Ogni martedì o mercoledì la stessa scena: televisore catodico, Bilz da 33cl, divano con papà e dalle 20h20 l’unico canale su cui era permesso sintonizzarsi era l’11, quello che ti trasportava su l’allora TSI2. Era la Champions League del 2002-2003, quella del dominio italiano, quando ancora a dettare legge c’erano Milan, Inter e Juventus. In finale furono i rossoneri ad alzare al cielo la Coppa, sconfiggendo ai rigori i torinesi, che si presentarono alla lotteria dei rigori con la stessa fiducia in se stessi di Nick Chevotarevich e Michel Vronsky durante la roulette russa con i Viet cong nel film Il Cacciatore. Come Nick, anche i bianconeri soccombettero.

Ma non è della cavalcata della squadra allenata all’epoca da Carletto Ancelotti che vogliamo parlare oggi. Perché ci sono sì vincitori ufficiali, quelli che per forza e blasone sono quasi costretti annualmente a dover inseguire quella maledetta coppa, ma ci sono pure vincitori morali, e possono essere pure più di uno. Il tutto dipende da chi sei, quanti anni hai e dove vivi. Avevo appena 11 anni, e per me quella Champions resterà sempre la prima capace di emozionarmi, di mandarmi a letto dopo aver sceso quelle scale, che metaforicamente mi ricordavano il percorso effettuato dai calciatori dal campo agli spogliatoi, ancora con l’adrenalina addosso e un pensiero unico in testa che rimbombava più o meno così:

“Da grande voglio essere Hakan Yakin”

Specie in tenera età si tifa più per un giocatore che per l’intera squadra, solitamente non si ricordano nemmeno i nomi di tutti i componenti, ma solo dei più bravi e dei più appariscenti, anche se a quel tempo di creste o altre strane acconciature se ne vedevano molte meno. Eppure Yakin non era altro che la ciliegina sulla torta di un Basilea magnifico, una formazione che probabilmente tutti quelli nati attorno al 1990 ricorderanno con un sorriso e un po’ di malinconia. Intendiamoci subito, i Nostri non vinsero la Coppa, e questo già l’ho detto, e non andarono neppure vicini alle posizioni nobili, ma nel loro piccolo regalarono un sogno a tutta la Svizzera, incollata agli schermi durante quelle magnifiche sfide contro le big d’Europa.

Partiamo con ordine, nel tabellone principale i renani ci arrivarono dopo aver eliminato gli slovacchi dello Zilina. Dopo l’1-1 esterno, i rossoblù calarono il tris in casa. Oltre al gol dell’estroso numero 10 rossocrociato, andò in rete un altro dei protagonisti di quella squadra, l’ex Lugano Christian Gimenez, autore di una formidabile doppietta che permise ai campioni svizzeri di accedere al terzo turno, contro i giganti del Celtic. Il 3-1 casalingo con cui gli scozzesi sembravano aver regolato la pendenza risultò essere una mera illusione al ritorno, quando ancora “Jimmy” e Yakin firmarono il 2-0 e la storica qualificazione ai gironi.

La formula non era quella attuale che conosciamo tutti, era ancora la Champions dei due gironi prima di accedere alla fase ad eliminazione diretta. Il compito apparve subito proibitivo, dato che il gruppo B includeva club come il Valencia, il Liverpool e lo Spartak Mosca. Ma se siamo qui a scrivere è perché quella rosa aveva qualcosa di paranormale, aveva uomini capaci di lottare con il cuore contro avversari di livello superiore, strappando risultati impensabili. Inoltre in panchina c’era Christian Gross, allenatore pragmatico e capace di creare le giuste alchimie tra i giocatori. In campo poi il talento non mancava. Tra i pali volava il non sempre impeccabile Pascal Zuberbühler, mentre la linea a quattro di difesa presentava la solida coppia centrale formata da Murat Yakin e uno tra Marco Zwyssig o Alexandre Quennoz, mentre sugli esterni giostravano Bernt Haas e Tsimothée Atouba, due corridori instancabili che accompagnavano l’azione in modo quasi ossessivo. Solitamente Gross schierava poi tre centrocampisti tra: Toni Esposito, Scott Chipperfield, Ivan Ergic, Sébastien Barberis, Carlos Varela e Mario Cantaluppi.

Questi avevano il compito di recuperare più palloni possibili e servire il talentoso Hakan Yakin, che incantò la platea con le sue giocate alle spalle delle due punte argentine: Gimenez e Julio Hernan Rossi, anch’esso transitato da Lugano. Uno dei punti di forza era certamente l’efficacia offensiva di questi tre uomini, capaci di andare in gol a più riprese. Di questo gruppo, memorabili l’1-1 ad Anfield Road, il 2-2 tra le mura amiche contro gli spagnoli (con doppietta di un Ergic in formato spaziale) e soprattutto il rocambolesco 3-3 al San Giacomo contro gli inglesi: avanti 3-0 dopo soli 29′, gli elvetici subirono la rimonta del Liverpool (e loro se ne intendono di rimonte impossibili…) con pareggio di Owen a cinque minuti dal termine.

Decisivo fu il doppio successo contro i russi, che permise al Basilea di trovare un posto nella seconda fase a gironi contro Juventus, Manchester United e Deportivo. Qui la differenza reti infranse i sogni di una nazione intera, poiché i renani chiusero a pari punti (7) con italiani e spagnoli, ma dovettero salutare l’Europa a causa di una classifica avulsa peggiore. Ma nessuno cancellerà mai l’exploit all’Old Trafford, dove Gary Neville pareggiò nella ripresa lo 0-1 firmato da Gimenez, o ancora le vittorie casalinghe contro le altre due contendenti, specialmente l’ultima, se pur inutile, contro Del Piero e compagni, dove il pubblico rese omaggio ai propri beniamini un’ultima volta, consci del fatto che quella squadra seppe unire la Svizzera attorno a due colori, il rosso e il blu.