Due versi di un testo di una canzone, Juan Alberto Schiaffino ed una maglia verde-oro squarciata. Non è facile legare questi tre elementi fra loro, al più si potrebbe intuire qualcosa, ma ci sarebbero ottime, elevate possibilità di finir fuori strada ed è proprio per questo che, adesso, proveremo a capire meglio cosa tiene incredibilmente unito tutto ciò.

Ci troviamo a Chicago, in prossimità delle rive del lago Michigan, è il 24 ottobre del 1995 e lo specchio d’acqua mitiga bene le temperature pungenti che ormai avviano la metropoli d’Illinois al freddo e rigido inverno statunitense. La multietnicità della Windy City si estende dai numerosi grattacieli che ne delineano lo skyline, sino ai caratteristici ponti mobili, manifestandosi poliedricamente con il jazz ed il blues, che, d’altronde, hanno dominato la scena musicale della Chicagoland per buona parte del Novecento, ma la nostra storia vi si discosta, preferisce piuttosto aggrapparsi al contesto musicale degli anni Novanta, si aggrappa all’Indie ed al Grunge, si aggrappa al genio di quattro ragazzi quasi trentenni: Billy, James, D’Arcy e Jimmy, semplicemente gli Smashing Pumpkins.

«Despite all my rage, I am still just a rat in a cage, now I’m naked, nothing but an animal», sono proprio loro,  gli Smashing Pumpkins, a buttar giù questi versi, stanno componendo “Bullet with Butterfly Wings”, apprestandosi ad inserirla nello schizofrenico ed inquietante tanto geniale “Mellon Collie and the Infinite Sadness”. Gli Smashing possono immaginare, ma non sanno ancora con certezza, che questo album rappresenterà per loro un forte punto di rottura, una meravigliosa, drammatica frattura verso il successo, verso la fama d’ambizione. Le sonorità del singolo “Bullet with Butterfly Wings” abbracciano l’Hard Rock ed il Grunge, creando un sibillino connubio, sono versi che trasmettono collera, una forte collera verso un mondo omologato, seriale, un mondo-vampiro che si disseta delle ambizioni altrui e che vuole limitarne i successi. Quasi fosse una gigantesca gabbia, talvolta d’oro, altre di piombo. Come fosse una prigione all’estro, come fosse una segreta alla fantasia, in ragion per cui Billy Corgan scrive ed urla disperatamente di esser divenuto null’altro che un animale, un uomo metaforicamente nudo, posseduto ed alimentato inesorabilmente dalla sola propria grintosa rabbia.

Adesso balziamo in Uruguay, a latitudini decisamente differenti, nella capitale Montevideo e facciamo un salto indietro di settant’anni. È il 1925 e l’Uruguay sta vivendo un periodo di sviluppo senza eguali, è stata la fine della Guerra della Triplice Alleanza del 1870 a creare uno scossone fra i due principali partiti politici uruguaiani, uno scossone più che mai positivo, infatti i due schieramenti hanno deciso di porre fine alla guerriglia che li ha visti contrapposti in passato. Sono quindi i Colorados, progressisti, a dominare la scena a Montevideo, che è divenuta al contempo una “promise land” per molti europei e si avvia a divenire un polo economico e sociale di fondamentale importanza in Sudamerica, ma non è questo il luogo per approfondire ulteriormente.

Torniamo, piuttosto, a noi, torniamo a quel 1925, dove ci eravamo lasciati, per la precisione al 28 luglio di quell’anno. Nella capitale albiceleste nasce, da Raùl Gilberto, impiegato presso l’Ippodromo di Maroñas, e da María Eusebia, casalinga di origini paraguaiane, Juan Alberto Schiaffino, che da lì a poco sarà battezzato Pepe proprio dalla madre. La nostra storia sta iniziando a prender forma, una storia fatta di legami apparentemente impossibili. Juan Alberto è segnato sin dalla nascita da due costanti legate fra loro: il gioco del calcio, che fortunatamente taglia fuori il giovane dal pessimo ambiente del barrio sudamericano, e dalle tipiche origini italiane, per di più deducibili dal cognome che porta sulle proprie spalle. È facile intuire che, oltre all’Uruguay, sarà proprio l’Italia ad ospitare nei campi da calcio le gesta del giovane.

