Da un mese il mondo dei motori ha un pilota in meno; Nico Rosberg, infatti, ha annunciato il suo ritiro dalle corse. Il corridore tedesco, classe ’85, ha detto stop dopo essere riuscito, sue parole, “a raggiungere la cima della montagna”. Si riferiva ovviamente a quella vittoria del campionato mondiale di Formula 1 tanto desiderata fin da quando, all’età di 6 anni, salì per la prima volta su un kart.

Oltre alla soddisfazione per aver realizzato il proprio sogno, è probabile che ci siano anche altri motivi alla base della rescissione del contratto biennale (tra l’altro firmato solamente il 22 luglio scorso) con la Mercedes. L’aver bissato la vittoria del padre Keke (vittorioso nel campionato del mondo del 1982) può avere inciso, ma tra tutte le varie ipotesi non è difficile immaginare che la nascita della primogenita Alaïa (nell’agosto 2015) abbia giocato un ruolo importante in questa sua decisione, essendo lui notoriamente molto legato al proprio nucleo familiare.

La storia dello sport è stracolma di atleti, giovani e meno, che hanno lasciato sul punto più alto della propria carriera. Così come Rosberg, anche la tennista Flavia Pennetta ha interrotto la propria attività agonistica dopo un’impresa storica, giunta all’alba dei 33 anni. Si trattò della vittoria degli Us Open del 2015, primo ed unico Grande Slam vinto dall’atleta pugliese in singolare (mentre aveva già alzato il trofeo degli Australian Open 2011, in coppia con l’argentina Gisela Dulko).

Era invece decisamente più giovane l’atleta statunitense Mark Andrew Spitz quando decise di smettere col nuoto agonistico. Egli si ritirò infatti a soli 22 anni, dopo aver vinto ben 7 medaglie d’oro in una singola edizione delle Olimpiadi, quella di Monaco del 1972. Forse credendo che nessun altro sarebbe mai stato capace di emulare la sua storica impresa, l’atleta a stelle e strisce dormì sonni tranquilli per molto tempo. Ma le sue convinzioni vennero divorate da uno “Squalo”, venuto al mondo 13 anni dopo il suo ritiro: quel Michael Phelps capace, nel 2008, di disintegrare i suoi record.

L’atleta di Baltimora fece sue 8 medaglie d’oro ai Giochi Olimpici di Pechino ma, contrariamente all’effetto che ebbe su Spitz, quel record non lo invogliò a ritirarsi. Decise infatti di abbandonare le gare, per la prima volta, solo dopo Londra 2012, all’età di 27 anni. In quell’edizione scrisse una pagina importante per lo sport: grazie alle medaglie conquistate su suolo britannico, infatti, divenne lo sportivo più titolato di sempre nella storia delle Olimpiadi moderne! Il record precedente, di 18 medaglie, appartenente alla ginnasta Latynina, venne così infranto dall’atleta statunitense, che, tra Atene, Pechino e Londra, ne mise al collo ben 22.

Tutti pensavano che Phelps fosse sufficientemente sazio ma, poco meno di due anni dopo, decise di ritornare in vasca. Oltre alla passione per il nuoto, che lo ha reso, sportivamente parlando, una delle icone più riconosciute al mondo, anche la volontà di mettere ancor più al sicuro il suo record ha probabilmente fatto sì che si preparasse al meglio per le Olimpiadi di Rio 2016. La partecipazione ai Giochi brasiliani è stata l’ennesimo successo: il nuotatore statunitense è infatti riuscito a mettere in bacheca altre 6 medaglie, portando così a 28 il numero totale.

Anche l’atletica leggera ha avuto qualcuno capace di terminare sul punto più bello della propria carriera. Florence Griffith-Joyner, dopo aver stabilito il record sui 200 metri all’Olimpiade di Seul, abbandonò immediatamente il professionismo, a 29 anni. Oltre al primato, che tuttora rimane “intatto”, l’atleta americana si aggiudicò, sempre in Sud Corea, altri 2 ori e un argento.

La storia dello sport è anche fitta però di campioni che non hanno voluto, o non sono riusciti, ad interrompere la carriera prima che cominciasse la parabola discendente. Chissà in quanti, nel 2003 (quando Michael Schumacher aveva già 34 anni ed aveva messo in tasca il suo sesto mondiale) avranno pensato “si deve ritirare da vincente”, salvo poi ricredersi, l’anno seguente, quando “Schumi” vinse il settimo titolo, il quinto consecutivo. E se, usando un termine calcistico, fosse stato proprio quello il momento giusto per “appendere gli scarpini al chiodo?” La storia ci racconta che da quel momento in poi il pilota tedesco non riuscì più a essere davvero protagonista, salvo nel 2006, in cui rimase in corsa per la vittoria finale fino all’ultimo Gran Premio. Quel mondiale lo vinse Fernando Alonso, che trionfò per il secondo anno di fila. Fu lì che Schumacher decise di lasciare. Non da vincente, ma perlomeno dopo aver dimostrato di essere ancora competitivo.

La lontananza dalle gare durò solo 3 anni, dopodiché decise di tornare a sfrecciare sui circuiti di Formula 1, non con la tanto amata “Rossa”, bensì con la Mercedes. Non furono anni di successo, e chiuse la sua ultima stagione al 13esimo posto, nella stessa posizione in cui aveva terminato, con la Benetton, il suo primo campionato di Formula 1. Chiusura del cerchio? Sì, ma con la soddisfazione di aver stabilito l’ennesimo record: pilota ad aver “macinato” più chilometri nei Gran Premi di Formula 1.

Molto spesso il ritiro dalle competizioni è sinonimo di cambiamento delle priorità dell’atleta. Entra in gioco, forse, quella voglia di “vita comune” che lo sport ad alto livello quasi sempre preclude. I motivi alla base di questo desiderio di normalità possono essere molti: la voglia di dedicarsi ad altri ambiti dopo numerosi anni in cui lo sport ha rivestito una priorità nella quotidianità, la volontà di mettere su famiglia e tanti altri ancora.

C’è chi, invece, riesce a mantenere alte le motivazioni anche con l’avanzare dell’età. Alcuni perché riescono  ancora ad essere competitivi (Francesco Totti e Roger Federer ne sono solo due esempi), altri per l’aspetto economico  (è il caso di diversi grandi calciatori che, al tramonto della loro carriera, decidono di accasarsi in club forse meno competitivi, ma con grandi disponibilità economiche) ed altri ancora semplicemente perché si divertono, nonostante i risultati non siano all’altezza del proprio passato (ne è un grande esempio la tennista Francesca Schiavone, che nel suo palmarès vanta il Roland Garros 2010 e, tuttora in attività, si trova intorno alla 100esima posizione del ranking).

Concludendo, c’è un momento oggettivamente giusto per lasciare? La risposta è no. Una cosa è certa – riprendendo le parole della celebre e premiata pellicola del 1942 Perdutamente tua – “Gli addii non contano. Conta solo quello che c’è stato…”