Non è attesa. Non bussa alla porta. Non guarda in faccia nessuno. Non importa chi tu sia, grande o piccolo, ricco o povero, se è il tuo turno tu puoi solo combattere.

Era il 13 luglio quando Sinisa Mihajlovic annuncia al mondo intero di essere affetto da leucemia mieloide. Lo fa con una conferenza stampa prima del consueto allenamento del ritiro estivo del Bologna. Tutti rimangono scossi di fronte a quelle parole, all’emozione che il tecnico serbo non riesce a trattenere. Non vuole compassione, non gli appartiene. Il suo motto infondo è giocare per vincere, lo era quando correva dietro ad un pallone, lo era quando ha deciso di fare l’allenatore e lo è anche adesso, in quella che è la battaglia più importante di tutta la sua vita.

«…Non sono lacrime di paura. La malattia io la rispetto, so che la vincerò. L’affronto come ho sempre fatto, con il petto di fuori e dritto negli occhi…».

Con queste parole è pronto a lasciare la panchina degli emiliani. La malattia è ad uno stadio avanzato ma attaccabile, la preparazione di questa “partita” richiede tutte le forze del mister e di chi gli vuole bene.

Il tecnico aveva preso le redini del Bologna a gennaio. Quella che fu la sua prima squadra in cui approdò come allenatore dieci anni orsono, sembrava spacciata dopo il fallimento di Inzaghi. Con il serbo si è rialzata ed è riuscita a rimanere nella massima serie del campionato italiano.

Dopo più di quaranta giorni in cura all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, Mihajlovic torna in campo. Quel campo che è il posto che più gli appartiene, alla guida di quei ragazzi che lo hanno aspettato a braccia aperte. Per lui hanno giocato, per lui hanno lottato (anche se battaglie diverse), come molti nel mondo del calcio. L’occasione è importante: è la prima partita di campionato e lui aveva promesso che ci sarebbe stato.

Come si potrebbe non emozionarsi? A questo punto, non importano più i colori, il risultato va in secondo piano. Solo una cosa conta: abbracciare Sinisa e dimostrargli tutto l’orgoglio e l’ammirazione che lo stadio prova per un uomo che ha trovato la forza di combattere, cadendo per poi rialzarsi più forte di prima.

Miha è visibilmente provato e debilitato dalla malattia, ha vinto la prima battaglia, sicuramente è molto stanco ma quegli occhi hanno fame, hanno speranza, hanno grinta, hanno forza, hanno voglia di combattere. 

Non è la prima “guerra” che in cui si cimenta il Sergente di ferro. Mihajlovic, infatti, nasce a Vukovar, in Croazia, nel lontano 1969. La fame fu una delle prime cose contro cui lottò. Questo gli insegnò che il pane, come tutte le cose, va guadagnato e che nulla ti viene regalato. In campo ha sempre cercato di portare questo messaggio che viene ribadito anche durante il triste annuncio.

Il calcio fu per lui, come per molti a quei tempi, uno dei pochi trampolini con cui evadere da quel mondo che appariva così grigio e devastato. L’affermazione calcistica internazionale arrivò con l’approdo alla Stella Rossa di Belgrado nel 1990 e l’anno successivo alla Roma. In Italia giocherà anche per Sampdoria, Lazio e Inter fino al 2004 quando appende le scarpette al chiodo.

Da: wired.it

Sempre a Milano inizierà un altro capitolo importante della sua vita, quello da allenatore. Se in un primo momento sarà secondo di Roberto Mancini, è nel 2008 che guiderà per la prima volta il Bologna, poi sarà la volta di Catania, Fiorentina, Sampdoria, Milan, Torino e di nuovo Bologna, quel Bologna che gli è entrato nel cuore e che non l’ha abbandonato nel momento più difficile di tutti.

Rivederlo in panchina è stato bellissimo. Un uomo che ha lottato così tanto in tutta la sua vita, ancora una volta è stato colpito. Ma quell’uomo è forte, ha le spalle larghe, ha un animo duro e nulla lo potrà abbattere.

Bentornato Mister!