una squadretta che staziona nelle zone medio-basse della classifica apparsa nella Liga per la prima volta nel 1998, dopo i clamorosi festeggiamenti del ’67. La promozione in terza divisione viene infatti celebrata a ritmo di una filastrocca di quattro ragazzi di Liverpool, nella versione dei grazie al cielo mai famosi “Los Mustang”. Il ritornello deve essere piaciuto, perché fa cambiare i colori sociali del club e conferisce il soprannome che ricalca il titolo della canzone.
Juan arriva carico di delusione ma guardandosi intorno vede che la squadra non è da buttare via. C’è un attaccante uruguaiano in cui Sir Alex Ferguson non ha creduto, di nome fa Forlán, poi c’è Alessio Tacchinardi che ha già vinto tutto con la Juve e infine l’amico Juan Pablo Sorín, che ha giocato con lui al Boca.

Flash forward.

Terzo posto storico, Champions League. Un prodigio.
Altro flash forward. Semifinale di Champions League. Soprannaturale.

Il Madrigal è una bolgia. È l’88esimo e l’arbitro ha fischiato un clamoroso rigore per il Villarreal sullo 0-0. Segnandolo si andrebbe ai supplementari dopo l’1-0 di Highbury. Sul dischetto ci va Riquelme. Ha l’8 e non il solito pesantissimo 10. Bacia il pallone. Vede un tedesco alto e stempiato fra i pali con il quale non condivide una lingua. Non è un gran rigore. Basso, verso destra ma troppo centrale. Lehmann intuisce l’angolo e spezza i sogni di gloria di Riquelme e del Villarreal. Un masso di Sisifo da portarsi in spalla, forse troppo pesante anche per lui. Incredulo, s’inginocchia in mezzo al campo, e poi esce al triplice fischio, spedito, con lo sguardo basso e la maglietta in bocca.

È finito il suo tempo in Spagna, è ora di tornare perché ci sono i Mondiali in Germania. Indossa la 10, che non vedeva la luce da Grecia-Argentina del ’94, l’ultima di Diego. Dopo un mondiale celestiale e l’assist al Burrito Ayala per il gol dell’illusorio vantaggio contro i tedeschi, uscirà. Non è finita però. Vestirà l’albiceleste per l’ultima volta nel 2008 per portare a casa un oro olimpico. Il Boca Juniors lo aspetta, erige una statua in suo onore e i tifosi lo eleggono miglior giocatore del Boca di sempre, davanti a Maradona e Palermo. Verrà il doloroso momento di chiudere anche con il Boca nel 2014. Tanti pensano al ritiro, ma lui sente di dovere ancora qualcosa alla sua gente, e torna alla squadra che l’ha cresciuto, l’Argentinos Juniors, dove saluterà con gli occhi lucidi.

Passaggi inspiegabili e pallone attaccato alla suola, in un tango colmo di eleganza e irriverenza. Uno degli ultimi a pensare a tre giocate prima di scegliere la migliore. L’ultimo ad aver fatto salire 57.000 Xeneizes su una motocicletta per girare il Sudamerica come aveva fatto un giovane Ernesto. L’unico a imbarcare 24’000 persone su un sottomarino giallo e capitanarlo alla conquista dell’Europa. Avrebbe potuto scegliere un’autostrada a quattro corsie impiegando due ore. Riquelme ce ne ha messe sei, utilizzando una tortuosa strada panoramica, ma riempiendoci gli occhi di paesaggi meravigliosi.