Trentacinque, come il numero degli anni compiuti oggi da Carlos Delfino, il più giovane membro della “Generación Dorada“. Quest’ultima è quel fantastico gruppetto che ha fatto sognare tutti gli appassionati di basket argentini con l’oro olimpico ad Atene 2004. La sua è un’età in cui forse è meglio pensare al ritiro ma, così come per gli altri membri (Scola in Cina e Ginobili che ha rinnovato per altri due anni), è una tappa ancora distante sul calendario. Santafesino come Nocioni, il quarto della crew ritiratosi alla fine della scorsa stagione, muovono i primi passi all’Olimpia de Venado Tuerto. L’esperienza dura una sola stagione, così come quella con l’Unión, squadra della sua città e l’anno 2000 è quello giusto per l’emigrazione: approda in Italia, a Reggio Calabria nella Viola, che ha appena salutato Ginobili e accoglie quindi un altro argentino. Carlos lo segue anche a Bologna ma nella sponda rivale, la Fortitudo. La città emiliana, come vedremo, sarà essenziale nel momento più complicato.

È una guardia di 198 cm che fa della tecnica mista alla sagacia il suo credo. Frequenti infatti sono le palle rubate e le successive schiacciate dopo essersi involato in solitaria. La sua apparente presunzione però cela una spontanea e simpatica irriverenza; il suo sorriso, che si sposa con il colore olivastro degli occhi, è privo di spocchia ed è tipicamente argentino, di quelli che con la mente e l’immaginazione, nonostante prestigio e blasone del match, giocano ancora al campetto di cemento dove tutto vale. Manifesto di questa filosofia fu un punto contro la Turchia, quando in una rimessa in attacco passò di fatto la palla alla schiena dell’avversario mettendola in gioco e andando a canestro. È un “futbolero” per auto definizione e in un’intervista, rispondendo agli altri della Generación che prendevano le distanze dai cori offensivi e indirizzati verso nazionali contro cui non stavano giocando, svelò di non condannare quella maniera di incitare e tifare e anzi, proprio come accade nel calcio, li ha giustificati, favorevole e amante di quell’atmosfera comburente che spesso popola gli stadi, specie rioplatensi. La carriera del Cabeza (soprannome con cui ormai è conosciuto in tutto il mondo) non è sempre stata così spensierata. Dopo una carriera spesa tra Detroit, Toronto, Milwaukee e Houston, con una pausa ai russi del Khimki in compagnia dell’amico Garbajosa, il 2013 è l’anno in cui qualcosa si rompe, metaforicamente e non. Durante i playoff di quell’anno si infortuna in uno scontro con Kevin Durant e il responso parla chiaro: frattura da stress allo scafoide del piede destro. È l’inizio di un calvario quasi senza fine: 7 operazioni, 1’173 giorni senza giocare neppure un match e la paura di dover smettere per sempre.

In questo lasso di tempo tra le domande del figlio che gli chiede se giocasse a basket e nel caso quanti “gol” facesse, tentativi disperati tra i quali streghe e sfondi con i santi sul telefonino, sulla sua strada si presenta ancora Bologna e in particolare il professor Giannini, luminare della medicina ortopedica che dopo una visita gli consiglia di togliere un osso, senza bisogno di aggiungere (come precedentemente avevano fatto, togliendolo dall’anca). La fine del tunnel è vicina e inaspettatamente, o forse neanche troppo, il coach Hernandez lo convoca per le Olimpiadi di Rio e un ritorno migliore forse Cabeza non poteva neanche immaginarlo: suo figlio lo vedrà finalmente giocare e in uno dei palcoscenici più prestigiosi. Conclusasi l’esperienza olimpica fa ritorno a casa, nella Buenos Aires gialloblù, a vestire la maglie di una delle polisportive più prestigiose di Argentina, quella del Boca Juniors. La sua stagione è positiva e divide anche lo spogliatoio con suo fratello Lucio. Da qualche giorno è arrivato l’annuncio che sarà in prova con Saski Baskonia fino a fine settembre, squadra che con un altro nome (Tau Ceramica, ndr) ha dato il benvenuto in Europa al Chapu Nocioni. La sua carriera è un intrecciarsi di città, squadre e compagni, dice che grazie a Bologna, che di fatto gli ha aperto anche le porte dell’NBA, ha potuto continuare a fare ciò che lo rende felice, aggiunge che la “cabeza grande” ce l’ha sin da bambino e che sia per intelligenza o per testardaggine, poco importa, resta ancora un po’ sul parquet; fallo per noi, per amore del gioco, per tuo figlio o semplicemente per te, Carlos. E buon compleanno.