Cinismo: “Modo di sentire, di comportarsi e sim. caratterizzato da indifferenza e disprezzo nei confronti di qualsiasi ideale umano”.

Questo è ciò che si può leggere alla 374esima pagina delle 2176 che compongono “lo Zingarelli 2000”, dizionario le cui pagine, generate con il sacrificio di un qualche albero ad alto fusto, vengono sfogliate ad intervalli di lustri, grazie, o per colpa, ai siti internet che svolgono il medesimo lavoro quasi altrettanto bene e sicuramente in maniera più rapida. La definizione appare abbastanza impietosa e sembra non lasciar spazio a ricorsi su una concezione positiva del termine. È quello che cercò di farmi capire anche un docente di italiano, quando ci imbattemmo durante una lezione nel termine cinismo e uno dei miei compagni di classe ne chiese il significato. Forte di diverse ore passate a guardare tennis in TV, rimasi sorpreso nel sentire una descrizione tanto negativa della parola.

Ciò che probabilmente allora mi sfuggiva era quanto nel tennis, e in generale negli sport individuali, diversi aspetti considerati riprovevoli nella vita di tutti i giorni sono in realtà qualità fondamentali quando ci si ritrova, da soli, contro un avversario. La smania di vittoria, lo stesso cinismo e in generale il concetto di “Mors tua vita mea” sono essenziali per far dello sport il proprio lavoro, soprattutto se lo sport in questione nemmeno prevede che i due contendenti possano uscire dal campo in parità. Nel caso specifico, il cinismo non assume connotati negativi, ma si può forse definire come la capacità di sfruttare il più possibile le occasioni che vengono offerte dal proprio avversario. Per rifarsi a “Il Principe” di Machiavelli, si potrebbe arrischiare un parallelismo tra il cinismo nello sport e quella virtù che è richiesta al Principe per cogliere l’occasione fornitagli dalla fortuna, al fine di concretizzare le proprie doti.

Nel tennis, uno dei momenti più delicati che un giocatore professionistico si trova ad affrontare è quello in cui rischia di perdere il proprio game al servizio o, viceversa, quando è lui a poter levare la battuta al suo contendente, quando si trova cioè ad affrontare un “break point”, letteralmente un punto (potenziale, aggiungerei io) di rottura. Soprattutto nel tennis maschile, dove il servizio ricopre una funzione più determinante rispetto al circuito femminile, cedere il servizio significherebbe ritrovarsi in una situazione di svantaggio non indifferente. Sfruttare dunque una palla break può fare la differenza tra l’uscire dal campo sorridenti o dirigersi verso lo spogliatoio con l’asciugamano in testa per nascondere la frustrazione.

Al fine di capire quanto il cinismo influisca tra racchette e palline è bene affidarsi a qualche numero. In particolare, il sito ufficiale del circuito maschile offre un’interessante statistica denominata “Under Pressure”, in cui vengono considerate sì le palle break salvate e convertite, ma anche altre situazioni in cui ci si gioca letteralmente la partita, come i tie-break e i set decisivi.

Dando un’occhiata ai dati del 2016, i primi due posti sono occupati, a posizioni invertite, da coloro che hanno dominato la scorsa stagione: Novak Djokovic e Andy Murray. Se non stupisce trovare i due protagonisti dell’anno in cima a questa speciale classifica, anche le posizioni che seguono sembrano evidenziare quanto l’aspetto mentale sia fondamentale nel tennis: nelle prime 10 posizioni sono presenti 8 giocatori che hanno chiuso l’anno nei primi 18 giocatori del mondo. E se tra questi grandi nomi stupisce magari trovare un Viktor Troicki, buon giocatore, ma non di certo un campionissimo, l’altro “intruso”, un certo Juan Martin Del Potro, risulta essere molto meno inaspettato. L’argentino ha chiuso la stagione al numero 38 del ranking, ma è stato da questo punto di vista molto penalizzato dalla scarsa quantità di punti utili assegnati dalla Coppa Davis, vinta, e dall’argento olimpico, conquistato dopo l’eccellente scalpo di Novak Djokovic al primo turno.

Nonostante le statistiche fornite dall’ATP siano simili anche per le annate precedenti, nel tennis ci sono anche casi di giocatori che, pur non sfruttando particolarmente bene le occasioni loro offerte, hanno comunque costruito una carriera rimarchevole. L’esempio più eclatante, in questo senso, risiede forse tra i confini del nostro Paese: si parla proprio di Roger Federer, che di presentazioni non ha certo bisogno. Lo svizzero non ha infatti mai avuto un gran feeling, in relazione ai risultati ottenuti, con i cosiddetti punti “che scottano”.

Nella classifica che tiene conto della percentuale di break-point convertiti, l’icona elvetica è riuscita a posizionarsi tra i primi 10 solo nelle lontane annate del 2002 (nono posto), quando ancora non aveva sollevato un trofeo Slam, e nel 2005, anno in cui chiuse al decimo posto questa speciale classifica. Molto più frequenti invece i posizionamenti intorno al 20-25° posto, che di certo non rispecchiano i sensazionali traguardi raggiunti sul campo. Dando uno sguardo all’intera carriera, il giocatore di Basilea, considerato sicuramente uno dei più grandi tennisti, se non il più grande, di tutta la storia, si posiziona solamente al 71esimo posto in questa speciale classifica, ben lontano dai suoi grandi rivali Rafael Nadal (2° ), Novak Djokovic (8°) e Andy Murray (9°).

Altro tallone d’Achille riconosciuto al giocatore rossocrociato sono le partite perse dopo aver avuto a disposizione la palla per chiudere l’incontro. Tra le numerose occasioni, risaltano sicuramente la finale persa a Roma (torneo mai vinto da Federer) nel 2006 contro Nadal e le due semifinali consecutive agli US Open (2010 e 2011), entrambe perse contro Novak Djokovic, capace di salvare non una, ma ben due palle match. Non fa eccezione in questo trend nemmeno l’annata incredibile che sta vivendo il campione rossocrociato in questo sensazionale 2017. In due delle tre partite perse in stagione (fa eccezione il match in cui King Roger è stato sconfitto da Alexander Zverev), si è presentata al 19 volte campione slam l’occasione di chiudere il match in proprio favore, prima di subire le rimonte di Donskoy a Dubai e di Haas a Stoccarda.

Al di là di questa piccola grande eccezione, dettata probabilmente da un talento tanto decantato quanto evidente, i dati dell’ATP mostrano che l’aspetto mentale nel tennis è importante quanto, se non di più, della qualità di gioco espressa. È infatti raro trovare giocatori mediocri nelle prime posizioni delle classifiche dedicate alla percentuale di occasioni sfruttate.

Insomma, se è lecito sperare di incontrare meno gente spietata possibile nel corso della propria vita, bisogna assicurarsi di essere provvisti di una buona dose di cinismo se si vuol intraprendere una carriera sportiva di successo, in particolare nel tennis, lo sport forse più solitario che esista.

Matteo Manganiello