È difficile rappresentare Paul Scholes, perché è tante cose. È trascendentale. È lineare. È un elogio all’evanescenza. Totalmente disinteressato a tutto ciò che indirettamente riguarda il pallone che rotola in campo, e non per scelta, ma per una bambinesco candore. Vita notturna? Interviste? Sponsor? Queste cose non c’entrano col calcio. Alla fine dell’allenamento i compagni birreggiano nei pub, mentre lui torna nella sua stanza che a qualsiasi ora del giorno è “pitch black”, con le tende completamente chiuse e la tele accesa, in pantaloncini sul letto. È ectoplasmatico. È invisibile, ma è anche tremendamente concreto.
Paul Scholes è quel meraviglioso momento che segue un corner,  dove in una mischia eneidica, qualcuno o qualcosa riesce ad allontanare il pallone. Si forma un grande buco fuori dall’area di rigore, una terra di nessuno, e la telecamera che segue la palla non riesce ad inquadrare l’intero campo. In quel preciso istante di tremenda incertezza tutti speriamo arrivi prima uno dei nostri sul pallone, che sia con un’entrata a tenaglia di quelle che rovinano le carriere o con una romanticissima sparecchiata per allontanare il pericolo.
Non sperateci se in campo c’è lui. Lui si materializza sempre in quella terra abbandonata da Dio e dagli uomini. La telecamera che non l’ha visto arrivare lo inquadra per un decimo di secondo, ma poi deve voltarsi di nuovo a seguire la palla, perché spesso e volentieri, al volo, dal piede destro di quell’apparizione paranormale coi capelli rossi parte un terra aria che finisce sotto l’incrocio.
Paul Scholes é scostante. È l’antitesi dell’occhiolino alla telecamera che passa in rassegna i giocatori in rango prima del match.
Paul Scholes è divertentissimo. Se sei un giocatore dello United sai che se ti allontani durante l’allenamento per la più classica delle pipì, non devi mai voltargli le spalle. E se non lo sai, lo impari velocemente. Che tu sia a 15 o a 65 metri da lui,  se lui ha un pallone fra i piedi, non sei al sicuro. “L’ho sempre visto come un allenamento di precisione per i miei lanci. Una volta Phil Neville dopo l’allenamento stava facendo della corsa supplementare, era forse a 50 metri, dall’altra parte del campo. L’ho colpito con una bellezza proprio sulla nuca, e lui è finito a terra mangiandosi mezzo chilo d’erba. Brilliant.”.

Paul Scholes è imprescindibile. Ha un sogno, fin da bambino. Giocare e vincere all’ombra delle Torri di Wembley, nella finale dell’FA Cup. Lo United sta vivendo i 10 giorni Hitchcockiani dove si gioca Premier, Champions League e proprio l’FA Cup. Grazie a Beckham e Cole lo United è tornato campione d’Inghilterra, ma a Wembley lo aspetta il temibilissimo Newcastle di Alan Shearer. Scholes sta vivendo i suoi dolori del giovane Werther, siccome ha preso un giallo in semifinale di Champions contro la Juve e non potrà giocare la finale, ma sa che la squadra ha bisogno di lui quel mercoledì pomeriggio. Entra in campo, assist per Sheringham che poi nel secondo tempo ricambia il favore. Scholes segna, e vince. Il sogno di una vita  che si realizza, la sua faccia sui tabloid per settimane, la migliore cosa che secondo lui abbia mai fatto nella sua vita. La cosa non lo tocca. Lui va a casa, gioca coi suoi figli, beve una birra, fine della storia.
Paul Scholes è intelligentissimo. Ha vissuto secondo un solo comandamento nella sua vita. Rendere le cose il più semplice possibile. Nel momento in cui provi a fare cose che non sei bravo a fare, stai sprecando il tuo tempo e quello degli altri. Meglio un passaggio di un dribbling. Possibilmente ad un metro. E niente tacchi per favore.
Paul Scholes è umile. Si sente fisicamente a disagio quando alla fine della più rocambolesca finale di Champions della storia, i suoi compagni lo chiamano in campo e gli fanno alzare la coppa. Lui non la vuole, non l’ha giocata quella partita. L’hanno vinta gli altri, non lui. Per lui sarebbe stato sufficiente complimentarsi negli spogliatoi. La cerimonia in campo lo imbarazza. Non l’ha mai tenuta vicino alle altre medaglie quella, perché non se l’è conquistata col sudore, con la fatica, giocando. Perché per Paul Scholes conta solo quello che dice il campo.

Paul Scholes è provvidente. Sa che avrà un’altra chanche. E arriva. A Mosca, contro il Chelsea questa volta la finale la gioca, quasi 10 anni dopo quel maledetto giallo. E in finale lo United ce lo ha portato lui, con uno screamer da far vedere nelle scuole calcio contro il Barcellona. E dal momento che stavolta con lui gioca “The Best since Best”, sa che le probabilità di imporsi sono alte. Vinceranno ancora, perché John Terry viene tradito da un campo infingardo, e stavolta la medaglia trova un bel chiodo pronto sopra il caminetto.
Paul Scholes è riconoscente. Si è ritirato da un anno quando Fergie lo richiama, perché ha bisogno di lui. Non ci pensa due volte e torna con il 22 sulla schiena invece del 18, a spiegare calcio in mezzo al campo. Lo deve a Ferguson, alla sua gente. Chiuderà con 676 partite con lo United, la squadra del suo destino prima e del suo cuore poi.
Tanti pareri illustri lo hanno definito il migliore centrocampista della sua generazione. I Busby Babes hanno già pronta una sedia col suo nome al tavolo degli immortali, per quando la Class of ’92 deciderà di bussare al piano di sopra, anche se mancano ancora tanti anni. Speriamo solo che lassù ci sia qualcuno a ricordare a tutti che se fai pipì, meglio non voltarti.