La NBA come tutte le cose cambia con il passare del tempo. Alcune cose possono migliorare, altre peggiorare, non val la pena dilungarsi sui paragoni tra le varie epoche ma indubbiamente gli anni ’80 e ’90 saranno ricordati per sempre anche per essere l’era del trash-talking, ovvero il parlare “immondizia”. Si, perché oggi quella pratica è oramai caduta in disuso, sia per le regole che di fatto la “vietano”, sia per il cambiamento dell’atteggiamento dei giocatori, che ora anche grazie a internet e ai social media si conoscono sempre di più a vicenda e la rivalità per l’avversario è andata quasi perdendosi, fatto salvo che per qualche rara eccezione. Ma una volta non era così, il trash-talking era all’ordine del giorno. Il provocare, l’intimidire l’avversario, lo svolgere una vera e propria guerra psicologica in parallelo alla partita faceva parte del gioco e tutti avevano quell’atteggiamento al limite dell’estremo. Era così che si era cresciuti sin da piccoli nei campetti di periferia ed è così che ci si comportava sul parquet, ben consci che non lo si doveva prendere troppo sul serio, era semplicemente una componente del gioco della pallacanestro. Ogni singola persona nell’arena vi era coinvolta: i giocatori ovviamente, ma anche gli allenatori, gli arbitri e persino i tifosi.

Tanti sono stati i maestri di questa “arte”. Molti eccentrici, come per esempio Charles Barkley, uno che ha sempre vissuto fuori dagli schemi. Lui parlava, ridicolizzava, intimidiva, anche se non lo faceva sempre di proposito, lui era proprio fatto così: senza filtri davanti a chiunque (allenatori e arbitri compresi) e in ogni situazione. Famosa per esempio è la conferenza stampa alle Olimpiadi del 1992 prima dell’esordio del Dream Team contro la Nazionale di Angola, nella quale disse “Non conosco niente di Angola, ma so che per Angola saranno guai!”. Un altro artista del trash era Vernon Maxwell, uno a cui piaceva tirare la corda anche oltre il consentito e non a caso era soprannominato “Mad Max” (il pazzo Max)! Oppure il play dalla parlantina facile Tim Hardaway o ancora il fallo tecnico vivente Rasheed Wallace (celebre il suo “ball don’t lie” ovvero “la palla non mente” dopo che un avversario aveva sbagliato un libero per un fallo che a suo avviso non c’era). Come detto, anche i fan sono inclusi in questo vortice fatto di parole ed eccessi. Ne sa qualcosa Kevin Willis, che durante una trasferta dei San Antonio Spurs, quando all’epoca aveva già raggiunto la veneranda età di 42 anni, si sentì gridare da un tifoso “Ehi Willis, sei single? C’è mia nonna che sarebbe interessata!”

Gary Payton

Ma ci sono vette difficili da raggiungere e allora i nomi che escono sono sempre quelli e sono ben conosciuti. In primis non si può non citare Gary Payton, uno dei più grandi provocatori che la palla a spicchi abbia mai visto. Le leggende che lo riguardano sono numerose (dall’aver fatto piangere un avversario, all’aver stroncato carriere, chiedere a Jamie Feick a cui si rivolse dicendo “l’anno prossimo non sarai più nell’NBA”), non si tirava indietro con nessuno, piccolo o grande che fosse. Ma “GP” era fatto così e a descriverlo al meglio è forse Shaquille O’Neal “Ho giocato con lui e ho giocato contro di lui. Era così, se ne fregava se era in campo o fuori. Persino se ti incontrava al centro commerciale ti diceva “ehi ti ricordi quando ti ho battuto ragazzone, ti ho messo quel canestro in faccia eh? Sono da Hall of Fame io!” Un vero provocatore per 365 giorni l’anno!

