L’Euro 2020 non s’ha da fare per quest’anno, per cui quale occasione migliore per tuffarsi nel ricco passato di questa competizione? Esattamente 16 anni fa una squadra creava un exploit che è immediatamente entrato nella storia del calcio: la Grecia.

Un successo che è probabilmente il più imprevedibile dei grandi tornei per nazioni, tranne forse il precedente della Danimarca del 1992. In quel caso lo stupore ci fu perché i giocatori danesi arrivarono in fretta e furia direttamente dalle vacanze (tranne il giocatore di maggior qualità, Michael Laudrup, che ci restò), ma malgrado ciò si trattava di un torneo quasi casalingo (era in Svezia) e con la miseria di 8 squadre partecipanti. Quello della Grecia è per certi versi ancora più inaspettato. Un trionfo che alcuni hanno attribuito alla fortuna, altri ancora al cosiddetto “anticalcio“. Andando a vedere quegli incontri però ci si renderà conto che in realtà è calcio in tutto e per tutto, il gioco del pallone ridotto all’essenziale e frutto di un lavoro certosino e di una voglia collettiva che non ha paragoni.

È l’estate del 2004 e in Portogallo per la prima volta viene organizzato il maggior torneo continentale. La squadra di casa è inserita nel girone A, come pure la Spagna, ciò che fa pensare che i due posti per i quarti siano ormai già assegnati. A “riempire” il gruppo ci sono infatti Russia e Grecia. Gli ellenici sono praticamente spacciati a detta di tutti i bookmaker ed esperti del pallone, nonostante al torneo si presentino comunque da vincitori del proprio girone di qualificazione, davanti proprio alla Spagna.

La Nazione degli Dei dell’Olimpo può vantare un organico di buon livello, anche se non paragonabile ad altri paesi, ma l’asso forse più grande siede in panchina. È Otto Rehhagel, tecnico tedesco con un curriculum assai ricco e già spesso accostato alla parola exploit (vedasi due titoli e una Coppa delle Coppe con il Werder Brema e un titolo con il Kaiserslautern l’anno dopo la promozione dalla 2a divisione).

Il primo match del girone è proprio contro i padroni di casa. Una squadra infarcita di giocatori di qualità, da Rui Costa a Figo, da Deco ad un giovanissimo Cristiano Ronaldo. Eppure. Eppure è la Grecia a vincere con merito grazie alle reti di Karagounis e Basinas (rigore). A nulla serve il gol nel recupero di CR (1)7. La seconda partita conferma che non si tratta di un caso, visto che Nikopolidis e compagni fermano sull’1-1 la Spagna e poco importa se nell’ultimo match del girone arriva un ko con la Russia, 4 punti e un po’ di fortuna bastano per passare il turno.

Nei quarti la compagine di Rehhagel se la deve vedere nientemeno che con la Francia campione in carica. La squadra di Zidane, Henry, Trezeguet e compagnia. Tutto finito dunque? Macché, la Grecia stringe la propria cinghia, erige un muro in difesa, sfrutta la qualità del proprio centrocampo e sorniona colpisce al giusto momento. Charisteas di testa basta per zittire il Gallo, è 1-0 e semifinale. Al penultimo atto si para di fronte agli ellenici la squadra a detta di tutti più “bella” del torneo: la Repubblica Ceca, forte di 4 vittorie in 4 match disputati in terra lusitana. Siamo ai saluti? Neppure per sogno, la Grecia segue alla lettera quanto ordinato dal proprio generale tedesco e praticamente in fotocopia (rete di testa di Dellas al 105′, primo e unico silver-goal di un Europeo) elimina anche Nedved e soci.

La finale è una rematch contro i padroni di casa del Portogallo. Allo stadio Da Luz, con 60’000 lusitani a tifare per la propria squadra (e un paese intero dietro) tira aria di vendetta. E invece accade l’ennesimo miracolo, perché la Grecia ancora una volta sgambetta l’avversario con un’altra zuccata di Charisteas. Lo stesso attaccante greco poi ammetterà che non aveva dubbi sull’esito della finale: “Avevo fatto fatica ad addormentarmi la sera prima. Ma di una cosa ero sicuro, non c’era assolutamente verso di perdere quella partita“. Un trionfo che è passato alla storia, come pure i giocatori che l’hanno realizzato, perché alla fine gli artefici in prima persona sono proprio loro. In primis il capitano e vera anima della squadra Theodoros Zagorakis (che poi approdò per una stagione a Bologna), quello che potremmo impropriamente definire “il Pirlo dell’Egeo” Angelos Basinas (con un po’ meno capelli ed inventiva, ma certamente con una notevole qualità), l’imprevedibile fantasista Giorgos Karagounis (che saltò peraltro la finale per squalifica), i due colossi marmorei Traianos Dellas e Zisis Vryzas (entrambi impegnati in Italia), il leggendario portiere canuto Antonios Nikopolidis e ancora il letale, perlomento quell’estate, Angelos Charisteas.

Nella landa dei miti di Eracle, degli scontri tra Titani, delle scappatelle di Zeus e della guerra di Troia sono dunque entrati nella leggenda anche degli eroi moderni, i calciatori di quella Nazionale greca che riuscì nel 2004 a dimostrare che anche nel calcio di oggi la ferrea volontà di pochi uomini può ancora riuscire ad avere la meglio sugli inarrivabili e spesso vanagloriosi Dei del pallone.