Non sono molte le cose realizzabili in venti secondi. Puoi allacciarti le scarpe, gonfiare un palloncino, lavarti le mani o renderti conto se stai ascoltando il Diavolo in me di Zucchero o High time we went di Joe Cocker. Cose da comuni mortali. Tommie Smith invece di mortale non ha proprio niente. In meno di venti secondi ha corso 200 metri, ha preso tra le mani anni e anni di storie dell’atletica, li ha distrutti e con inchiostro fieramente nero ha scritto l’inizio di un nuovo capitolo. Il tutto in 19″83.

Siamo in uno di quegli anni che tutti ricordano, magari non si sa nemmeno il motivo, ma nella testa quella data è ben impressa, quasi sia un dovere morale. 1968. Sono gli anni delle rivolte socio-culturali, delle proteste delle masse formate da studenti, operai e gruppi etnici minoritari. Il fenomeno attecchì in ogni parte del mondo, Stati Uniti compresi. Lì le rivolte erano sostanzialmente per due grossi motivi: Vietnam e diritti dei neri. Da una parte un mazzo di fiori uniforme si movimentava pacificamente per far cessare il conflitto asiatico, dall’altra una rosa dai petali candidi (il movimento di Luther King) e dalle spine taglienti (le Pantere Nere del compianto Malcom X) sbocciava per garantire pari opportunità agli afroamericani, discriminati soprattutto nella parte sud del Paese. Il clima già rovente si fece sempre più insostenibile, degenerando in seguito agli omicidi di King, avvenuto il 4 aprile sul balcone di un motel di Memphis, e di Bob Kennedy.

Lo sport non si ferma quasi mai, tanto meno se in programma c’è una manifestazione di importanza planetaria come le Olimpiadi, che in quell’anno si svolsero a Città del Messico, preferita a Detroit. I mesi precedenti furono contraddistinti da numerose manifestazioni studentesche. Molti protestavano contro il presidente Ordaz, puntando il dito contro l’esosa cifra spesa per organizzare i Giochi, malgrado il Paese non navigasse proprio in acque limpide. A dieci giorni dall’inizio si verificò il massacro di Tlatelolco, dove l’esercito aprì il fuoco contro gli studenti nella piazza Delle Tre Culture per fermare i dimostranti. Il numero di morti non venne mai stabilito con certezza e le cifre fornite dalle fonti governative non hanno mai convinto a pieno.

In questo tumultuoso scenario presero il via i XIX Giochi Olimpici. Il 12 ottobre si alza il sipario, quando la prima tedofora donna della storia entra allo stadio con la fiaccola. Il pubblico segue entusiasta le corse che ogni giorno animano la manifestazione, le stelle sfilano sotto gli occhi della gente, che ha una gran voglia di divertirsi, di lasciarsi almeno per un po’ alle spalle i soliti problemi. L’atletica da sempre trova nelle Olimpiadi il suo momento di notorietà più alto, le corse veloci sono con ogni probabilità l’attrazione principale, specie se ci sono personaggi di fama mondiale.

È il 16 ottobre quando va in scena la finale dei 200 metri piani, la gara che passerà alla storia, che tutti mai potranno scordare. Qui entra in gioco Smith, atleta che difende i colori degli Stati Uniti, nazione che lui non l’ha mai difeso veramente. Smith è un fulmine, è rapido come una scheggia d’ebano che si infila nel sotto cute. Smith non si limita a vincere l’oro, Smith compie un’impresa titanica: vince in 19″83, diventando il primo uomo che la terra abbia mai visto correre in meno di venti secondi quella distanza.

Lo sport non può essere considerato solamente un passatempo, un gioco ininfluente. Lo sport ha una visibilità enorme, Smith lo sapeva bene e colse l’opportunità per lanciare il suo personale messaggio. Durante la premiazione della gara del giorno seguente, lo statunitense sale sul palco scalzo e con un guanto nero nella mano destra. Con lui anche i due altri premiati: l’australiano Peter Norman e il connazionale John Carlos.
Nessuno sembra capire quale diavolerie avesse pensato il fresco primatista mondiale, ma appena nel cielo messicano si alzarono le prime note dell’inno statunitense, i dubbi lasciarono spazio all’incredibilità generale.

Smith e Carlos abbassarono il capo, alzando al cielo rispettivamente il pugno destro e sinistro, entrambi ricoperti dal guanto nero. Il gesto, che per molto tempo si pensò non essere altro che il “Black power salute” dei neri d’America, in realtà venne poi spiegato dallo stesso Smith essere soltanto un “Human right salute”, in sostegno del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Infatti i due indossavano anche la spilla del movimento. Ovviamente il gesto voleva anche condannare le condizioni in cui i neri d’America dovevano convivere all’interno dei loro confini (evidente anche il riferimento alla povertà nel non indossare scarpe).

Pochi parlano dell’australiano, che per certi versi ebbe un ruolo chiave nella messa in scena. Sembra infatti che dopo essersi accorti che Carlos aveva scordato i suoi guanti al Villaggio Olimpico, fu proprio Norman a suggerire ai due di adoperarne uno a testa. La medaglia d’argento della gara inoltre aderì alla protesta dei due, portando anch’esso la coccarda del Progetto Olimpico sulla sua giacca.

Al termine dell’inno, dagli spalti iniziarono a sentirsi fischi e schiamazzi di vario tipo. L’indomani i due vennero esclusi dal Villaggio Olimpico e una volta tornati in patria non vennero affatto accolti come degli eroi. Stessa sorte toccò a Norman, abbandonato dalla sua Federazione, che gli impedì di prendere parte alla spedizione australiana per le Olimpiadi di quattro anni più tardi.

Morto nel 2006, durante il funerale furono proprio Smith e Carlos a portare la sua bara, in segno di rispetto e riconoscenza. Norman era giovane e promettente, ma la sua carriera finì appena appoggiò i piedi a terra, sceso da quel podio. Il suo Paese mai gli perdonò quell’affronto, tanto da non invitarlo nemmeno alle Olimpiadi di Sidney del 2000. Solo nel 2012, a sei anni dalla sua morte, il Parlamento australiano lo riabilitò, rendendogli le scuse. Scuse che mai potranno raggiungere il diretto interessato.