Scalando la virtuale classifica dei signori del trash si arriva a colui che da una parte era forse il più grande tiratore da 3 della storia, e dall’altra era un giocatore capace di irritare chiunque: Reggie Miller. Molte sono le storie che lo riguardano, e come lui stesso ammette “quando sei in trasferta siete tu e i tuoi compagni da soli contro 20’000 persone. Devi trovare un modo di rigirare la situazione, il parlare e provocare è quello che mi motivava e mi stimolava ancora di più a batterli”. Il suo apice lo raggiunse nelle ormai mitiche sfide di playoff tra i suoi Indiana Pacers e i New York Knicks, dove al Madison Square Garden andava puntualmente in scena un vero spettacolo. Il “buon” Reggie riuscì, a furia di provocazioni, a far perdere la testa al suo marcatore John Starks, che in un’occasione gli diede una “testata alla Zidane” (ben prima di che il francese diventasse qualcuno) che gli costò l’espulsione. Ma quella che rimarrà negli annali della NBA è la sua disfida con un tifoso, non certo uno qualunque, visto che si trattava di Spike Lee. Il regista due volte nominato agli Oscar è un noto supertifoso dei Knicks col posto riservato al Garden in prima fila ed è pure uno che non si tira indietro quando c’è da alzare i toni. Contro Mr.Miller c’era però ben poco da fare, era come gettare benzina sul fuoco. Fomentato dal regista in un match del 1994, il numero 31 di Indiana mise a referto ben 25 punti solo nell’ultimo quarto per portare alla vittoria i suoi, facendo passare alla storia il gesto che rivolse al regista dopo aver segnato l’ennesimo canestro, quandò mimò, in maniera signficativa, lo strangolamento. Touché.

Saluti a Spike Lee.

Sulle cime più alte c’è un nome che forse per alcuni può apparire insospettabile, ma per chi lo conosce non lo è affatto. Sua maestà Michael Jordan. Il re della pallacanestro era anche un vero re del trash-talking, e ovviamente quando sei Michael Jordan sei giustificato. L’umiliare la gente non è divertente se non ci si aggiunge un po’ di pepe e lui non si tirava mai indietro anzi, spesso scagliava la prima pietra, ben sicuro di riuscire ad avere comunque sempre l’ultima parola. Puntualmente dopo aver battuto il proprio marcatore lo si sentiva dire “you can’t guard me”, ovvero “non mi puoi marcare”. E già da rookie MJ era MJ. Con l’arrivo nella lega della promessa del basket, i Chicago Bulls avevano “tradato” Reggie Theus (il titolare nel ruolo) ai Kansas City Kings (poi Sacramento). Theus si lamentò dicendo “non c’è nessuno che mi può sostituire, men che meno un rookie”. Jordan, prima del match a Kansas City comunicò a Kenny Smith (suo compagno a North Carolina e giocatore dei Kings) di dire a Theus che quella sera gli avrebbe dimostrato quanto valeva segnandogli in faccia 45 punti! Quella sera Jordan ne mise a referto 43 distruggendo da solo gli avversari, e al termine dell’incontro si recò nello spogliatoio degli avversari gridando a Theus “non ne ho fatti 45, ma dovete ancora venire a Chicago…”. Attenti a provocarlo! Volete un altro esempio? In un match a Salt Lake City contro gli Utah Jazz, il buon MJ23 (altezza 1m98) lanciato in contropiede andò a schiacciare in testa a John Stockton (1m85) con relativa facilità per uno abituato a volare ad altezze siderali. Un tifoso arrabbiato inseguì “Sua Ariosità” per la linea laterale del campo gridandogli “Ehi Jordan, perché non te la prendi con qualcuno della tua taglia?!?!”. L’azione seguente, l’asso dei Bulls prese la palla e sfondò nuovamente il canestro, questa volta in faccia a Mel Turpin (2m11). Tornando indietro Jordan si rivolse di nuovo al tifoso dicendogli “era abbastanza grande questo?”. Il tifoso non parlò più. Molti lo hanno sfidato, nessuno lo ha battuto. La competitività estrema è uno dei segreti che lo ha fatto diventare quello che è. Reggie Miller, Magic Johnson, Kobe Bryant, persino l’attore Will Smith raccontano di come per lui qualunque cosa possa diventare una sfida da vincere e in cui provocare l’avversario, dalla partita di golf tra amici, a chi mangia più in fretta al ristorante!

