Si dice che quando gli uomini si trovino di fronte ad un dubbio esistenziale, abbiano l’ancestrale riflesso di alzare gli occhi per cercare la risposta nelle stelle. Cercano forse una scintilla lontana di potenza pura, che infiammi le loro percezioni e faccia brillare il loro genio.

Un uomo in tonaca nera, nelle sere di un freddissimo inverno del 1927, viviseziona il cielo. Nonostante sia stato nominato sacerdote a qualche chilometro da Anversa qualche anno prima, non gli basta rispondersi che un Dio annoiato in 7 giorni abbia creato tutto ciò su cui si posano gli occhi. Pensa che un tedesco con i capelli elettrificati che ama fare la linguaccia nelle foto, ci abbia visto giusto. Dai suoi calcoli parte, perché pensa che se l’umanità è in espansione, anche il cielo, in un passato dove il tempo non esisteva, abbia cominciato ad evolversi con una potenza, velocità e temperatura estrema, quasi un’esplosione. Georges Lemaître rientra nel suo studio e butta giù una serie infinita di teorie e calcoli. 22 anni dopo, in diretta BBC, Sir Fred Hoyle commenterà con fare polemico il lavoro di Lemaître con un dispregiativo “The Big Bang Theory”.
La vera risposta rimane tutt’oggi nelle stelle, ma nell’immaginario collettivo, la creazione rimane un atto di furore, trasposto sulla Terra da pochissimi uomini che sembrano essere figli di una grande detonazione.

In quel febbraio argentino si respira un’aria differente, carica di elettricità. Lo avverte anche Osmar mentre lavora al mattatoio di suo padre Melchior. Fanno parte di una vecchia famiglia latifondista che ha fondato sul lavoro tutta la loro grande fortuna, iniziata dal bisnonno di Melchior a metà del 19esimo secolo. Si chiama Domingo, ma parla spagnolo con un accento troppo strano per essere di madrelingua. Meglio chiamarlo Domenico forse. Meglio sì, perché Domenico, che è un friulano nato vicino a Cormons, ad un sospiro da Gorizia, ha deciso di salire su un barcone e di cercare fortuna ad Avellaneda, in Argentina. La fortuna la troverà, perché getta le basi che permetteranno a Melchior di costruire un piccolo impero basato sull’allevamento di bestiame, ma in compenso, nella traversata oceanica smarrisce due “t” dal cognome, che originariamente recita “Battistutta”.

1969. Al cinema ci sono Dennis Hopper, Peter Fonda e Jack Nicholson che riscrivono la storia recente della filmografia in sella a un chopper. Jim Morrison viene arrestato per atti osceni in luogo pubblico, mentre I Rolling Stones portano 500.000 persone a Hyde Park nel ricordo di Brian Jonson, tragicamente trovato sul fondo della sua piscina per un’overdose di eroina, prima di ritrovarsi insieme sul palco di uno dei più grandi eventi della storia del pianeta, a Woodstock, nello stato di New York.
L’umanità si fa guidare certamente dalle stelle di Hollywood e della musica, ma non smette di cercare risposte levando gli occhi al cielo. Per questo Neil Armstrong e Buzz Aldrin si caricano sulle spalle il mondo e con un salto dalla scaletta dell’Apollo 11 portano l’uomo sulla luna.
Li guarda in televisione Osmar, mentre culla il suo neonato nato d’inverno in un anno straordinario.
Si chiama Gabriel Omar Batistuta. Segnerà 354 gol.

Se ne accorgono subito che quel ragazzino con il volto angelico è differente. È alto, grassoccio, e qualcuno suggerisce che la palla giusta da fargli maneggiare sia quella arancione a spicchi. Non è il caso. Gioca a calcio e fa tanti gol. Arrivato in area non la piazza mai come i suoi compagni, non si fida. Usa quel destro caricato alla dinamite, anche a due metri dal portiere perché nulla lo esalta come la scarica di adrenalina che si prova a sparare la palla in porta. Lo prende il Newell’s Old Boys, che in quegli anni si sta godendo quello che sarà ed è l’unico allenatore vivente ad avere uno stadio a lui intitolato. È eccentrico, maniacale, loco. È Marcelo Bielsa, che capisce di avere fra le mani un diamante solamente da rifinire.
È il 1989 quando compie a ritroso per la prima volta il viaggio che il suo trisnonno fece a metà dell’800. Non ritrova le “t” smarrite, ma in Italia avverte una sensazione di appartenenza profonda, e il clima della Versilia aiuta a fargli pensare che forse in quel posto potrebbe tornarci. Incanta il torneo di Viareggio, con tanti osservatori che si marcano il nome sul taccuino.

Torna in patria con gli occhi del mondo addosso, e si sente pronto a fare il grande salto. Nel 1990, giovanissimo, sposa la sua meravigliosa Irina, e dopo una parentesi infelice con il River Plate, al Boca Juniors ha preso gusto ad arrampicarsi sulle reti di protezione della Bombonera per esultare. Ma è il ’91 è l’anno del botto: vince Clausura con il Boca del Maestro triste Tabárez e si guadagna l’Albiceleste. Ha la bava alla bocca appena indossa quella maglia, per la sua nazionale diventa un animale. Segna in ogni modo, testa, destro sinistro. Vince e diventa capocannoniere della Copa América 1991 disputata in Cile e Cecchi Gori spende quello che serve per strapparlo a mezza Europa e portarlo in riva all’Arno.

