Da qualche parte alle falde del vulcano Bromo, 30 giugno
Notte
Ci perdiamo fra le colline costellate di campi e risaie che fluttuano sopra il nostro snodo, Probolinggo. Le case quassù si contano sulle dita di una mano. Dormiamo sopra le nuvole, dopo esserci arrampicati su strade strette e sperdute. Di qui gli antichi romani non sono passati. Le colline non vengono toreate, aggirate, schivate dai tornanti, e quando si sale, si sale. Arriviamo nel cuore della notte. Ci concedono qualche ora di sonno, ma come chiudiamo gli occhi, un clacson e dei fari ci rapiscono di nuovo. Sono le 3.00 del mattino. Andiamo a sfidare il vulcano.

Alba
Camminiamo su ciò che pare essere stato un lago in un passato lontano, e che ora non esiste più. La nebbia e il fumo ci spintonano, negandoci un orizzonte più lontano di qualche metro. A destra e a sinistra, sporadicamente, scalpitii sordi di figure di un altro tempo. Uomini bardati e nascosti da veli colorati ci sorpassano a cavallo, lanciati verso il nulla, avvistabili solo per un istante. Dobbiamo inerpicarci fin dentro la bocca del drago Bromo che sbuffa cenere, vapore e fumo in faccia all’alba pallida, che si condensa in una fanghiglia color mercurio e ci cola addosso, inghiottendoci fino alle caviglie.

Da qualche parte alle falde del vulcano Bromo, 1 luglio
Mattino
Un vecchio fuma foglie acri su una panchina, lo sguardo perso nelle montagne. Nelle rughe che scavano il suo viso, si è posata la polvere. Dà l’impressione di riuscire ancora a caricarsi sulle spalle le ceste colme di chili di pietre laviche che gli indonesiani raccolgono dal fondo dei vulcani. Chissà da quanto è lì. Si mette in posa non sapendo di essere straordinario.

Isola di Bali, Denpasar, 3 luglio
Pomeriggio
Mi sveglio di colpo sull’ennesimo bus che ci sballotta ovunque. Avrò dormito forse 10 ore negli ultimi 6 giorni. Ho una strana sensazione. Mi sembra di essere tornato a casa, ma siamo in viaggio solamente da una settimana. Guardo fuori dal finestrino. Vedo le risaie che colano nel mare. Vedo il sole, finora timido e scostante. Vedo l’Indonesia accoglierci in un abbraccio.
Forse ora si fida di noi.

Isola di Bali, Padangbai, 4 luglio

Padangbai è un villaggio di pescatori sulla punta più a oriente di Bali, che, non fosse per qualche motoscafo e qualche sporadica automobile, dà la sensazione di trovarsi fuori dal tempo. È il porto per raggiungere le isole Gili, dove intendiamo passare non meno di una settimana per riprenderci dai frenetici giorni di Giava. Mi tuffo per la prima volta in mare e mi sento vivo. Mi investe un turbinio di pesci di colori che non pensavo esistessero. Mi sdraio su uno scoglio e vedo una trentina di bambini su una spiaggia poco lontana gridare e ridere. Fra i loro piedi rotola qualcosa. Mi giro verso Ivan e gli chiedo se vuole seguirmi. La risposta è chiaramente “no”. Del resto è coordinato come un rinoceronte, e da sempre detesta il calcio.

Mi tuffo e in due bracciate raggiungo i ragazzini con i quali non ho una lingua in comune. Indico la palla e il linguaggio universale del pallone fa il resto. Giochiamo per quelle che mi paiono ore, mi attaccano in 10 alla volta, a piedi nudi sulla sabbia incandescente e fra le risate e le urla me li carico in spalla. Ad ogni gol imitano l’esultanza di Ronaldo, o il cuore con le dita come Neymar.
Sono costretti a guardare lontano, perché il movimento calcistico nazionale sembra essersi assopito profondamente dopo il mondiale del 1938, e il paese che conta ad oggi 261 milioni di abitanti, non riesce a mettere assieme 11 uomini che possano competere con il resto del mondo.
Eppure, c’è stato un tempo in cui non era così. C’è stato un sussulto, un fulmine nel buio della notte dove è sprofondato il calcio indonesiano. C’è stato il figlio del cameriere.

