Fra tutte le fobie di cui un essere umano può soffrire, l’acrofobia è forse quella più viscerale e particolare. La paura dell’altezza è, infatti, da un parte legata alla naturale paura di cadere, ma è in un certo senso amplificata dall’innato inspiegabile desiderio di provare a volare. “La paura è un’amica fedele – ha scritto l’arrampicatore Alex Hubered è al fianco della determinazione, necessaria per affrontare imprese considerate folli“.

Con lo spirito rinfrancato dalle parole di Huber e con le mani già sudate a causa della mia fobia dell’altezza, in questa quarantena ho deciso di rivedere due dei migliori film-documentario mai prodotti nella storia dello sport: “The Dawn Wall” (Netflix) e “Free Solo” (Disney Plus). Due incredibili avventure, due storie simili, ma anche profondamente diverse. Due leggende dell’arrampicata come Tommy Caldwell e Alex Honnold che intraprendono due imprese senza precedenti. L’unico meraviglioso teatro: El Capitan.

I 2307 metri di altezza di El Capitan si stagliano maestosi nel mezzo del Parco Nazionale di Yosemite, California. Se possedete un Mac allora probabilmente riconoscerete a prima vista la montagna, dato che il nome della dodicesima versione del sistema operativo OS X di Apple si ispira proprio a “El Cap”. Ci sono circa 70 vie per arrampicare i 1000 metri di parete di monolite granitico e arrivare alla vetta. E lo si può fare in diverse modalità, tempi e tecniche. E con diversi gradi di difficoltà e diversi gradi di pericolosità.

  • Tommy Caldwell, “The Dawn Wall”

Il 14 gennaio 2015, dopo innumerevoli tentativi nel corso di sei lunghi anni e dopo 19 giorni passati sulla parete, Tommy Caldwell e il compagno Kevin Jorgeson riescono nell’impresa di aprire la famigerata via denominata “Dawn Wall” e raggiungono la vetta di “El Cap”. Barack Obama dedica un tweet ai due alpinisti e la loro storia – in particolare quella di Caldwell – fa il giro del mondo. Il Dawn Wall è chiamato così perché è la parete che viene colpita per prima dal sole all’alba ed è sempre stata considerata impossibile da scalare. Troppo “piatta” e priva di appigli sufficienti per poter pensare di affrontarla. Per capirci: in una scala di difficoltà che va da 1 a 12+, il Dawn Wall è considerato di difficoltà pari a 11.

Caldwell in primo piano e Jorgeson dietro

Il documentario racconta della vita di Caldwell e di come è arrivato lì, sospeso a centinaia di metri da terra, con uno spigolo di 3 millimetri a cui aggrapparsi. Le immagini scorrono e si va a fondo nel suo passato e così si scopre di quando è diventato “qualcuno” nel mondo dell’arrampicata, di quando ha subito il più grande shock della sua vita e di quando, nel giardino di casa, si è tranciato due falangi dell’indice della mano con una carriera destinata a terminare per sempre a causa di una sega circolare.

Le immagini ritornano sullo spettacolare monolite di Yosemite mentre Caldwell e Jorgeson tracciano per la prima volta nella storia una via che li condurrà alla vetta e nella storia. Non posso che pensare che sono due folli, due irresponsabili mentre soffio ansiosamente sulle mie mani sudate. Eppure col passare dei minuti un sentimento di sopraffazione e profonda inspirazione ha la meglio su di me e, quando ormai anche gli ultimi metri di scalata stanno per terminare, la gioia negli occhi di Tommy Caldwell diventa la mia e arrivo a pensare che, forse, vivo come lui, seduto sull’orlo di un precipizio di 915 metri, non mi sentirò mai.

“Per certi versi, arrampicarsi tra le nuvole è confortante. Non puoi più vedere quanto sei in alto da terra.”

T. Caldwell
  • Alex Honnold, “Free solo”

Se l’impresa di Caldwell mi aveva radicalmente portato a cancellare i miei banali pregiudizi sul mondo delle arrampicate e del rischio ad esse connesso, Alex Honnold era pronto a riportare a galla tutti questi dubbi elevandoli all’ennesima potenza. Honnold è considerato uno dei più grandi scalatori della storia. Detentore di svariati record di velocità e grande amico di Caldwell, è passato alla storia quando il 3 giugno 2017 ha scalato in 3 ore e 56 minuti i 900 metri di parete di “El Cap”. Ma non è stata la velocità con cui l’ha percorsa a consegnarlo alla storia; bensì il fatto che abbia compiuto la scalata in free solo: nessuna corda, nessuna imbragatura, nessuna sicurezza. Solo il proprio corpo e il proprio sangue freddo.

“Free Solo” è il documentario vincitore del premio Oscar nel 2019 che racconta quella folle impresa. Oltre alla storia della vita di Honnold, il racconto passa anche per le interviste rilasciate dai cameraman che hanno deciso di riprendere tutta la scalata accettando il costante e concretissimo rischio che il loro amico compisse un errore e cadesse nel vuoto, magari distratto proprio da una telecamera.

L’impresa di Honnold è quanto di più diverso da quella di Caldwell. Per quest’ultimo, nei 19 giorni passati sul muro, momenti di gioia e frustrazione si alternavano quasi quotidianamente facendo divenire quella scalata una lunga battaglia psicologica col granito. Nel caso di “Free Solo”, invece, la lunghissima preparazione porta ad un unico “round” di quasi quattro ore con la parete in cui un singolo errore, anche un colpo di sfortuna, avrebbe voluto dire la morte di Alex. ”

Non c’è nessuna scarica di adrenalina. Se mi viene una scarica di adrenalina, significa che qualcosa è andato terribilmente storto.

A. Honnold

Il terrore di vederlo cadere nel vuoto ha condizionato la mia visione di ogni singolo frame di “Free Solo”. Tuttavia, anche in questo caso, quando Alex intraprende il tentativo definitivo, la tensione per un attimo si scioglie e come in una preghiera i suoi movimenti cominciano a susseguirsi in una leggera danza letteralmente sull’orlo del vuoto. Con lo sguardo rapito dai lenti movimenti di Alex, improvvisamente l’idea di essere sospesi a 500 metri da terra, senza nessun tipo di sicurezza, mi sembra totalmente comprensibile e, anzi, ancora una volta sento che non esista niente al mondo di più vivo che lui libero anche del peso fisico e mentale di un’imbragatura che lo tiene ancorato al mondo.

Alex Honnold e Tommy Caldwell

Le mani mi tornano a sudare e quasi chiudo gli occhi quando la telecamera si allontana e inquadra quel puntino sospeso su “El Cap”. Non mi trattengo e digito su Wikipedia “Alex Honnold”. OK è vivo, non potrà finire male. Eppure gli ultimi minuti non passano più e quando raggiunge la vita tiro un lungo-lunghissimo sospiro. Sono fisicamente provato e allo stesso tempo il luccichio sugli occhi di Alex mi provoca la stessa gioia che ho provato nel vedere Tommy Caldwell abbracciare la moglie e il figlio a 1000 metri da terra. Una gioia irrazionale che domani mattina mi sembrerà di nuovo completamente insensata. Ma per ora la tengo, come fosse mia, come se fossi sospeso a centinaia di metri da terra e non avessi paura di cadere.

Qui potete percorrere ogni singola via per salire sulla vetta di El Cap senza il rischio di cadere