L’ NBA è forse la lega sportiva più mediatica al mondo: il rapporto con i mass-media è la linfa vitale che alimenta e viene alimentata dal basket americano. Basti pensare che il giorno 1 della stagione è tradizionalmente il Media Day, giornata in cui la squadra e i giocatori si presentano alla stampa per foto e dichiarazioni di rito. Come se durante il resto della stagione giornalisti, fotografi e addetti ai lavori non fossero costantemente presenti nella routine dei team NBA…

Un rilassato post partita per Lebron

Eppure, in una lega costantemente sotto i riflettori, esistono delle zone d’ombra che sfuggono alla cronaca quotidiana e agli aggiornamenti perpetui di Adrian Wojnarowski & co. e in questa stagione tre importanti situazioni sono sfuggite o sfuggono tuttora all’onnipotenza mediatica americana:

1.Kawhi Leonard   

Dopo l’ incidente con Pachulia in gara 1 delle finali di West Conference 2017, Kawhi ha affrontato un lungo periodo di recupero per superare una tendinopatia al quadricipite, che lo ha costretto a sole 9 presenze in questa stagione per gli Speroni. Un susseguirsi di dichiarazioni poco chiare hanno ulteriormente alimentato il dubbio sulla condizione di Leonard. Il 22 febbraio Coach Pop arriva a dichiarare “Sarei sorpreso se Kawhi tornasse durante questa stagione . Rimangono poche partite alla fine della stagione regolare e non è ancora pronto. Se anche lo fosse, più avanti, rischia di diventare una scelta complicata, riaggregarlo così tardi… . Non siamo pronti a ufficializzare che è fuori causa per la stagione, ma sarei sorpreso di rivederlo giocare quest’anno.”

E nel frattempo emergono voci di una rottura fra Leonard e gli Spurs, con lo staff medico degli Speroni che avrebbe dichiarato guarito il numero 2, il quale però non si sentirebbe pronto a rimettere i piedi sul parquet, che non lo vede in campo da metà gennaio. Stagione finita? No: a sorpresa pochi giorni fa Leonard si è concesso ai microfoni e ha dichiarato che il suo rientro è vicino e non esiste alcuna frizione con Pop e la dirigenza dei texani e il suo desiderio rimane quello di concludere la carriera con i nero-argento. Un lieto fine che sembra concludere una “soap opera“, come l’aveva definita ironicamente Popovich, su cui rimane un alone di mistero.

2. Markelle Fultz   

La first pick del draft 2017 era destinata a comporre un trio di stelle a Philadelphia con Embiid e Simmons, eppure con i due leader dei Sixers, Fultz può condividere solo una sfortunata caratteristica comune: tutti e tre hanno perso la stagione da rookie per infortunio. Una vera e propria maledizione, che nel caso del prodotto di Washington ha riscosso un’ attenzione mediatica costante, data l’incoraggiante pre-season che aveva visto Fultz protagonista con i 76ers. Sarebbe impossibile elencare tutte le voci più o meno verosimili che sono circolate sul playmaker di Philadelphia, che da settembre ad oggi si susseguono senza fine, come spiega Kyle Neubeck in ” What has really been going on with Markelle Fultz? “.

Il mistero attorno al rookie riguardano un infortunio alla spalla destra e la contemporanea (e presunta) volontà dello staff dei Sixers di aggiustare il suo “broken shot“. E tutto il mistero si risolve qui: è stato l’infortunio a peggiorare la meccanica di tiro di Fultz o la volontà di migliorare proprio la tecnica di tiro a provocare una degenza tanto lunga e complicata? E nel caso in cui si accetti la seconda (e meno probabile) opzione, perché voler aggiustare il tiro di uno dei miglior scorer dell’NCAA? Sicuramente tutte le illazioni e i rumours sulla vicenda si spegneranno con il rientro di Fultz, che avverrà nella prossima stagione. Insomma, trust the process.

3. Kevin Love 

Il caso più delicato dei tre, tenuto sapientemente a distanza dai media, dalla dirigenza Cavs. Qui non ci sono misteri, rumours o dubbi su quello che è accaduto al numero 0 di Cleveland, semplicemente perché ha spiegato tutto lui stesso in una meravigliosa lettera per The Players Tribune :Everyone is going through something. Un manifesto in cui Kevin Love racconta del suo primo attacco di panico, avvenuto nell’intervallo della partita contro Atlanta del 5 Novembre scorso. “Era come se il mio corpo mi stesse dicendo ‘Stai per morire’ “: da quel giorno Love è in terapia e condividendo la sua esperienza ha voluto invitare chi si ritrovasse nella stessa situazione a condividerla con gli altri: “è la cosa più importante, per me lo è stata” .

E poco prima di lui, prima degli All Star Game era stato DeRozan a twittare “la depressione tira fuori il meglio di me“, questione approfondita dal canadese in un’ intervista in cui si affronta il passaggio da un’ adolescenza a dir poco complicata al lusso e allo spettacolo del mondo NBA. “Siamo esseri umani anche noi” il messaggio che il talento dei Raptors ha voluto sottolineare più volte.

Ecco perciò che le travagliate stagioni di Fultz, Leonard e Love dimostrano non solo che esistono delle zone d’ombra entro le quali i media non riescono ad insinuarsi, se non con rumours, supposizioni e voci di corridoio, ma anche che esiste un labile confine oltre al quale finisce il playmaker, il tiratore da tre, il difensore dell’anno, il Rookie of the year e comincia l’uomo, con i suoi problemi e la sua quotidianità. Un limite oltre il quale la nostra fisiologica fame di scoop dovrebbe fermarsi e non andare oltre.