C’è stato un tempo, ormai passato, in cui i numeri di maglia andavano solo dall’uno all’undici. Ogni numero aveva un suo senso, una sua logica, data dalla posizione in campo. Il libero, con il sei sulle spalle. Il mediano, con il quattro. E così via. Ruoli addirittura finiti in un armadio, nel dimenticatoio. I numeri più affascinanti, quelli con in dote un’aurea magica, sono però sempre stati due: il 10 e il 9. Il fantasista, colui che era chiamato a inventare calcio, e il finalizzatore, il bomber, lo stoccatore spietato. L’uomo che doveva elevare il gioco alla sua sublimazione, il gol. Claudio Sulser apparteneva a questa seconda categoria. Chi oggi ha il viso impreziosito da qualche ruga se lo ricorderà senz’altro e, anzi, rimpiangerà di non aver più un attaccante come lui. Per le nuove generazione viene in soccorso la tecnologia: andatevi a documentare su YouTube. Claudio Sulser, dotato di un buon fisico (184 centimetri) era capace di segnare in ogni modo: con il destro, il sinistro, di testa (soprattutto di testa), ma anche dalla distanza. Gol brutti e sporchi e reti da vedere e rivedere. Per anni – a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 – era una delle stelle più luminose del panorama calcistico elvetico, oggi è un apprezzato avvocato e notaio, lavora per la FIFA quale membro della commissione disciplinare, è delegato della Nazionale Svizzera e ha un ruolo di prim’ordine nel Team Ticino. La sua vita, quindi, ha mantenuto un forte legame con il mondo del calcio. Lo abbiamo incontrato per aprire il suo scrigno di ricordi, con uno sguardo anche al calcio contemporaneo.

Recentemente, in un’intervista, ha detto che il calcio le ha dato molto, soprattutto per quanto riguarda la sua vita professionale e privata. Cosa significa?

II calcio mi ha prima di tutto fatto divertire; è un gioco che mi ha accompagnato praticamente per tutta la vita. Da un passatempo è pure diventato la mia professione. Mi ha insegnato il rispetto delle regole, degli avversari, il rispetto di me stesso che consiste nel fare le scelte giuste. Ho pure appreso, e non è stato facile, l’accettazione delle sconfitte e, soprattutto, il calcio è stato una lezione di vita perché mi ha fatto comprendere che le vittorie passano solo attraverso i sacrifici e il duro e costante allenamento. Con il senno di poi posso pure affermare che gli insegnamenti migliori me le hanno date le sconfitte e non le vittorie. Quest’ultime hanno la tendenza ad inebriare e quindi ad offuscare la visione delle cose.

Un nove d'altri tempi!



Parallelamente ad una carriera ai massimi livelli elvetici ha terminato gli studi in legge. Dopo essersi affermato quale avvocato è ritornato nel mondo del pallone, nella commissione disciplinare della FIFA. Di che tipo d’esperienza si tratta?


La commissione di disciplina della FIFA mi consente di far tesoro delle mie esperienze di calciatore e di avvocato. Dobbiamo applicare delle regole che hanno a che fare con il gioco del calcio (è stato il caso del morso di Luis Suarez ai danni di Giorgio Chiellini). L’esperienza in seno alla commissione disciplinare è personalmente molto arricchente perché ho a che fare con persone che provengono da tutte le parti del globo e quindi mi posso confrontare con altre culture e lingue, anche se quella del calcio, per fortuna, è una lingua universale…

Ha ritrovato la maglia rossocrociata, nel ruolo di delegato della nazionali. Di cosa si occupa concretamente?


In modo del tutto generico, il delegato della nazionale è responsabile di creare le premesse affinché la squadra possa disporre delle migliori condizioni possibili. Poter lavorare bene, e al massimo, a questi livelli è fondamentale e fa la differenza. Il delegato ha pertanto il compito di risolvere eventuali problemi che si possono incuneare in seno al gruppo, ma non ha competenze di carattere tecnico, che vengono assunte dal commissario tecnico, nel caso specifico Vlado Petkovic.

Quanto sono cambiate le dinamiche e la nazionale stessa rispetto ai suoi anni?

Oggi la nazionale si prepara molto più intensamente rispetto ai miei tempi. Vi è maggiore professionalità e rilevo una profonda cura dei dettagli, anche con l’ausilio della tecnologia (è il caso del lavoro di Vincent Cavin in seno allo staff svizzero). La dinamica di gruppo invece non mi sembra cambiata, perché il calcio è uno sport di squadra, giocato da uomini, che a loro volta reagiscono in modo simile nelle varie fasi di uno stage: preparazione, disputa della partita e reazione successiva. Mi piace ripetere ciò che dicevo quando giocavo: svegliarsi il giorno dopo una vittoria è molto più piacevole rispetto al giorno dopo una sconfitta.

 

Qual è il ricordo più bello della sua carriera da calciatore?


Per mia fortuna ho molti bei ricordi che si sono un poco annebbiati con il passare degli anni (ride, ndr). A livello di club con la mia squadra, il Grasshoppers, non posso dimenticare l’Ottavo di finale di Coppa dei Campioni (l’odierna Champions League, ndr) contro il Real Madrid nel lontano 1978. Le tre reti da me segnate contro la squadra spagnola, nelle partite di andata e ritorno, ci permisero di passare il turno e mi consentirono pure di vincere la classifica dei cannonieri della competizione, con 11 reti.

Quale giocatore le assomiglia di più?

È una domanda che in molti mi pongono, ma sinceramente non vedo nessuno dei giocatori attuali che mi assomiglia.

È membro di comitato del Team Ticino. Cosa pensa del sodalizio?


Il Team Ticino è la nazionale dei giovani del nostro Cantone. Un sodalizio composto da persone che con le loro competenze cercano di creare le premesse affinché i giovani talenti abbiano delle ottime condizioni formative per diventare calciatori, ma non solo, anche e soprattutto uomini. Tutti devono poter nutrire il sogno di diventare dei calciatori professionisti, magari anche dei giocatori della Nazionale, ma solo pochissimi potranno raggiungere questo obiettivo. E tutti coloro che non raggiungeranno questo scopo dovranno avere la consapevolezza che non si tratta di un fallimento, ma di un fatto contingente e che comunque è valsa la pena fare un determinato percorso.