Il 10 giugno 2016, la pagina Facebook della Croce Rossa di Messina comunicò che era in corso il salvataggio e lo sbarco di 536 persone migranti dalla nave tedesca Frankfurt. A queste persone, una volta tratte in salvo, veniva richiesto di fornire i propri dati anagrafici ed ogni informazione utile ai fini di identificazione e supporto burocratico. Sul suo foglio, un giovane quattordicenne di nome Musa Juwara scrisse solo due parole: “No parents” ( “nessun genitore”).

Musa aveva affrontato il viaggio da solo, senza saper nuotare e, una volta sbarcato, era stato trasferito in un centro di accoglienza nei pressi di Potenza. Lì il calcio ha preso per mano Juwara e la sua storia. Qualcuno lo vide giocare a calcio e decise di chiedergli di unirsi alla squadra del Mister Vitantonio Suma, la Virtus Avigliano, categoria Allievi. Musa segna 29 gol in una sola stagione e soprattutto il suo allenatore e la moglie diventano i suoi tutori legali e lo accolgono in famiglia.

La vita del giovane cambia radicalmente: riesce ad andare a scuola e il suo nome comincia ad essere sempre più chiacchierato nei campi di calcio fra gli osservatori di tutta Italia. Dopo un anno e mezzo dal suo arrivo in Italia, Juwara si trasferisce a Verona dove diventa un nuovo giocatore del Chievo ( con cui ha esordito in serie A) e nella sua prima stagione in Primavera segna 8 gol. Saranno 13 in 45 presenze totali quando, dopo la retrocessione dei veronesi in serie B, il Bologna di Mihajlovic ne acquista il cartellino e lo aggrega inizialmente alla formazione Primavera.

In sole 18 presenze con i rossoblù, Musa sigla 13 gol e 6 assist. Un bottino che porta Mihajlovic a farlo allenare regolarmente con la prima squadra e ad inserirlo sempre di più nelle rotazioni e facendolo esordire in Coppa Italia. Il primo gol in serie A è arrivato contro l’Inter domenica 5 luglio: con il suo ingresso in campo ha cambiato la partita, grazie alla sua velocità e al violento tiro mancino che ha piegato le mani di Handanovic. Una prestazione che lui ha commentato con un semplice “grazie” rivolto al suo allenatore.

La storia di Musa Juwara non è la tipica storia di un calciatore. Non è nemmeno la storia di una vita normale. È una storia che nel calcio ha trovato un mezzo per prendersi una rivincita, ma che nel calcio può ritrovare anche un megafono per dare voce alle altre migliaia e migliaia di storie non raccontate, che sono ignorate nel nome di un ideale bigotto o che, ancora peggio, sono state bruscamente interrotte dal mare e dall’egoismo.

Musa Juwara è molto più di un gol a San Siro: è il simbolo di un’Italia, di un’Europa intera che sta nascendo e che nell’integrazione può (ri)fondare le sue vecchie radici. Perché come lui, in quei barconi, ci sono persone che non calcheranno mai un campo di Serie A, ma che come Musa, nell’istruzione, nel lavoro e nello sport si realizzano e sulle quali non si può speculare in nome di chissà quale credo o programma elettorale.