Ci sono storie che lo sport dà alla luce per amor proprio. Ci sono storie che sfiorano l’impossibile solamente per essere raccontate. Storie che restano indelebili nelle menti di chi le ha vissute di persona. Storie che sono cambiate, che cambieranno e resteranno lì, sulla mensola dei momenti indimenticabili. Alcune storie ti tengono sveglio la notte, ti rubano il sonno e ti permettono di viaggiare. Ad alcune storie si stenta a crederci e poi: “La storia è scritta dai vincitori”.

Capitolo Uno.
Porto, maggio-giugno 2003.
Un boato, l’ennesimo, il terzo nel giro di tre settimane. L’Estàdio Nacional di Lisbona esplode, 38mila gli spettatori, la cui maggior parte indossa una maglia bianca e blu. È la finale della Taça de Portugal, il tabellone al 90° minuto segna: Porto 1-0 União Leiria, rete di Derlei al 64°. È il 15 giugno 2003 e i Dragões sollevano la terza coppa.
Due settimane prima arriva il 19esimo titolo, conquistato all’Estàdio das Antas (nove mesi dopo verrà demolito e i portoghesi si trasferiranno al Dragão) contro gli acerrimi rivali dello Sporting, un successo colto sull’onda dell’entusiasmo generato dal trofeo più importante conquistato appena dodici giorni prima: la nostalgica Coppa Uefa. All’Olimpico di Siviglia il Celtic Glasgow, trascinato dal fenomeno di Helsingborg Henrik Larsson, costringe i biancoblu a disputare i tempi supplementari. A cinque minuti dalla fine, un destro al volo dell’implacabile Derlei si insacca in fondo alla rete degli scozzesi, è 3-2. È festa, è vittoria. Un trionfo targato Josè Mourinho ma anche Vìtor Baìa, Costinha, Ricardo Carvalho, Hélder Postiga, Deco, Maniche.

Capitolo Due.
Porto, luglio 2003.
Il successo dei portoghesi non passa inosservato, il nome dello Special One inizia a circolare, la sua metodologia d’allenamento basata sulla disciplina e la valorizzazione dell’estro di alcuni giocatori fanno di lui un vincente. Le sirene di mercato si fanno ben presto sentire, in particolar modo quelle del Tottenham che strappa alla formazione dei Dragoni una delle pedine fondamentali: Hélder Postiga, autore di 19 centri nella stagione passata. La società però non si lascia intimidire dalla concorrenza europea e mette sotto contratto giocatori come Bosingwa, Hugo Almeida e il sudafricano Benni McCarthy. Le cose però non iniziano con il piede giusto, a Montecarlo il Milan si aggiudica la Supercoppa europea grazie a un 1-0 sufficiente ad accaparrarsi il trofeo, lasciando i portoghesi a bocca asciutta.

Capitolo Tre.
Porto, maggio 2004.
“Il Porto si aggiudica il ventesimo titolo nella sua storia, il secondo consecutivo” è quanto recitano giornali, televisioni e radio in Portogallo. La vittoria per 3-1 sul Paços de Ferreira garantisce agli uomini di Mourinho la vittoria in campionato, sbattendo un’altra volta la porta in faccia alle Aquile del Benfica. Benni McCarthy, il prodigio di Città del Capo sigla 20 reti, riducendo a un ricordo quanto fatto da Hélder Postiga l’anno precedente. I Dragoni hanno posto un’altra volta il loro vessillo lì, sul tetto del calcio portoghese. Ma non è tutto. I lusitani non si accontentano dell’ennesima Primeira Liga, l’astuzia tattica di José Mourinho porta ad altre glorie, garantisce altre soddisfazioni.

Capitolo Quattro.
Porto, 16 giugno 2004.
Esistono sconfitte e sconfitte. Sia chiaro, nella vita di uno sportivo un risultato negativo è qualcosa di difficile da digerire. Molti lo sfruttano come trampolino di lancio, per molti assume il peso di un macigno che li trascina sul fondo. Ci sono sconfitte che ti segnano. Ci sono battute d’arresto che se provocate da colori che ti fanno storcere il naso, in un certo qual modo bruciano maggiormente. È sicuramente il sentimento che hanno provato i giocatori del Porto il 16 giugno 2004, il giorno della finale della Taça de Portugal. Di fronte c’è il Benfica. Alle spalle si sono lasciati i cadaveri di tre squadre inferiori sulla carta, oltre a quelli di Rio Ave e Sporting Braga. Vincitori o vinti. Novanta, o forse centoventi minuti. Sono centoquattro per la precisione, quelli necessari a Panagiotis Fyssas, mancino di Atene, per bucare la rete di Vìtor Baìa una seconda volta. Sono oltre sedici quelli in cui Mourinho incalza i suoi a riversarsi in attacco per tentare di rovesciare il risultato. Nulla da fare, la Lisbona rossa gioisce, il Porto cade sotto i colpi dell’undici di Camacho. Una notte dai colori tetri.

Capitolo Cinque.
Champions League.
E poi, anche nei momenti più bui, ci sono dei frammenti di storia che stravolgono l’intero racconto. Champions League. Due parole, un suono dolce e armonioso che nell’anno 2004 va a braccetto con i colori sociali dei Dragoni, del Porto di José Mourinho. Del Porto di McCarthy, Deco, Maniche, Vìtor Baìa, Ricardo Carvalho, Costinha, Derlei.
Sei l’unica squadra del tuo paese ad aver raggiunto la fase a gironi della competizione continentale. Partizan Belgrado, Marsiglia e Real Madrid le avversarie. Quattro punti contro i serbi, sei con i francesi e uno, più che sufficiente, ottenuto nella doppia sfida con gli spagnoli.
Secondo posto di gruppo e ottavi di finale. Di fronte la sfida impossibile ai Red Devils, il Manchester United. La storia la scrivono i grandi, no? 2-1 all’andata, 1-1 nella gara di ritorno all’Old Trafford. Mourinho lancia il guanto di sfida a Sir Alex Ferguson, la prima di numerose battaglie future.

Quarti di finale: Lione, una passeggiata. Due partite giocate alla perfezione, sia sul piano tattico che su quello tecnico. Punteggio complessivo di 4-2, Maniche a dirigere l’orchestra e si getta uno sguardo alla semifinale, strizzando l’occhiolino alla coppa dalle grandi orecchie. E ora? L’indimenticabile Deportivo La Coruña. La doppia sfida si decide tra i contrasti duri, il gioco maschio, la solidità difensiva delle due squadre. E come nel più classico dei casi, quando due retroguardie sono capaci di annullare le ventate offensive avversarie, il tutto si decide con un rigore. Derlei è il nome del marcatore, il nome che porta i Dragoni a varcare la soglia dell’Arena AufSchalke di Gelsenkirchen. Di fronte il Monaco di Patrice Evra, Ludovic Giuly, Fernando Morientes, di Dado Pršo. L’ultimo atto della competizione è un’egemonia lusitana, una festa per i colori biancoblu. Uno, due, tre sigilli. Carlos Alberto, Deco, Alenichev. Tre tiri di destro. La fetta portoghese che compone i 53mila fortunati spettatori esplode al triplice fischio finale. Il Porto sale sul tetto d’Europa per la seconda volta nella sua storia. E che storia.