Qualche giorno fa Dele Alli, con il suo settimo gol in quattro partite, ha spazzato via i sogni del Chelsea di Antonio Conte di infrangere il record di vittorie consecutive appartenente all’Arsenal (non ancora degli invincibili, ma quasi…). Storie nelle storie, come solo la terra che fu di Albione sa regalarci. La doppietta è stata realizzata dal giovane inglese, che da quest’anno ha deciso di farsi chiamare solo Dele, per troncare i legami con una famiglia che lo aveva abbandonato, salvo tornare negli ultimi anni vista la fama raggiunta dal talento nato a Milton Keynes.
La storia di White Hart Lane. La casa degli Spurs, che nel derby di Londra ribolliva di passione, a fine stagione passerà a miglior vita (sic). È stato l’ultimo derby e il ricordo verrà tramandato nei pub, di generazione in generazione. Dall’anno prossimo il Tottenham avrà una nuova abitazione, più spaziosa e soprattutto redditizia (nelle ultime fasi di costruzione dello stadio gli Spurs giocheranno a Wembley).

E poi c’è il Chelsea. Harry Kane aveva avvisato i rivali: “Non possiamo permettere loro di festeggiare il record nella nostra casa!”. E così è stato. Dal canto suo Antonio Conte si era detto poco interessato ai record, ma alla possibilità di costruire un grande Chelsea, capace già al primo anno di vincere la Premier. Possiamo dirlo: siamo stati un po’ tutti tifosi degli Spurs! Non ce ne vogliano, ma con una corazzata simile e un tecnico di primo livello, il divario sarebbe stato forse incolmabile. Al risveglio dallo “spezzatino” di calcio voluto dalle televisioni, la Premier è ancora tutta da vivere. Permettetemi una parentesi: è bello vedere il calcio in televisione, praticamente dal 26 dicembre (God save the Boxing Day) in poi si è giocato tutti i giorni. E fino a qui nessun problema. Il Chelsea, però, è arrivato alla sfida cruciale contro il Tottenham con cinque giorni di riposo, due in più rispetto ai rivali. Manchester City e Liverpool a capodanno hanno regalato al mondo del pallone uno spettacolo senza eguali, giocando un calcio a ritmi vertiginosi, e dopo meno di 48 ore sono tornate in campo (e un Liverpool inevitabilmente fiacco ne ha risentito, facendosi fermare da un Sunderland volenteroso ma poco più). Insomma, una situazione tutto fuorché equa.

Ma riprendiamo il filo del discorso. Il Chelsea è stato fermato, ma non si possono non annotare i meriti e la crescita della squadra del presidente Abramovich. La storia di Conte parla per lui. Ha svolto un lavoro esemplare con la Juventus, ereditando una squadra a pezzi e conducendola fino alla vittoria dello Scudetto. Non un caso, perché il leccese si è ripetuto, vincendo per tre anni consecutivi. Archiviata la parentesi bianconera, l’ex centrocampista ha accettato la corte della Nazionale Italiana. Con gli Azzurri ha partecipato agli Europei francesi. Una squadra in cui mancavano i talenti cristallini del passato italiano, ma che Conte, con la forza del lavoro, ha saputo plasmare a sua immagine e somiglianza. Alla fine è stato fermato ai rigori dalla Germania ai quarti, quando gli italiani già pregustavano un’estate da ricordare. Resta il rammarico, come affermato dallo stesso Conte: “Se avessimo battuto i tedeschi probabilmente saremmo andati fino in fondo”. Dopo una vacanza durata appena tre giorni, il tecnico è risalito in sella. La chiamata del Chelsea era troppo affascinante per essere rifiutata. Una nuova lingua. Una nuova città. Una nuova cultura. E dei nuovi giocatori. Negli ultimi anni il Chelsea aveva abituato i suoi tifosi a primeggiare, ma nello scorso anno ci fu una caduta vertiginosa, con il Club che finì il campionato in decima posizione (e l’esonero in corsa dello Special One Mourinho). Una débâcle.

Ci voleva un manager capace di ricostruire e ridare lustro a tutto l’ambiente. Ecco Conte. L’inizio fu incoraggiante: tre vittorie nelle prime tre partite, e l’ambiente gasato dai modi e dalla passione del leccese. Poi però sono arrivate le difficoltà: un pareggio con lo Swansea, la sconfitta in casa con il Liverpool e una pesante battuta d’arresto contro l’Arsenal (3-0). Inevitabilmente, non sono mancate le critiche e la sua panchina fu pure messa in discussione, tanto che i bookmakers – presenti massicciamente in Inghilterra – bloccarono le puntate su un suo esonero. All’orizzonte si presagiva il peggio. Quale arma usare per uscire dalla crisi? Semplice, ancora il lavoro (vocabolo che con Conte viene ripetuto fino allo sfinimento). Conte cambiò modulo, istallando il suo collaudato 3-5-1-1 o 3-4-3, togliendo dalla naftalina giocatori come Victor Moses o Pedrito e relegando in panchina Fabregas, non l’ultimo arrivato (ma utilizzato con arguzia quale primo cambio). Da lì la macchina Chelsea ha iniziato a viaggiare a velocità altissime, superando avversari a ripetizione. Alcuni numeri: 102 giorni d’imbattibilltà, 13 vittorie consecutive e soli 4 gol subiti. Annientando squadre come Manchester City, United, Everton, Tottenham e Leicester.

Per capire come Conte si sia introdotto nel mondo della Premier è interessante evidenziare come parli sempre in inglese. La società gli aveva dato la possibilità di esprimersi all’interno e all’esterno nel suo idioma, ma lui non ha voluto. La pronuncia non sarà oxfordiana, ma oggi il suo livello è già ottimo e apprezzato. Secondo il tecnico solo così si compatta l’ambiente e si può creare qualcosa di importante. Sta avendo ragione.
La recente sconfitta rende la Premier League più bella, ma quanto fatto dai Blues finora merita di essere sottolineato e, partiti senza i favori del pronostico, a gennaio sono la squadra più quotata per vincere. Riuscirà Antonio Conte ad indossare la corona di Re? Per lui la chiave è una: “Il lavoro (!) quotidiano. Solo con la fame e la cura dei dettagli si può raggiungere un obiettivo così difficile” – parole e musica del tecnico del momento.