Juan Alberto, cresce e gioca per circa dieci anni nel Peñarol, chiuso, introverso e testardo, trova però nel pallone un fido compagno d’avventure. Sin dalla tenera età tratta la sfera con una delicatezza sublime, una delicatezza che resta un punto di forza durante tutta la sua carriera e che, seppur quasi all’età di trent’anni, strega gli osservatori del Milan, che nel 1954 decidono di portarlo proprio a Milano. In Italia si impossessa subito delle redini del centrocampo rossonero, ottenendo consenso e grandi successi, Cesare Maldini dirà di lui: «Aveva un radar al posto del cervello», Gianni Brera invece: «Forse non è mai esistito regista di tanto valore. Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto».

Nonostante tutto e malgrado i numerosi successi ottenuti, il Milan, ormai nel 1960, lancia Rivera e decide di cedere il regista uruguaiano alla Roma, ma è proprio qui che la nostra storia, fatta di arguti collegamenti, inizia a divenir più chiara. Juan Alberto Schiaffino, infatti, giunto a Roma ha appena arretrato la propria posizione in campo, vuoi perché inizia a sentir il peso degli anni, vuoi perché ama avere il pallone fra i piedi, sempre, sempre loro due, inseparabili. Schiaffino ha deciso che, d’ora in avanti, giocherà dietro la difesa, giocherà da libero, ma la cosa più importante è che ha appena inventato, sì è il caso di dire inventato, un nuovo modo di rubar la palla, che nessuno, paradossalmente, aveva mai visto prima e che lascia anche gli arbitri attoniti. Juan Alberto Pepe Schiaffino ha inventato il tackle in scivolata. Schiaffino chiuderà, poi, la carriera a trentasette anni, ritornando nella sua amata terra d’origine, l’Uruguay.

Ora è la volta della Spagna, il nostro viaggio volge al termine, siamo a Barcellona all’Estadio de Sarriá, è il 5 luglio del 1982, sono le 17:15 e fa caldo, molto caldo, le temperature sono elevatissime, come non bastassero i quarantaquattro mila spettatori sugli spalti, e per i media brasiliani sta per consumarsi la “tragédia del Sarriá”. È evidente, a questo punto, che stiamo raccontando di Italia-Brasile, partita valida per l’accesso alle semifinali del Mundial iberico. Il Brasile si presenta alla sfida al massimo dell’euforia, gioco meravigliosamente cristallino, punteggio pieno nel girone appena concluso e vittoria contro i rivali storici argentini della Selección. Quindi, beh, se c’è qualcosa che non può mancare in Zico, Sócrates, Falcão e compagni, quel qualcosa è la convinzione. L’Italia, per contro, ha affrontato un percorso incerto nel primo girone con tre pareggi che hanno fatto storcere il naso ai tifosi, che, però, hanno cambiato umore subito dopo la recente vittoria, anche in questo caso, contro l’Argentina di Maradona.

Tornando a noi, stando ai fatti, è chiaro che all’Estadio de Sarriá gli Azzurri siano la vittima sacrificale perfetta per la Seleção, come era già accaduto in Messico dodici anni prima, come fosse una pura formalità da stralciare via, per di più al Brasile basterebbe anche un pareggio per approdare tra le migliori quattro, ma accade qualcosa, qualcosa che metaforicamente lascia intendere ben altro sull’esito finale della sfida. È una maglia verde-oro ad esser stralciata, nel vero senso della parola, anzi squarciata sarebbe meglio dire. È la maglia numero 10 di Zico, che si sta rivolgendo al direttore di gara in segno di protesta. Questa sensazionale opera d’arte ha un autore legittimo: Claudio Gentile. Il terzino della Nazionale italiana è dall’inizio della partita che non lascia fare un passo al fantasista brasiliano, lo segue ad uomo, come fosse un’ombra, la sua ombra, quasi a volerlo accompagnare sino negli spogliatoi, lo disturba continuamente, lo ostacola. Gentile ha creato una vera e propria gabbia all’estro di Zico, paradossalmente la stessa gabbia alla fantasia che dispererà, seppur in ragioni diverse, Billy Corgan in “Bullet with Butterfly Wings” tredici anni dopo, ed anche i tackles in scivolata, trovata di Schiaffino un ventennio prima, come visto poc’anzi, si fanno sentire insieme agli innumerevoli contrasti in campo. Contrasti che sembrano sferzare, anche qui, una grintosa rabbia agonistica, sono rudi, decisi, in anticipo, incredibilmente fermi e precisi, come fossero una composizione musicale, come fossero una melodia, la melodia del contrasto.

Come finirà la partita? Ed il Mundial del 1982? Beh, le risposte a queste due domande per gli italiani sono conservate nel cuore, per qualcun altro, invece, che pensava il calcio come un gioco prettamente offensivo, bello da vedere, per carità, ma non sempre vincente, restano gli almanacchi, questo anche grazie alla melodia del contrasto.