Dalla stagione 1952-1953, in NBA, ogni anno viene assegnato il “Roy” ( rookie of the year), premio destinato al miglior giocatore al primo anno di militanza nella lega. Un riconoscimento che, nella sua storia,  ha consacrato una serie di campioni del futuro, aumentando il prestigio e le speculazioni attorno a questo premio. Qualche nome? 1979/80: Larry Bird. 1984/85 Michael Jordan. 1996/97 Allen Iverson. 2003/2004 Lebron James. 2007/08 Kevin Durant. 2011/12 Kyrie Irving.

Il Rookie of the year 2016- 2017 Malcolm Brogdon

Tuttavia, la stagione 2017-2018 si preannuncia come una delle più combattute degli ultimi anni per l’assegnazione del ROY. Esclusi dalla corsa due dei favoriti alla partenza, Markelle Fultz e Lonzo Ball, quest’anno la gara si è ormai polarizzata in un americanissimo uno contro uno: Ben Simmons ( al secondo anno di 76ers, ma alla prima stagione di NBA a causa di un infortunio ) e, il vero e proprio “steal of the draft“, Donovan Mitchell.

Classe 1996, a 17 anni Ben Simmons faceva già parte della nazionale australiana. Dopo un solo anno di NCAA, con l’Università della Louisiana, al draft 2016 finisce ai 76ers come prima scelta assoluta ( non accadeva ad uno studente di LSU dai tempi di Shaq). Tuttavia, dopo una serie di ottime prestazioni in Summer League, si infortuna al piede e salta tutta la stagione. Ha esordito in NBA quest’anno, divenendo il primo candidato principale al ROY. Playmaker di 208 cm per 109 kg, accostato dai più a Lebron James e Magic Johnson, l’australiano ha una grande capacità di andare al ferro con entrambe le mani, è un ottimo rimbalzista e assist-man ( Joel Embiid ringrazia). Tutte caratteristiche che gli hanno permesso di infilare nelle prime 54 partite, 22 doppie doppie e addirittura 6 triple doppie, terzo di sempre a riuscirvi. Eppure anche Benjamin Simmons ha un tallone d’achille: il tiro da tre, che non è ancora riuscito a trovare una sola volta in questa stagione.

Nato nel 1996 anche Donovan Mitchell, point guard di 190 cm per 97 kg. Esplosivo e rapido, si fa notare nelle fila di Louisville in NCAA nella scorsa stagione e, spinto da Chris Paul e Paul George, si rende eleggibile per il draft 2017. Gli Utah Jazz, orfani di Gordon Hayward, lo scelgono alla numero 13. E Mitchell comincia a segnare punti pesanti: 19,6 p.ti di media e un career-high di 41 punti ( solo Blake Griffin aveva sfondato il muro dei 40 da rookie). Non solo, vincitore per due volte del premio rookie of the month, Mitchell è fresco vincitore dello Slam Dunk Contest, dove ha sostituito l’infortunato Aaron Gordon. Numeri impressionanti per l’americano, che però deve ancora mettere a segno una doppia doppia, frutto di pochi rimbalzi e assist.

A sinistra Simmons, a destra Mitchell

 

Dati alla mano, dunque, lo scontro fra i due non si risolve facilmente. Se Mitchell ha un impatto di punti più sostanzioso, Simmons fornisce un numero di assist doppio a quello dell’americano. E se i three-points del play di Philadelphia non esistono, i suoi rimbalzi doppiano ancora una volta quelli della guardia dei Jazz. Da questo confronto, con i numeri, non se ne esce.

Neil Greenberg, nel Washington Post, ha scritto :” se cerchi un rookie che segna tanto, scegli Mitchell. Se cerchi il miglior rookie di tutti, allora scegli Simmons“. E non ha tutti i torti, Greenberg, a designare l’australiano come una delle future stelle del basket mondiale. Tuttavia limitare l’impatto che ha avuto nella lega Mitchell ai soli punti segnati è oltremodo riduttivo: arrivato dopo l’addio dell’uomo-franchigia Hayward, l’americano sta trascinando gli Utah Jazz, che si trovano a ridosso della zona playoff nella west-conference. E se, come è stato scritto su thebiglead, i Jazz rientrassero nelle migliori 8, allora il ROY non potrebbe che essere assegnato a Mitchell, vero uomo franchigia dei Jazz, a differenza di Simmons che condivide il ruolo con Embiid.

Grant Hill e Jason Kidd, 1995

Se non siete ancora convinti e non sapete scegliere fra i due, c’è una terza opzione, forse quella che può accontentare tutti: la vittoria congiunta. Una soluzione forse poco spettacolare e sicuramente poco americana, ma con un importante precedente nel 1995: la vittoria di Grant Hill e Jason Kidd.