Capelli biondi, terra slovacca, l’amore per la tragedia. Tre indizi che messi in mano ai tifosi di Bayer Leverkusen e Inter dovrebbero far capire fin troppo bene di chi si sta parlando.

Vratislav Gresko è uno dei classici soldatini dell’est. Quelli che piazzati in campo non spiccano per qualità eccelse né per gravi errori, garanzia di affidabilità e continuità. Eppure la vita professionale del ragazzone di Tajov ha uno sfortunato filo conduttore, come se ogni sera facesse cadere il barattolo del sale camminando sotto una scala.

Dopo un inizio di carriera in terra natia, nel 1999 il biondo Vratislav approda a Leverkusen. Le Aspirine quell’anno giocano un campionato di vertice, e si trovano all’ultima giornata in testa alla classifica con tre punti di vantaggio sul Bayern. 20 maggio 2000: il Bayer sta per festeggiare il primo titolo nazionale della propria storia, e la trasferta contro l’Unterhaching, dove basterebbe un pareggio per la matematica, pare una pura passeggiata di salute. A sorpresa, però, arriva una sconfitta per 2-0 mentre il Bayern Monaco trionferà per 3-1 contro il Werder Brema e si regalerà il sedicesimo Meisterschale della propria storia.

Nel 2000 lo slovacco si presenta a Milano, sponda Inter, voluto fortemente dall’allora allenatore Marco Tardelli che lo aveva notato nella sua nazionale Under21. In nerazzurro le prestazioni di Gresko sono altalenanti, ma d’altronde sono anni in cui si continua a rimpiangere la leggerezza con cui si lasciò partire Roberto Carlos, e non può certo essere lui a rimarginare una ferita aperta del genere. Anzi.

5 maggio 2002. L’Inter, che pare avere il campionato ormai in cassaforte, sta vincendo 2-1 sulla Lazio in un Olimpico di Roma bardato di nerazzurro: gli stessi laziali spingono per una vittoria dei milanesi, per evitare che i cugini giallorossi possano avere la benché minima possibilità di prendersi lo scudetto. A un minuto dalla fine del primo tempo, Gresko cerca il retropassaggio di testa verso Toldo, nel tentativo di alleggerire la pressione laziale. La palla però è troppo corta e tale Poborski, giocatore che misteriosamente dopo questa partita dovrà fuggire per sempre da Roma, piazza la zampata vincente. Il resto, poi, è storia: l’Inter nel secondo tempo perde 4-2 complice un inspiegabile crollo mentale, il cui emblema sono alcuni giocatori che scoppiano a piangere in campo ancora a partita in corso (emblematico tra questi un “cattivo” come Materazzi, benché la scena più famosa sia quella di Ronaldo appena sostituito) e, dulcis in fundo, la Juventus e la Roma vincono, lasciando così gli uomini di Cuper addirittura al terzo posto. I tifosi nerazzurri non perdoneranno mai quell’errore al giovane slovacco benché, volendo fare un’analisi seria, Gresko sia ben lontano dall’essere meritevole del ruolo del capro espiatorio. Ma anche i bravi ragazzi, in qualche modo, la fama di gatto nero se la posso guadagnare. Ed è decisamente il suo caso.

Che fine ha fatto oggi Gresko?

Nel 2015, dopo aver girovagato l’Europa, il terzino biondo decide di abbandonare il calcio e aprire uno spazio teatrale nella propria città. Niente recite, ben inteso: solo programmazione e marketing. Già, quell’amore per la tragedia che non finisce mai…