È calata la sera sull’isola di Sulawesi, e come dopo ogni tramonto, il Sultano di Gowa è triste. È ricco, potente, ma inconsolabile. Ormai ha imparato a riconoscere la malinconia, e sa come combatterla. Fa chiamare Nyo’lo, il suo cameriere, mentre gli altri servitori issano una rete ad altezza più o meno da pallavolo. La pallina in vimini volteggia grazie alle rovesciate spettacolari di Nyo’lo che con i piedi colpisce dove gli uomini normali, con le mani, non osano arrivare. È il miglior giocatore di Sepak Takraw del regno, l’unico capace di sfidare la gravità e di far ricomparire il sorriso sul volto del Sultano. Lo guarda con occhi giganteschi, nascosto dietro le colonne del palazzo, suo figlio, che vuole diventare forte e spettacolare come il padre.
Pare una favola.

Negli anni ’50 in Asia esiste una sola potenza calcistica, che si permette di dire la sua in anche in Europa. È l’India, che nel 1948 arriva alla semifinale delle Olimpiadi di Londra, e a Ilford, senza scarpe, per 90 minuti tiene la Francia sullo 0-0, prima di capitolare, dopo aver sbagliato due rigori. Non sono una meteora.
È il 1950. Al cinema c’é Cenerentola, si corre la prima gara di Formula 1 a Silverstone, e il 26 gennaio l’India ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna sotto la guida di una grande anima. È un paese nuovo, vivo, in cui la nazionale di calcio ha contribuito a creare un’identità comune nelle mille sfaccettature di un paese perso nelle proprie spiritualità. Si qualifica incredibilmente ai Mondiali brasiliani, dove però non andrà mai. Ma questa è un’altra storia.

Le coppe d’Asia del 1954 e del 1958, a detta di molti, non andrebbero nemmeno giocate. L’India da questa parte del mondo in effetti spadroneggia, e c’é chi pensa con cognizione di causa, che il trofeo, che ha conquistato in casa nella prima edizione del 1951, lo si potrebbe lasciare tranquillamente a Nuova Delhi. L’India é forte, ha esperienza internazionale, ha un grande allenatore e grandi giocatori.
Vincerebbe sempre, se non fosse per lui. 

Il figlio del cameriere è cresciuto, ed è molto più tecnico e atletico di suo padre. La palla in vimini non gli basta più. Preferisce quella grande in cuoio, e decide di prendere l’Indonesia per mano. Battono perentoriamente 4-0 l’India, eliminandola dalla competizione ai gironi nel 1954, e quattro anni dopo vincono il bronzo, dandone ancora 4 all’India nella finalina. Rusli Ramang è un giocatore che non esiste. Non è impostato per il calcio come gli altri, perché delle acrobazie del padre non si è mai scordato. Per lui è più facile segnare in rovesciata da fuori area che di piatto dentro l’area piccola. Come in tutte le  storie di questa parte del mondo, il confine fra realtà é fantasia non é propriamente delineato, ma i racconti ci consegnano un acrobata del gioco, leggero come la brezza delle Molucche e devastante come i monsoni di Komodo. È un funambolo pirotecnico specializzato nell’abbattere i giganti.

1956. I diavoli venuti dai vulcani hanno sculacciato i fenomeni indostani da ormai due anni e hanno raggiunto i quarti di finale delle Olimpiadi di Melbourne grazie all’aiuto del Vietnam del Sud, che vedendo la guerra avvicinarsi, ha dato forfait. Incontrano l’Unione Sovietica del ragno nero Lev Yashin, che ai Mondiali di Svezia del ‘58 farà capire di essere una contender, e che fra quattro anni vincerà l’Europeo. Il 29 novembre del 1956 all’Olympic Park Stadium di Melbourne, contro ogni legge astrale, l’Indonesia ferma clamorosamente il colosso sovietico sullo 0-0. Ai tempi non esistono i supplementari e la partita deve essere rigiocata. Due giorni dopo, allo stadio si presentano 6.000 spettatori, il doppio di quelli che avevano presenziato a quella che pareva una storia finita ancora prima di cominciare, per vedere i fenomeni venuti dall’arcipelago guidati da Ramang.
Perderanno 4-0, senza riuscire però a cancellare lo storico pareggio dell’andata, che, ad oggi, è il più incredibile risultato nella storia del calcio indonesiano.

Saluto i bambini e mi rituffo in acqua. Sorrido.
Per carità, bravini Ronaldo e Neymar, ma vuoi mettere col figlio del cameriere?