Dietro ai trasferimenti di Pirlo alla Juve, Figo all’Inter, Klose alla Lazio, Lewandowski al Bayern, perfino Baggio al Brescia, c’è un unico uomo. E, per quanto potenti, non parliamo nè di Mino Raiola che di Jorge Mendes. No, dietro a tutti i grandi colpi a “costo zero” della storia del calcio c’è un (ormai ex) calciatore: Jean Marc Bosman.

Circa 22 anni fa, la cosiddetta “sentenza Bosman” rivoluzionò irreversibilmente il concetto di calciomercato introducendo i trasferimenti a parametro zero. Prima di questa storica pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, infatti, un giocatore poteva trasferirsi in un’altra squadra alla scadenza del suo contratto con la condizione che la squadra interessata al giocatore corrispondesse un indennizzo ritenuto adeguato dalla società che ne deteneva il cartellino. Se tale accordo non si raggiungeva, il calciatore era costretto a rimanere, spesso ad ingaggio ridotto o addirittura fuori rosa.

Ritrovatosi proprio in questa situazione nel 1990, Jean Marc Bosman, mediocre centrocampista belga, decise di affrontare una battaglia legale che cambiò per sempre la sua carriera, la sua vita e l’intero mondo del calcio.”Alla lettura della sentenza mi si tolse un peso” ha dichiarato recentemente “ma sono stato cancellato, ho fatto arricchire gli altri e sono diventato povero“. Bosman si esprime in termini marxisti-anacronistici sul rapporto fra società e calciatori aggiungendo che , nonostante questi ultimi abbiano sicuramente rafforzato il loro potere contrattuale, l’equilibrio sia ancora sbilanciato in favore delle grandi società: “Quando un calciatore si avvicina alla scadenza del contratto, spesso ci sono club che, per non perderlo a parametro zero, lo ricattano: o accetti il rinnovo alle nostre condizioni o ti mettiamo fuori rosa.”

Dopo ventidue anni, dunque, ci si interroga ancora sulle conseguenze della sentenza, che ha sicuramente ridefinito il rapporto fra società ed atleta, ma ha d’altra parte, allargato il divario fra i club più ricchi e quelli con meno potere finanziario: un club come il Bayern ha la possibilità di programmare un acquisto come quello (probabile) di Leon Goretzka, tanto da attendere la naturale scadenza del suo contratto e, non dovendo corrispondere alcuna somma allo Schalke, offrirgli un ingaggio tanto generoso da tagliare fuori qualsiasi tipo di concorrente. Di conseguenza i club minori (es. Atalanta) preferiscono vendere i propri talenti più in vista (Gagliardini, Kessie) ben prima della scadenza dei loro contratti, incassando cifre reinvestite solo in parte sui sostituti e perlopiù utilizzate per far quadrare il bilancio. E al vertice di questa piramide retta dalla regola del più grande che mangia il più piccolo, ci sono quei club il cui potere finanziario è talmente superiore al resto dei club da superare qualsiasi limitazione e ostacolo posti dagli organi di controllo (FFP su tutti). Ecco perciò che ad esempio nell’ultima finestra di mercato la Sampdoria vende Schick alla Roma, che a sua volta è costretta da esigenze di bilancio a vendere uno dei suoi migliori giocatori come Salah al Liverpool, il quale , a sua volta, cede Coutinho a quel Barcellona che, in estate, si era visto soffiare Neymar dal PSG, con un’operazione da 600 milioni di euro complessivi con la quale il talento brasiliano aveva firmato a zero con i parigini a seguito di un’operazione di aggiramento del fair play finanziario.

 

Proprio grazie alla sentenza Bosman gli ingaggi dei giocatori sono progressivamente aumentati fino ad essersi oggi decuplicati, i top team hanno incrementato in maniera vertiginosa i loro introiti, i procuratori hanno un controllo indisturbato delle dinamiche di mercato e le competizioni europee sono sempre più affar di pochi. E’ emblematico, in tal senso, che, escludendo l’eccezionale trionfo del Porto di Mourinho, l’ultima Champions League vinta da una squadra non appartenente ai principali campionati europei (Italia, Germania, Spagna, Inghilterra) fu proprio quella del 1995, quando trionfò l’Ajax.

Eppure Bosman continua ad individuare il giocatore come vittima di questo intero sistema: “Il calciatore, che è ridiventato una merce, deve tornare alla dignità di qualsiasi lavoratore all’interno dell’Ue: un lavoratore può cambiare liberamente posto di lavoro, un calciatore no.” Una constatazione che stride con la storia recentissima del calciomercato: Neymar, al momento della firma con il PSG di un contratto quinquennale da (minimo) 30 a (massimo) 40 milioni di euro annui, ha ricevuto un ulteriore bonus di 100 milioni di euro, circa 250 volte la cifra ricevuta a titolo di  risarcimento nel 1995 da Bosman, che ha utilizzato quella somma principalmente per le spese legali e, dopo aver affrontato una dipendenza da alcool, abbandonato dalla famiglia quanto dal mondo del calcio, vive di sussidi e lavori saltuari.

Jean Marc Bosman fra due dei suoi avvocati. Fra il 1990 e il 1995 frequentò più spesso il tribunale che i campi da calcio

La mia è una storia importante: i giovani la devono conoscere. Oggi il Belgio ha una generazione formidabile di calciatori: questi ragazzi devono sapere che, se sono diventati milionari, lo devono anche a me“.