Otto milioni e mezzo di chilometri quadrati di estensione, duecento milioni circa di abitanti e tante tradizioni folcloristiche, eppure il Brasile non è solo samba e Carnevale di Rio. Il Brasile è anche sentimento, spesso un sentimento struggente, la saudade. Il Brasile è anche sport, arte, passione, musica. Il Brasile è eclettismo puro.

E’ facile perdersi tra gli skyline delle città brasiliane. Affogare in una fantasiosa forma a mezza luna dalle facciate rivestite di rame invecchiato, il dinamico ed inusuale Hotel Unique di Ruy Ohtake a San Paolo, oppure tra le sensuali “sculture” architettoniche e la Brasilia di Oscar Niemeyer e Lucio Costa o, ancora, immergersi nell’astrattismo paesaggistico di Roberto Burle Marx e del suo waterfront lungo l’Avenida Atlantica di Rio de Janeiro, per intenderci a ridosso delle spiagge di Copacabana e Ipanema, per citarne alcune.

Ma è proprio in questo effimero, seppur costante senso di smarrimento poetico, che si può comprendere davvero cosa sia il calcio per il Brasile. Un calcio segnato da sempre da elevati tassi tecnici, un calcio offensivo, un calcio dove spesso chi non sa accarezzare soavemente la sfera con i piedi viene visto come diverso, d’altronde come non potrebbe esser così nella patria di Edson Arantes do Nascimento o, se preferiamo, semplicemente Pelè.

In Brasile persino i difensori hanno il dovere di saper calciare il pallone con grazia e se capita, perché no, fare anche goal. Lo sa bene un ormai ragazzotto nato nello Stato del Paraná, a Pato Branco, Rogério Ceni, che di goal ne ha fatti centoventinove, ma c’è qualcosa da precisare: Rogério di mestiere non fa l’attaccante o il trequartista, neanche l’incursore di centrocampo, fa il portiere, è un estremo difensore e buona parte delle reti segnate sono frutto di calci piazzati. Sembra quasi bizzarro veder calciare delle punizioni da uno che indossa i guantoni, sembra goffo, ma al tempo stesso maledettamente elegante nel calcio al pallone.

Quel pallone a distanza di anni è stato raccolto da un altro portiere, adesso il nostro primo attore, e calciato forte, molto forte, forse ancora un pizzico meno preciso rispetto a quello di Rogério, ma efficacie ed esplosivo al punto da mandare più volte in rete i propri compagni di squadra direttamente dalla rimessa dal fondo. Il nostro protagonista ha appena ventiquattro anni, è nato il 17 agosto del 1993 ad Osasco, un comune del Brasile nello Stato di San Paolo, e, come fosse un segno del destino, a quindici anni si è ritrovato proprio nel vivaio del São Paulo Futebol Clube, la casa di Rogério Ceni per intenderci.

Dopo qualche anno, quasi diciottenne, vola in Europa ed atterra in Portogallo, Lisbona, sponda bianco rossa, siamo al Benfica, siamo all’Estádio da Luz. Qui, completata la trafila delle giovanili, l’estremo difensore viene mandato in prestito: prima in terza serie al Ribeirão, poi, come fosse una manna dal cielo, al Rio Ave. Diciamo “manna dal cielo” perché, effettivamente, qui trova un allenatore che non lascia nulla al caso – no, non è ancora tempo di Pep Guardiola – parliamo di Nuno Espírito Santo, che fa del giovane portiere un vero e proprio regista arretrato, arretratissimo verrebbe da dire, bravo a far partire dal basso la manovra, ma altrettanto a difendere la porta, d’altro canto tra i pali al Rio Ave si trattano bene, l’altro portiere risulta essere Jan Oblak, oggi all’Atletico di Simeone.

Chiusa la parentesi dei prestiti si torna a Lisbona, si torna al da Luz, si torna al Benfica. Il balzo è importante, ma il giovane estremo difensore si mostra altrettanto pronto: ottimi riflessi, tempi d’intervento quasi perfetti e coraggio fuori dal comune nelle uscite, a vederlo non ci sarebbero neanche dubbi, sembra quasi un lottatore di jiu jitsu: 188 cm per quasi 90 kg e, per non farsi mancare nulla, dal dischetto ipnotizza più volte il tiratore avversario. E’ in un’apparizione all’Allianz Arena che strega il suo futuro allenatore, bloccando sistematicamente il duo Müller-Lewandowski tranne che in un’occasione su Vidal e lancia profondo quando rinvia, costringendo il Bayern a difendere basso durante la partita, permettendo al Benfica di uscirne quasi indenne.

Il portiere si prende le luci della ribalta al Benfica, mantenendo livelli prestazionali elevati e la chiamata importante ovviamente non tarda ad arrivare: 1º giugno 2017, il Manchester City lo preleva dalle Águias per la cifra record di 40 Milioni di euro circa, cifra strabiliante per un portiere, e guarda caso a volerlo fortemente è proprio quell’allenatore che ne era rimasto colpito all’Allianz, un altro allenatore che ama giocare palla a terra ed ama impostare dal basso e questa volta, chiaramente, non si tratta di Nuno Espírito Santo, questa volta si tratta proprio di Pep, Pep Guardiola. Guardiola affida le chiavi del proprio gioco al giovane portiere, affida i Citizens alle sue parate ed al suo piede raffinato, gli chiede di fare un po’ il Neuer, ma a modo suo, a modo dei brasiliani, con un pizzico di sana e pura razionale incoscienza.

L’esordio in Inghilterra è estremamente positivo, così come l’avvio del Manchester City in Premier ed in Champions e se Owen Hargreaves afferma che in Premier League molti centrocampisti possono solo sognare il tocco di palla del nuovo portiere del City, oltre alle parate sensazionali di cui si rende protagonista, beh allora c’è da credere in lui fino in fondo, c’è da credere, per chi non lo avesse ancora intuito, in Ederson Moraes: un estremo difensore eclettico come la sua Patria e dinamico come la sua personalità. Il Manifesto del portiere futurista.