California, anni Settanta. Jay Adams, Tony Alva e Stacy Peralta, tre ragazzi di Dogtown, il quartiere malfamato di Venice, rivoluzionano lo skateboarding grazie alla geniale intuizione di trasferire il “volo sull’acqua” sull’asfalto – in pratica mettono le ruote da skate alla tavola da surf, il genio sta nella semplicità! – perché “c’è più cemento al mondo che onde da surfare, e quindi c’è da fare soldi”.

 

Storia vera, raccontata nel film Lords of Dogtown (2005), con Catherine Hardwicke alla macchina da presa affiancata dallo stesso Stacy Peralta (già autore del documentario Dogtown and Z-Boys del 2001) alla sceneggiatura e in qualità di consulente per le riprese acrobatiche sullo skate.

Riprese che, mantenendo la camera a pochi centimetri dalle tavole da skate dei ragazzi, seguendoli fino alle piscine lasciate vuote per la siccità abusivamente occupate e tallonandoli tra i vicoli degradati di Los Angeles, ben rendono da una parte la vitalità e la spettacolarità di questo sport, dall’altra come esso venisse dalla strada e almeno inizialmente fosse praticato con grande passione. Perché ormai, come ogni cosa, quando il business prende il sopravvento, la genuinità ne risente, la competitività sale alle stelle e le amicizie si logorano. Per conquistare la notorietà e le prime pagine delle riviste bisogna infatti accettare la sovrastruttura commerciale, cosa che ha diviso i nostri protagonisti in quanto non tutti i membri dello Zephir Team sono stati disposti a conformarsi. O meglio, ognuno l’ha fatto a modo suo, perché in fondo qualcosa che li ha accomunava c’è sempre stato: la necessità di sfogare la rabbia nei confronti di un paese in crisi di identità e ancora devastato dalla sconfitta in Vietnam che fagocitava anche chi aveva grandi idee ed entusiasmo, sfrecciando su una tavola di legno e quattro ruote.

Tra lo zigzagare sfrenato delle tavole, il punto forte di questa pellicola – oltre a rappresentare un vero cult per gli appassionati di questa disciplina – sta nel riuscire a catapultare con efficacia lo spettatore nel contesto socio-culturale californiano degli Anni Settanta, a fargli respirare quell’aria di trasgressività, di ribellione, di droga, di festini, di sole e di spiagge, di belle donne, di precariato, di corruzione, di punk, di fast food e fast love e soprattutto di rapporti familiari difficili e incomprensioni generazionali. Insomma, un buon equilibrio tra forma/tecnica e sostanza/contenuto e tra scene d’azione e momenti più intimisti.

Lords of Dogtown è inoltre impreziosito da alcuni camei dei veri protagonisti della vicenda, che si riservano piccole e per niente invadenti apparizioni. Davvero azzeccata poi la breve ed esilarante comparsa di Tony Hawk, star mondiale dello skateboard contemporaneo che tutti conosciamo, nei panni di un astronauta (il futuro, la nuova generazione) che durante un servizio fotografico scivola ridicolmente sulla tavola del giovane Stacy. Tra l’altro, fu proprio Peralta a scoprire Hawk e a portarlo alla ribalta eleggendolo suo naturale erede.