Sarà la bellezza, quella pura, che ammanta Firenze. Arte che gocciola. Sarà che il suo viso in un’opera di Brunelleschi non avrebbe sfigurato, anzi. Sarà che Gabriel Omar Batistuta è meravigliosa contrapposizione alla delicatezza e alla raffinatezza della maestosità che ingemma la città di Michelangelo e Botticelli, con la sua smaniosità, il suo furore, la sua brutalità. È il graffitismo di Basquiat in gita agli Uffizi, un’opera sporca, gagliarda e poderosa, ma che origina dalla stessa genialità che ha mosso le mani dei grandi maestri. Alterna pennellate elegantissime su punizione e rovesciate antologiche ad autentici colpi di mortaio pilotati solo dal suo killer istinct. Firenze lo venera, e lui di rimando. Trova la sua dimensione nell’ombra che cala su Palazzo Vecchio e promette a se stesso che un giorno forse potrà anche partire, ma che non se ne andrà mai.

Gli anni ’90 imperversano incontrastati. Impera una cultura pop-rock adrenalinica e violenta, condensatasi attorno alle grandi guerre di inizio decennio, nel Golfo e in Jugoslavia, gli attentati dell’IRA e alla grunge dei Nirvana. Quel ragazzo coi capelli lunghi e la voce grattugiata proprio non riesce a conformarsi ad un mondo che lo inghiotte poco alla volta. Si assenta di Primavera con un colpo di fucile, lasciando scritto che è meglio ardere in un’unica fiamma che spegnersi lentamente. Quasi per un passaggio di consegne, un ragazzo con una voce altrettanto gracchiante, insieme al fratello che scrive i testi e schitarra canzoni Supersonic(he), si prende la scena con Definitely Maybe straight from Manchester, sponda blue.
Al Cinema, un serial killer mancato, manda in scena la sua creatura più rappresentativa, e la nomina come “una rivista o un libro contenente temi violenti e tipicamente stampato su carta ruvida e grezza”. Pulp Fiction spopola fra gli adulti, mentre la Disney si accaparra il mercato fanciullesco, inscenando Amleto nella Savana.
Siamo plasmati dal panorama che ci circonda, e come potrebbe essere altrimenti?

La tenacia, il coraggio e la lealtà di Batistuta, gli valgono un soprannome iconico. La criniera che svolazza ad ogni mitragliata verso la Fiesole, in una delle più memorabili esultanze della storia del calcio, fa il resto. Il Leone diventa Re quando, con la sua carriera che potrebbe cambiare marcia, decide di scendere in B con la sua Fiorentina retrocessa. L’anno di purgatorio serve solo a farlo amare ancora di più da Firenze, e lui contraccambia, con la fascia di capitano al braccio e il Trap in panchina, facendo vivere ai Viola le notti più magiche del recente passato. Distrugge record, difensori e porte, in un’onda d’urto travolgente che rischia addirittura di fare vincere lo scudetto ai gigliati che si laureano campioni d’inverno nel ’98 con un gol da antologia alla Juventus. Svetta di testa in mezzo all’area e poi corre sotto la Fiesole imbracciando l’AK-47, che la gioia trasforma in un assolo di chitarra che nemmeno Noel Gallagher in Love Like A Bomb.

Il sogno si infrange, quando contro il Milan sente un morso atroce sul flessore sinistro, mentre scatta verso la porta avversaria. Sarà non convocabile per tanto tempo, ma quando scopre che Edmundo è fuggito a Rio per il Carnevale, forza i tempi di recupero. Non serve a nulla e la Fiorentina arriverà terza, in una trama crudele, che nemmeno forse la vittoria della Supercoppa italiana del 1996 a San Siro con un gol pazzesco dopo aver aggirato Franco Baresi e una punizione magnifica, dopo la quale corre verso una telecamera gridando “Irina Te Amo!” è mai riuscita a lenire. Non gli bastano più le notti magiche di Champions League dove ammutolisce Highbury, Old Trafford e Camp Nou, e i rapporti con la dirigenza Viola vanno mano a mano deteriorandosi.
Vuole vincere Batigol. Capisce a Firenze il suo tempo è finito, e sarà la Roma di Totti, Montella e Franco Sensi a regalargli quell’agognato scudetto, conquistato grazie anche ai suoi 20 gol, il primo dei quali zuppo di lacrime, poiché segnato, tragicamente, proprio alla sua Fiorentina.
Smetterà in Arabia, con le caviglie ormai orfane di cartilagine, consunta dal suo modo di giocare furente, che dolgono a tal punto che implora i dottori che lo hanno operato di amputargli le gambe per chetare la sofferenza.

Guarda le stelle Batigol, in una delle sue tante notti italiane, europee e internazionali. Le mani al cielo, quasi a indicare da dove è arrivato. Da dove arriviamo tutti. Perché se è vero che l’universo è in espansione, lo si deve alla scintilla che ha fatto brillare tutto per prima. E se l’umanità cambia marcia, è merito di chi infiamma i cuori e le menti di chi li circonda. Uomini figli di un’esplosione, come Georges Lemaître, Filippo Brunelleschi, Kurt Cobain.
Insieme a Gabriel Omar Batistuta, il più grande spettacolo dopo il Big Bang.