È un pomeriggio freddo di novembre, con il sole ormai pallido che prova a splendere solo per onorare la memoria di mesi afosi da poco trascorsi.
Ho 12 anni, sono seduto sulla panca in legno dello spogliatoio e sono incazzato come una iena. Il mio allenatore ha appena consegnato la maglia numero 9 ad un mio compagno di squadra, segnale eloquente che mi lascia intendere che non giocherò dall’inizio, ma non è per questo che schiumo di rabbia.

La numero 9 è la maglia di Ronaldo, O Fenomeno, la mia ispirazione, il mio giocatore di riferimento. A 12 anni non si vuole altro che essere come il proprio idolo, e indossare quella maglia per me è un gesto sacrale, un rituale che compio tutt’ora quando (purtroppo) raramente mi capita di vestirla. E quel pomeriggio il rituale mi viene negato.
Svogliato e deluso, mi avvio spintonato da ogni parte dai miei compagni verso il borsone con le magliette rimanenti, mentre indirizzo mentalmente all’allenatore le poche parolacce che conosco, rassegnato all’idea di dovermi accontentare di un altro numero. Per me sono tutti uguali, come faccio a scegliere?

Li faccio scorrere tutti: numeri alti e senza appeal, piastrati su magliette sgualcite e lievemente intrise del sudore di qualche altro ragazzino, coperto soltanto da un penetrante odore di un sapone chimico industriale. 13, 16, 20, 18. Niente, non me ne piace nessuno. Poi, improvvisamente, una maglietta mi attrae. La libero dal fondo del borsone umido e la sollevo dal momento che mi ha bisbigliato qualcosa. Mi è familiare e non so perché. È il numero 14. Ci penso un secondo e poi un sorriso mi compare in volto, distraendomi per un secondo dalla delusione. La metto in fretta e furia e corro in campo a calciare palloni che mi arrivano a metà tibia. Un amico mi guarda e chiede “Che numero hai scelto?”.

“Il 14, come Henry”.

È straordinario come un numero possa diventare icona, simbolo, reliquia di un popolo che si vede accomunato dalla stessa fede. Quella calcistica, fra tutte, è da sempre la più predisposta a questo fenomeno e indubbiamente è la più romantica fra di esse.
E questa storia è la storia più romantica di sempre. Dimenticate Prévert e Verlaine. L’uomo che ha scritto questa storia è sì francese, ma non è un poeta maledetto, al massimo atipico. Perché pur senza penna d’oca e calamaio, in 20 anni di carriera ha regalato migliaia di emozioni a milioni di adulti e bambini.

Non c’è bisogno dei numeri, i numeri lo offendono.
Ha preferito fare parlare i momenti che hanno impreziosito la sua straordinaria carriera, meravigliosi come i fiori della Martinica, da dove proviene sua madre, e dolci come lo zucchero della Guadalupa, dove è nato suo padre.

Arriva una sera di luglio nella vita di Thierry. È seduto in panchina e indossa la maglietta della nazionale francese. Ammira un algerino con gli occhi di ghiaccio segnare due gol al Brasile di un Ronaldo in crisi mistica. A 21 anni é campione del mondo. E a 23 sarà campione d’Europa, da protagonista, in quella nazionale che era un omaggio alla storia coloniale francese. Le sere d’estate più belle della sua vita.

Intanto a Londra un alsaziano dagli occhi di ghiaccio se lo coccola. Abominevolmente superiore. Brama solo una coppa con delle orecchie enormi che vuole vincere per quei tifosi biancorossi che sugli spalti di un Highbury in legno venerano il suo 14. Arriva un altra sera d’estate. Non basta pennellare un cross sulla testa di Campbell, Lehmann si fa espellere ed Eto’o e Belletti fanno il resto. L’ha accarezzata quella coppa, sa che quel che resta degli Invincibili é in disfacimento e che non potrà vincerla a Londra. Con le lacrime agli occhi fa scadere il suo contratto e sale su un volo per Barcellona. La sera d’estate più brutta della sua vita.

Vi arriva contratto, quasi schiacciato dal peso del suo nome, e da quello di un 14 che in Catalunya vuol dire qualcos’altro. Lo guardano come un puma annoiato che vaga apparentemente senza meta per il campo. Non incide, e le critiche piovono.

Vede i giocatori del Real Madrid che corregli intorno a destra e a manca. Si fa dare una palla da Xavi e una da Messi. Dopo il secondo gol corre all’indietro, con Eto’o che gli tiene il viso fra le mani, mentre urla la sua liberazione. Dirà poi “Non ho mai esultato tanto in carriera per rispetto verso mio padre che disapprovava il fatto che volessi giocare a calcio per mestiere, ma oggi ho dimostrato davvero chi sono.”. Real Madrid: 2 Barcellona: 6. Fine primo set. Con Eto’o e Messi alla fine di quella stagione formerà il tridente più prolifico della storia del calcio iberico, da poco scalzati dalla MSN.

Se ne andrà anche da Barcellona e sarà una delle prime vere star oltreoceano, un ambasciatore del soccer negli States. Se oggi il calcio è il secondo sport più praticato dai bambini americani, lo si deve anche a lui. Ma in questa storia a stelle e strisce c’é un momento talmente romantico e talmente onirico che nemmeno Baudelaire sarebbe riuscito a immaginare, fra un goccio di assenzio e l’altro. 
Torna in prestito all’Arsenal per 4 mesi, e sembra quasi solamente una trovata pubblicitaria. I tifosi lo riabbracciano in un Emirates che trasuda un amore interrotto ma mai svanito.
Si gioca in FA Cup, la più antica competizione per club del mondo. L’Arsenal é bloccato sullo 0-0 da un ostico Leeds United. Wenger lo guarda, tocca all’eterno ragazzo di Les Ulis. Ha il 12 sulle spalle, perchè il 14 lo indossa Theo Walcott, che entra con lui e non riesce nemmeno a guardarlo in faccia, quasi vergognandosi dell’affronto portato al Re. Song gli serve un gran pallone. Il resto é ammantato da una brina di leggenda. Viene giù tutto.

Perchè Thierry Henry é in questi momenti. È nel suo urlo ” I’M BACK, I BELONG HERE!” rivolto alla sua gente. È nella mano appoggiata al fianco prima di battere una punizione. È nelle scivolate lunghissime verso le tribune, immobile, devastante come una valanga.
E propio lui che in campo ha raramente regalato un’emozione a se stesso, si concede una lacrima quando viene scoperta la statua dedicata a lui che fuori dallo stadio lo ritrae in uno dei tanti momenti dove scivolando mostrava la sua potenza, glaciale in viso e furente nell’anima.

Oggi è il compleanno di un simbolo, un’icona, un pezzo della mia infanzia.
Quel pomeriggio di novembre non credo di aver giocato, ma per un secondo mi sono sentito forte come te.
Merci bien TT.

«He may be cast in bronze, but he′s still capable of producing truly golden moments»