53 anni , 357 giorni , 1 ora e 38 minuti. Il calcolo di questo lasso di tempo è presente nella casa dell’Amburgo, il Volksparkstadion, a ricordare a tutti il suo lento scorrere.

È da qui che inizia il pezzo odierno, da quel 24 agosto 1963, in cui l’HSV fece la sua comparsa in Bundesliga, la prima a girone unico all’italiana: esordio a Münster contro i Preussen e pareggio per 1-1. E come studenti modello al primo banco, gli anseatici non si assentarono mai più dall’appuntamento del fine settimana teutonico. Nemmeno il Bayern Monaco dei grandi campioni può vantare questo primato, poiché non iscritto alla prima edizione della Bundesliga. Né il Borussia Dortmund, il Bayer Leverkusen, e tutte le altre compagini del calcio tedesco.

Eppure, dopo un’epoca gloriosa vissuta negli anni ’80 tra Germania ed Europa, questo è via via diventato l’unico risultato degno di nota della squadra. Un record da difendere sempre più con le unghie e con i denti. L’Amburgo, infatti, negli ultimi 4 anni, ha vissuto a un tiro di sputo dalla retrocessione. Dapprima il Greuther Fürth, un ostacolo superato per il rotto della cuffia grazie a uno 0-0 tra le mura amiche, e un 1-1 in trasferta. L’anno seguente, che sarebbe dovuto essere quello del riscatto, si trasformò in un incubo. I Rothosen si trovarono di fronte un Karlsruhe agguerrito, in grado di passare in vantaggio al Volksparkstadion, prima che Ilicevic riuscisse a pareggiare i conti.

Nel match di ritorno, fu nuovamente la squadra cadetta a segnare a 10’ dalla fine e, quando tutto pareva perduto, l’Amburgo a pochi minuti dal termine guadagnò una punizione dal limite dell’area che tutti pensavano fosse il canto del cigno di Van der Vaart, l’ex basilese Diaz vestì i panni dell’uomo della provvidenza e, sorprendendo i suoi stessi compagni di squadra per la bellezza del gesto tecnico, pennellò un tiro perfetto all’incrocio dei pali, permettendo ai suoi di portare poi a casa il successo nei tempi supplementari. Per la prima volta nella sua storia, contestualmente a tutto ciò, ad Amburgo si parlò di eliminare orologio e dinosauro (mascotte della squadra), in quanto simboli troppo ancorati al passato.

Tale proposta della società si scontrò contro la levata di scudi di un’intera città (tolto, ovviamente, Sankt Pauli) che non voleva cancellare la propria tradizione con un semplice colpo di spugna. Nella scorsa stagione, dopo un’annata di mezzo tranquilla, gli anseatici partirono nuovamente tra grandi proclami concretizzatisi in un nulla di fatto. Nell’ultima giornata di campionato lo scontro contro il Wolfsburg divenne così uno spareggio anticipato, e dopo pochi minuti il destino pare segnato dal vantaggio dei Lupi e una parvenza di maggior volontà di salvare la pelle. Sul finire di frazione è Filip Kostic, l’acquisto più pagato della sessione di calciomercato precedente (e di conseguenza tra i più deludenti), riuscì a piazzare la zampata che valse il pareggio.

A pochi minuti dal novantesimo è invece Luca Waldschmidt, uno che in campionato non si era quasi mai visto, a diventare l’eroe di giornata. “Der Dino lebt”, il dinosauro sopravvive. 54 anni, 2 ore, 2 minuti. Il caso ha voluto che otto giorni di pausa tra l’inizio e la fine di questo articolo, mi portassero a terminarlo 54 anni esatti dopo la comparsa della squadra in Bundesliga. L’orologio ticchetta ancora. L’Amburgo, anche quest’anno, ha potuto evitare di spegnerlo. Ma di questo passo, per quanto ancora potrà farlo?