2 Luglio 2010, Africa, Sudafrica. Cosa facciamo qui? Semplice, chi ha un pizzico di memoria potrebbe aver già collegato qualcosa, per chi invece non ricorda: si sta disputando la Coppa del Mondo. La prima edizione in assoluto nel Continente africano, investimenti ed infrastrutture tirate su per l’occasione, non senza polemiche e contrasti socio-politici in una realtà, quella africana, del tutto particolare. Ma non fermiamoci qui, per lo meno non è ciò che noi vogliamo raccontare. Torniamo a quel 2 Luglio, rimettiamo piede a Johannesburg, scendiamo in campo, anzi, saliamo sarebbe il caso di dire! Sì, perché il Soccer City Stadium di Johannesburg si trova a 1750 metri sul livello del mare, uno scenario abbastanza atipico per una partita di calcio. Nel rettangolo verde Uruguay e Ghana si giocano tanto, l’accesso alle semifinali della Coppa del Mondo, e lo sanno bene, tant’è che tensione ed equilibrio la fanno da padrone per i novanta minuti regolamentari che non bastano e finiscono sul pari: al goal ghanese firmato Muntari, risponde Diego “el Cacha” Forlán e ci si inchioda sull’1 ad 1. Il suono assordante della vuvuzela di ogni spettatore sugli spalti accompagna costantemente ogni minuto della partita, dai minuti ai secondi, ogni tremendo secondo scivola via e si sa, quando manca poco alla fine, inizia ad esser tutto tremendamente più sofferto, non si può più sbagliare, è un vero e proprio dentro o fuori.

I rigori sembrano cosa fatta ormai, ma forse no, perché all’ultimo respiro i ghanesi ci riprovano, il primo tentativo è ribattuto, il secondo invece sembra voler spedire a casa la Celeste. Le valigie sono già pronte, la corsa in questa Coppa del Mondo è davvero giunta al capolinea per l’Uruguay, davvero? No, perché la seconda conclusione ghanese viene parata sulla linea di porta, ma non è Muslera a tirar su il muro celeste, è Luis Suárez. Rosso diretto e rigore, ma goal certo pur sempre sventato. Quel rigore il Ghana lo fallisce incredibilmente ed alla lotteria dagli undici metri sarà proprio l’Uruguay a spuntarla con il cucchiaio finale di Abreu.
La parata sull’orlo del baratro, anzi sarebbe meglio dire, a millimetri dall’eliminazione, la dice lunga sulla personalità del centravanti della Celeste, sulla voglia di non perder mai, non rassegnarsi alla sconfitta, vero e proprio cannibalismo alla vittoria e vogliamo partire giusto da qui per raccontare di Luis Alberto Suárez Díaz, in arte El Pistolero.

“Ho preso un rischio e sono stato criticato per non aver avuto fair-play, ma non ho picchiato nessuno. Per questo ho esultato, perché ho preso un rischio che ha pagato”.

Luis Suárez


E’ il Nacional de Montevideo a lanciare Luis nel 2005 in prima squadra e dopo appena un anno in patria subito su di lui piombano gli occhi del Groningen, il passo dal Sud America all’Europa è cosa fatta, rapida, fulminea e l’Eredivisie sarà il futuro di Suárez. A Groninga il Pistolero resta appena un anno, non perché non abbia convinto, anzi, tutt’altro: 13 reti in 29 partite. Numeri che convincono l’Ajax a portarlo nell’estate del 2007 ad Amsterdam dove farà coppia fissa con Jan Klaas Huntelaar, goal ed assist non fanno differenza per Luis, lui nel tabellino di gara c’è, sempre e comunque, in un modo o nell’altro.

L’avventura all’Amsterdam Arena dura quattro anni, il 2 febbraio 2011 è il giorno dell’esordio con il Liverpool e, senza perder tempo, Luis azzanna subito la sua prima preda: lo Stoke City. Dalle parti di Anfield, il Pistolero affina le doti da killer in area di rigore e con i Reds conquista la sua prima Scarpa d’oro con i suoi 31 goal in Premier League, pur senza vincere il campionato con il suo Liverpool.

Ma Luis vuole qualcosa di più, spingersi ancora un po’ oltre e l’11 luglio 2014 il Barcelona annuncia di aver un nuovo numero 9, è uruguaiano e porta con sé un cartellino da 75 milioni di sterline: ovviamente è proprio Suárez. Con il Barcelona è davvero difficile elencare tutti i record, individuali e collettivi, le vittorie e i trofei conquistati, limitiamoci a sentenziare con un categorico: tutto.

Ma Luis non è solo questo, Luis è anche qualcos’altro. Qualcosa che lo contraddistingue, evitabile forse, ma pur parte della sua personalità. Il Pistolero morde, sì, esattamente. Suárez morde gli avversari, pare sia successo ai tempi dei primi anni in Uruguay, succede all’Ajax, succede al Liverpool e succede anche in Nazionale nel 2014 contro l’Italia, chiedere a Giorgio Chiellini per maggiori dettagli. Perché lo faccia non è dato conoscerlo, ma a noi piace pensare che, metaforicamente o un po’ meno, voglia azzannare i suoi avversari, come un predatore azzanna la sua preda, vogliamo immaginare che sia un modo per saziare la sua fame di vittoria! Sì, perché Luis vince ed è ossessionato dalla vittoria e, se volete, chiamatelo pure: serial winner.