Larry Bird ha sempre l'ultima parola

Ma lo scettro di trash-talker però non può non andare ad un uomo unico, un uomo che non si è mai tirato indietro e anzi ha sempre rilanciato la posta: la leggenda dei Boston Celtics Larry Bird. A lui è sempre stato contrapposto Magic Johnson, che però al contrario suo non era un tipo da trash talking, lui preferiva sempre giocare con il suo sorriso a 32 denti (che alla fine era un trash-talking a suo modo pure quello, perché che c’è di peggio di vedere qualcuno che ti umilia mentre ti sorride?). No Larry Bird aveva un altro modo di fare, molto più diretto, schietto, rude ma brillante allo stesso tempo. Era colui che si prendeva sulle spalle la squadra, che si sacrificava per i compagni ed era il primo a difenderli, prendendosi le responsailità e riuscendoci perché sapeva che solo lui poteva farlo. Senza mai disdegnare l’umiliazione. Numerosi sono gli aneddoti che lo riguardano, come in occasioni in cui si rivolse ai propri compagni dicendo “Ehi continuatemi a darmi la palla, questo tizio lo sto torturando!” con l’avversario che stava lì ad ascoltare sbigottito. O ancora rivolgendosi all’allenatore avversario dicendo “Ma non non hai nessuno che sia in grado di marcarmi?” mentre spiattellava canestri come mangiare patatine.

Molti “professionisti” del trash-talking lo hanno provocato e se ne sono sempre tornati a casa con la coda tra le gambe: Michael Cooper, Chuck Person, Xavier McDaniel. Proprio quest’ultimo racconta di quando in un match tra Boston Celtics e Seattle Supersonics, con i Sonics davanti di un punto a pochi secondi al termine e con McDaniel che provocava Bird, quest’ultimo gli promise che gli avrebbe messo il canestro vincente in faccia. Durante il timeout, l’allenatore dei Celtics KC Jones stava spiegando lo schema e il numero 33 lo interruppe dicendo: “coach, perché non mi dai la palla e dici a tutti quanti di levarsi dai piedi?”. Tornato in campo Bird si rivolse a McDaniel dicendo “Prenderò la palla”. E la palla effettivamente gli arrivò e, nonostante la difesa asfissiante dell’avversario, il ragazzone di French Lick mise il tiro decisivo proprio come aveva promesso. Altro giro, altro trash. Il compagno di squadra e amico/rivale Kevin McHale aveva appena segnato 56 punti, record di franchigia, prima di chiedere la sosituzione con fare soddisfatto. Bird disse in tono provocatorio: “non sarebbe dovuto uscire, avrebbe dovuto farne 60”. La settimana seguente contro gli Atlanta Hawks Larry decise infatti di prendersi il record per sé, costruendo una prestazione incredibile con tiri al limite della follia. Doc Rivers, giocatore all’epoca degli Hawks, riferì: “lui chiamava i tiri. Diceva dove li avrebbe segnati e in che modo, se contro il tabellone, se cadendo all’indietro…era inarrestabile!”. Tanto che la partita passò alla storia non solo per i 60 punti che Bird mise a referto, ma anche perché i panchinari di Atlanta, talmente ammaliati dal n.33, finirono per fare il tifo per lui esultando ai suoi canestri (cosa che ovviamente costò loro una multa)!
Ma il racconto che forse spiega meglio il livello di trash-talking che aveva Bird lo si può trovare alla prima gara del tiro da 3 della storia dell’All Star Game, nel 1986. Mentre tutti i grandi campioni del tiro dalla distanza erano negli spogliatoi, nervosi in vista della gara, il capitano dei Celtics entrò brevemente, giusto il tempo di chiedere: “Ehi, chi di voi vuole arrivare secondo? Il primo posto è già preso”. Fiducia suprema+provocazione sfacciata, questo era LB. Ah giusto, chi vinse quella gara? Non c’è nemmeno bisogno di dirlo…