Il Cies Football Observatory ha di recente pubblicato un report in cui vengono analizzati i prestiti di giocatori nei principali 5 campionati nel periodo che va dal 2009 al 2019. I risultati emersi dall’indagine ci regalano molti dati interessanti e confermano un trend sempre più marcato: sempre più società utilizzano questo strumento e spesso lo fanno per ragione prettamente economiche.

Nella stagione 2009/2010 la media di giocatori per squadra partiti in prestito era di 2.3. Nell’anno 2019/2020 siamo a 3.12. Un incremento che va di pari passo con l’aumento dei minuti giocati da questi giocatori: da 9.1% a 11.5% rispetto ai minuti totali della rosa. Questi dati, entrambi in aumento, confermano come le squadre più importanti ed economicamente stabili e potenti stiano monopolizzando il calciomercato. Un esempio? La Juventus acquista Cristian Romero dal Genoa: non lo fa per aggiungerlo alla propria rosa (almeno non subito), ma per garantirsi i diritti sul suo cartellino prima che possa esplodere definitivamente. Nel frattempo lo concede in prestito alla società di Preziosi, possibilmente anche per più stagioni. Uno di numerosissimi casi verificatisi nella massima serie italiana.

E infatti la Serie A è il campionato nel quale le squadre sono formate dal maggior numero di giocatori in prestito: 4.87 di media per squadra (contro l’1.69% della Bundes). Segue a ruota la Liga spagnola con 3.85 giocatori di media. Non è un caso che i due campionati citati siano quelli in cui sono presenti squadre economicamente più deboli e dunque ben disposte a non appesantire i bilanci con acquisti definitivi. Nella classifica delle 18 squadre formate da più giocatori in prestito negli ultimi dieci anni spicca il record del Granada 2016-2017 la cui rosa era formata addirittura da 19 prestiti. Seguono Carpi 15/16 con 18, Huesca 18/19 e Benevento 17/18 con 14. Un dato particolarmente significativo è quello che dimostra i risultati di queste rose “a tempo determinato“: su 18 squadre ben 10 sono retrocesse al termine del campionato. Dunque non possiamo certo parlare di un modello virtuoso dei prestiti…

Il campionato in cui troviamo l’età media dei giocatori in prestito più bassa è la Bundesliga con i suoi 23.1 anni, rispetto ai 25.3 della Premier o i 25 della Serie A. In Germania dunque lo strumento del prestito è indirizzato perlopiù alla crescita dei giovani in squadre minori che appartengono però sempre alla massima serie. In tal senso, da una parte, si conferma il virtuosismo del modello tedesco nella crescita dei giovani. Dall’altro, in verità, avvalora la tesi che sostiene la perdita del valore sportivo dei prestiti i quali sono ormai perlopiù finalizzati ad un fine economico e “politico“. L’abuso dello strumento del prestito a fini non propriamente sportive si attua nella creazione di un nesso di subordinazione fra società potenti e società deboli: in tal modo la società X (economicamente stabile) acquista il cartellino del promettente talento della società Y (economicamente debole) con la condizione di lasciarlo in prestito alla stessa Y (o ad altre squadre minori) fino a quando tornerà utile ad X. Così facendo quest’ultima è in un cosiddetto gioco win win: se il giocatore si confermerà ad alti livelli, lo potrà subito integrare in rosa, altrimenti lo potrà rivendere, spesso ottenendo la famigerata plusvalenza.

Non è un caso, dunque, che fra le società che hanno prestato più giocatori negli ultimi dieci anni troviamo il Chelsea (57 giocatori), l’Inter (53), la Juventus (51), la Roma (43) e il City (41). Tutte società con buone disponibilità economiche (numerosissime le italiane), spesso però impegnate in articolate manovre di pareggio di bilancio ai fini del FFP. Al primo posto di questa particolare classifica, tuttavia, troviamo una squadra forse inaspettata: l’Udinese della famiglia Pozzo. E non è un caso: perchè se i prestiti stanno perdendo sempre di più il loro valore prettamente sportivo, un (de)merito va anche alle cosiddette multiproprietà.

L’ingresso del tema delle multiownership nel calcio ha sollevato parecchi problemi tanto nei singoli campionati (Lotito con Lazio e Salernitana) quanto in Europa (Red Bull, City Football Group). Il risvolto che interessa la nostra analisi riguarda proprio i prestiti “interni”. Non è un caso, dunque, se al primo posto troviamo l’Udinese: la squadra friulana ha prestato ben 60 giocatori in dieci anni, di cui addirittura 20 al Granada. Ebbene sì, quel Granada che fino al 2013 è stato di proprietà della famiglia Pozzo che, grazie a questo escamotage, è riuscita a sostenere con il saldo supporto delle casse bianconere le necessità della squadra spagnola. Un trend che, dopo la cessione del Granada, i Pozzo mantengono fra Watford e Udinese, con il rapporto di dipendenza fra le due squadre che, rispetto a qualche stagione fa, si è invertito.

Possiamo concludere perciò che l’aumento del numero di prestiti per squadra rivela un abuso del prestito stesso: con l’avvento dei rigidi sistemi di FFP e la sempre maggior divaricazione fra grandi squadre economicamente potentissime e piccole realtà, lo strumento del prestito si è rivelato spesso l’escamotage per creare un rapporto di dipendenza in cui tutte queste squadre vincono: chi guadagna da una plusvalenza, chi dalla cessione definitiva, chi da un nuovo rapporto di “amicizia” con una società. A perderci sono le piccole realtà potenzialmente virtuose, incapaci di trattenere i propri giovani e quei giovani stessi, che nel 74% dei casi (dato Cies) non ritornano al club proprietario del cartellino.

Questi dati ci confermano dunque come il prestito stia definitivamente perdendo il suo valore sportivo, in favore di un trend positivo per quanto riguarda l’apporto economico. In tal senso gli organi internazionali dovranno correre ai ripari, cercando di interrompere la creazione di monopoli o al massimo oligopoli nei mercati dei campionati europei, favorendo la crescita dei giovani nelle società di nascita. Una regolazione che dovrà passare per le riforme sui cosiddetti diritti di recompra e, soprattutto, sulle multiproprietà.