In questa rubrica dedicata ai film sportivi non abbiamo ancora trattato il rugby. Perché non colmare allora questa lacuna tramite l’analisi di una delle migliori pellicole dedicate a questo sport e per giunta diretta da uno dei registi – e attori – più importanti degli ultimi 50- 60 anni?

A questo punto avrete sicuramente intuito che l’opera e il personaggio in questione sono rispettivamente Invictus – L’invincibile (2009) e Clint Eastwood. Il lungometraggio realizzato dal Cowboy di Sergio Leone è un adattamento cinematografico del romanzo Ama il tuo nemico (Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game that Made a Nation) di John Carlin, a sua volta ispirato a fatti realmente accaduti. La trama si sviluppa infatti attorno agli avvenimenti che ebbero luogo in seguito alla liberazione di Nelson Mandela (interpretato magistralmente da Morgan Freeman, suo grande amico nella vita reale) del 1990 dopo 27 anni di prigionia, in particolare in occasione della Coppa del Mondo di rugby del 1995 tenutasi in Sudafrica poco tempo dopo l’insediamento di “Madiba” quale presidente della nazione, evento che decretò la fine dell’apartheid e l’inizio di una nuova era. Il titolo, invece, prende spunto dalla poesia omonima di William Ernest Henley, utilizzata dal Leader per farsi forza durante le lunghe ed estenuanti giornate passate in carcere nel corso del periodo di segregazione razziale sopramenzionato.

Invictus – L’invincibile (2009) è un dramma biografico a carattere sportivo intriso di tematiche sociali. Eastwood ci propone infatti un Sudafrica profondamente diviso a causa di gruppi sia di neri che di bianchi che, anche dopo la fine ufficiale dell’apartheid, provano ancora odio, paura e diffidenza gli uni nei confronti degli altri. Madiba vuole assolutamente sanare queste fratture sociali, e quale rimedio migliore adottare se non quello di avvalersi della disciplina sportiva più popolare dell’Africa meridionale (il rugby appunto) per unire il popolo e in seguito far fronte a problematiche come la disoccupazione, l’istruzione, la criminalità, la sanità e l’economia? Il Premio Nobel per la pace del 1993 decide così di entrare nelle grazie del capitano degli Springboks – all’epoca squadra ancora simbolo dell’orgoglio bianco afrikanerFrançois Pienaar (interpretato da Matt Damon) e di convincerlo a cambiare prospettiva per ciò che concerne temi di natura razziale e sociale: in tal modo, ne è convinto, non solo vinceranno i Mondiali, ma riusciranno pure nell’impresa di ricucire almeno in parte la spaccatura che attanaglia il loro Paese.

La poesia Invictus diventa così uno degli elementi chiave dell’intera pellicola, fungendo da simbolo di forza, di perseveranza e di speranza, che, così come fece con il Presidente, ispira il team di rugby conducendolo alla vittoria, non solo sportiva. “Grazie per tutto quello che hai fatto per questa nazione” sono le uniche commosse parole che il Leader rivolge al capitano degli Springboks dopo il successo ottenuto in finale, come a intendere che in questo match c’era in palio ben più di una coppa. Lo sport come catalizzatore per diffondere un sentimento e un’idea di unione, quindi. Lo sport come rivalsa e riscatto sociale. Roba già vista mille volte, direte, ma fidatevi, in questo caso il tutto viene veicolato elegantemente dal regista attraverso una metafora politica riuscendo, come spesso accade nel suo Cinema, a conciliare gli opposti e a non sfociare nel banale, nel sentimentalismo e nel buonismo. Invictus – L’invincibile (2009) è un film buono, non buonista, che, grazie ad uno stile narrativo e ad una messa in scena classici e privi di particolari virtuosismi – fatta eccezione per l’effetto rallenty e il montaggio alternato terreno di gioco – spettatori allo stadio – pubblico a casa/al bar usati per creare un po’ di pathos e di empatia nell’ultima parte della sfida contro la Nuova Zelanda – ormai a poco più di 100 anni dalla sua nascita, vuole celebrare uno dei personaggi più emblematici ed importanti del XX secolo e il contributo che quest’icona scomparsa un lustro fa ha dato all’umanità, senza risparmiarsi però di dare spazio al suo talvolta fragile – ma sempre umile – lato umano.