Solo quello che ci è vicino da un punto di vista temporale viene ricordato. Non so se questa ingiustizia nei confronti di ciò che è più datato sia colpa di una memoria abituata più a vivere per contesti storici/attuali oppure la poca voglia di informarsi, conoscere e scoprire. Il calcio, e lo sport in generale, sono da sempre manifestazioni lampanti di questa abitudine; conta l’ultimo risultato, e ciò che è più contemporaneo viene sempre visto come qualcosa di superiore, a prescindere, agli antecedenti. Recentemente nel campionato spagnolo, grazie ai contemporanei Messi e Cristiano Ronaldo che annichiliscono record su record, si è fatta menzione di un vecchio numero nove, ricordato da pochi, asturiano passato pure da Barcellona, precisamente sponda blaugrana e amico di Maradona, aiutò infatti l’argentino ad ambientarsi quando da Buenos Aires si accasò proprio nel capoluogo catalano. Ancora più recentemente, il 27 febbraio scorso, colui che è all’anagrafe è registrato come Enrique Castro ma meglio conosciuto Quini è venuto a mancare, vittima di un infarto, uno dei “colpi di testa” che la vita può riservare. Lui che con il nove cucito sulla maglietta, nel senso letteralmente del termine perché nelle maglie di una volta era così, di colpi di testa era un vero specialista. Proprio Maradona, venendo a conoscenza della sua scomparsa lo ha ricordato con parole d’elogio attraverso una lettera in cui sottolinea che ad oggi attaccanti come Quini non ci sono più.
Poco aggraziato come tutti i terminali offensivi dell’epoca e ancora meno nelle esultanze, che causano ilarità se pensiamo a quelle studiate, di gruppo o caratteristiche di un singolo giocatore che vediamo oggi. Nacque il 23 settembre 1949 ad Oviedo ma passa la vita, spegnendosi anche, nella rivale Gijón. La sua carriera calcistica è quasi tutta spesa allo Sporting, un David Villa ante litteram ma molto più prolifico e proprio come “el Guaje” vestirà con successo la maglia culè.
Un attaccante cinico e un vero rapace d’area: sono infatti cinque i titoli di capocannoniere in Primera División (tre con lo Sporting e due con il Barcellona) e due in Segunda (sempre con la maglia dello Sporting). L’ultimo risale all’82, quando poi nel “mundial” di casa Santamaría decise misteriosamente di non dargli molto spazio e anche l’anno precedente il titolo di Pichichi fu suo nonostante un episodio dai contorni tragici: dopo una gara casalinga contro l’Hercules fu rapito e tenuto ostaggio venticinque giorni. In un clima surreale e comprensibilmente in apprensione per il compagno, il Barcellona primo in classifica, senza il suo attaccante, rallentò la marcia e perse quel campionato. La liberazione avvenne il 25 marzo a seguito di una brillante operazione della polizia nei pressi di Saragozza con la squadra che non riuscì ad impedire che la Real Sociedad beffasse tutti e vincesse il primo titolo della ua storia.
E’ stato anche, in un certo senso, un Van Basten ante litteram, perche se il gol dell’olandese a Euro ’88 viene ricordato e classificato come memorabile, Quini si rese protagonista di una rete, una delle più belle da lui realizzate, molto simile al Rayo Vallecano a Madrid, con la maglia dello Sporting, dove una parabola perfetta si insaccò alle spalle del portiere sul palo lontano. Continuando il viaggio verso abitudini dimenticate e oramai lontane, il nostro Totocalcio (la schedina del “ho fatto tredici” per intenderci e antesignano di Snai e conti online) e la sua variante Totogol in territorio iberico sono meglio conosciuti come Quiniela e Quinigol, un caso involontario che però fa sorridere e fa pensare al matrimonio fedele e duraturo tra l’attaccante asturiano e il gol.
Nell’ultima gara casalinga del Barcellona, contro l’Atletico Madrid, apparentemente decisiva per le sorti del campionato –  e lo era altrettanto anche nell’81, anno del rapimento – è stato osservato un minuto di silenzio con l’esposizione di uno striscione con la scritta “Quini, sempre recordat”, sicuri che da quelle parti sarà davvero così. Il tutto è coinciso anche con l’ultimo saluto al nostro Davide Astori, scomparso nella mattinata di ieri. Un difensore e un attaccante, per una volta tanto vicini ma non per battagliare l’uno contro l’altro, come piaceva a Quini, un attaccante che di motivi per essere ricordato ne ha dati ben 219 in vent’anni di carriera e in un’epoca dove succedevano avvenimenti contestualmente diversi dalla realtà attuale, che lui per primo ha affrontato e vinto con la stessa freddezza che si ha a tu-per-tu col portiere, è stato a detta di molti l’attaccante più forte che la Spagna, nazionale più vincente degli ultimi anni, potesse mai vedere e avere.