Ogni Mondiale ha la sua storia, i suoi strascichi e i suoi connotati politici. Forse, quello del 1974 è stato uno dei più importanti sotto questi punti di vista. Ci sono almeno due ragioni per sostenerlo. La prima riguarda una squadra, l’Olanda, che stravolse i dogmi calcistici dell’epoca, mostrando al mondo un impianto di gioco del tutto innovativo e spettacolare. Un calcio che nella sua totalità non riuscì a conquistare però tutto, poiché sul volo verso Amsterdam mancava la cosa più importante: la coppa.

Ma è della seconda ragione che vogliamo occuparci, e non è una squadra questa volta, o meglio, non propriamente. È il 22 giugno e ad Amburgo va in scena il primo e unico derby ufficiale della storia calcistica tra le due Germanie: Ovest versus Est. I ricchi e famosi figli del capitalismo contro i poveri e sconosciuti, gli alleati del male, come li definiva qualcuno. L’ennesima battaglia tra due ideologie che si scontravano in ogni settore della vita, sport compreso.

Doveroso spendere due parole sulle due realtà del tempo. La DDR non faceva del calcio un punto di forza, anzi, era lo sport scelto da chi non riusciva a emergere nell’altro sport, quello di punta: l’atletica, ovviamente. Il campionato nazionale era l’ Oberliga, che comprendeva 14 formazioni di basso livello, senza veri Dream Team pronti a conquistare il mondo. Ma in quell’anno un successo inaspettato aveva dato maggiore lustro al movimento calcistico. Ad imporsi nella Coppa delle Coppe fu il Magdeburgo, che sconfisse il Milan.

Malgrado una squadra priva di fenomeni o nomi altisonanti, gli orientali erano comunque riusciti a vincere le prime due partite del gruppo, presentandosi allo scontro con i cugini già qualificati e desiderosi di ottenere il primo posto del girone. Facile a dirsi, più difficile a farsi quando dall’altra parte del campo hai una macchina da guerra che può contare sul talento di gente come Beckenbauer, Maier, Vogts, Höttges o Muller. Il calcio dall’altra parte del muro era ben diverso, era un fenomeno collettivo che funzionava alla grande. Non è un caso che a sollevare la Coppa dei Campioni a Bruxelles fu proprio il Bayern Monaco, che nella ripetizione dell’ultimo atto sconfisse 4-0 l’Atletico Madrid dopo l’1-1 della prima sfida.

Dei 60’000 presenti che rendevano il clima incandescente, solo poco più di 8’000 provenivano da est. Molti di questi riuscirono a varcare la frontiera ottenendo un visto provvisorio, valevole solo per quei 90′, grazie alla concessione del governo.
La partita non fu per nulla spettacolare e dopo un primo tempo soporifero, la ripresa continuò sulla falsariga della prima frazione, semplicemente con ritmi leggermente più alti. Poi ecco l’impensabile.

77° minuto (e che sia accaduto proprio al 77′ non è forse un caso…). Kurbjuweit calcia un pallone all’interno dell’aria di rigore della Germania Ovest. Non sembra essere un’azione pericolosa, perché a controllare quel lancio ci sono tre difensori. Ma come il fuggiasco che tenta di scappare attraverso il muro, ecco che Sparwasser sbuca tra le maglie nemiche, accalappia il pallone con la testa al limite dell’aria e portandoselo sui piedi riesce a evitare il rientro dei centrali. Dopo qualche passo ecco il tiro che cambiò il mondo con 15 anni d’anticipo.

DDR – BRD 1-0. La vendetta dei deboli sui forti. Sul muro di tifosi occidentali cadde il silenzioso, il Volksparkstadion si fece improvvisamente spettrale. A 300 km di distanza un altro muro iniziava a sgretolarsi, fragorosamente. “Non è successo niente“, con queste parole Beckenbauer cercò di rincuorare i compagni fino al triplice fischio. Non era vero, e lo sapeva bene anche il Kaiser. Qualcosa era successo, qualcosa che fuoriusciva dal contesto calcistico e stava per avvolgere il mondo.

Sparwasser, il Robin Hood tedesco che divenne un’icona della lotta al capitalismo. Per molti anni si parlò di lui e del suo gol, tanto che la terza domanda in ordine cronologico che si poneva a un nuovo interlocutore (le prime due erano “Come ti chiami?” e “Come stai?) era: “Dov’eri quando Sparwasser segnò?”. Molti sostennero addirittura che il governo lo riempì di soldi, case e macchine di lusso, ma il diretto interessato negò tutto, dichiarando che lui e i compagni presero quello che era stato pattuito prima del Mondiale nel caso in cui avessero passato il turno.

In pochi sulle gradinate dell’impianto sportivo di Amburgo, molti di più sicuramente in giro per le strade a bordo di una Trabant, o eventualmente di una Zil o una Wartburg se il conto in banco lo permetteva, a sorseggiare Vita Cola o Club Cola in segno di riconoscimento, stavano festeggiando quella giornata trionfale di rivincita. Un giorno che resterà per sempre nella mente dei tedeschi orientali.

Certi gol sono ricordati per la loro bellezza effimera, che dura giusto il tempo dell’esecuzione tecnica. Altri invece non hanno nulla di bello, proprio come quello di Sparwasser, un controllo quasi di faccia e poi uno di pancia, ma hanno il potere di posizionarsi al pari di una rovesciata o di uno slalom ubriacante. A volte un gol può fare di più, può essere una folata d’aria fresca che cambia la storia. E come sosteneva qualcuno, non puoi fermare il vento, puoi solo fargli perdere tempo, esattamente 15 anni.

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