Nel calcio, come in qualsiasi ambito, il nome di una città evoca immagini nitide e sensazioni ben precise: i colori sociali, le imprese e le vittorie di una squadra, oppure il teatro dove si consumano tali gesta (lo stadio, per intenderci). Personalmente, Bergamo mi ha sempre ricordato una fase della vita molto precisa e che difficilmente, almeno in Italia, riesco ad associare a un’altra realtà pallonara: la gioventù. Eh sì, perché a questa graziosa città lombarda (che vi consiglio di visitare, magari per una gita fuori porta) è legata l’Atalanta Bergamasca Calcio, da sempre bacino di crescita per molti giovani appassionati di dribbling, scatti e tiri in porta.

Nella loro più che centennale storia, gli orobici hanno infatti saputo forgiare vere e proprie stelle calcistiche capaci di scrivere intere pagine di storia di questo sport. Ed è a partire dal secondo dopoguerra che la Dea inizia a plasmare giovani di alto livello in provincia. Tra i tanti giocatori lanciati possiamo certamente citare Angelo Domenghini, cresciuto nelle file neroazzurre di Bergamo e maturato definitivamente in quelle della Grande Inter di Helenio Herrera prima, e del Cagliari scudettato del ‘69-‘70 poi. Come dimenticarsi del compianto Gaetano Scirea, libero di professione, coltivato anch’esso nel giardino di Bergamo e che successivamente farà le fortune della Juventus e della Nazionale italiana. Anche Roberto Donadoni ha cominciato a studiare il calcio che conta in provincia, confermando ampiamente le sue doti nello stellare Milan di Sacchi e successivamente in quello di Capello. Negli anni ‘90, l’Atalanta è stata trampolino di lancio per giovani giocatori diventati grandi nel corso della loro carriera, quali (giusto per citare due mostri sacri) Christian Vieri e Filippo Inzaghi. Ed eccoci ai giorni nostri, dove la Dea sembra non aver perso la propria natura che la rende vera e propria cantera italiana. Due esempi attuali sono Roberto Gagliardini e Mattia Caldara. Il primo si è trasferito nel mercato di riparazione all’Inter e ha saputo affermarsi dal primo tocco di palla. Il secondo è stato comprato dalla Juventus, anche se si trasferirà a Torino solo nel luglio del 2018. Nonostante siano giovani e debbano ancora affermarsi, gli orobici hanno saputo ancora una volta offrire i prodotti del loro vivaio. Ciononostante, l’Atalanta rimane una formazione capace di offrire bel gioco proprio grazie alla freschezza del proprio organico e alle idee propositive del suo tecnico, l’ottimo Gasperini, capace di infondere dinamismo e tecnica nei giocatori a disposizione.

La Dea Cantera: il coraggio di diventare grande 2

Con tutta probabilità, purtroppo, questa bellissima realtà si perderà nei meandri degli archivi stagionali, rimanendo, ancora una volta, vago ricordo di qualche appassionato del settore (salvo una storica qualificazione in Europa). Già, perché la Dea nel corso della sua storia non è mai stata in grado di regalare al proprio pubblico quelle soddisfazioni che sicuramente si sarebbe meritata per la propria pianificazione strategica giovanile, nonché per il valore di alcuni effettivi che hanno vestito la maglia neroazzurra di Bergamo. Dal 1907 a oggi, solamente una Coppa Italia, conquistata nel lontano 1963, può essere annoverata nella bacheca di Zingonia, dove la società ha sede. Nessuno dopo Domenghini e compagni è riuscito a portare a casa un trofeo. Troppe volte, infatti, l’Atalanta si è ridotta al ruolo di cantera italiana e di trampolino di lancio per giovani promesse senza mai riuscire ad esplodere veramente. È come se avesse voluto mantenere questa sua giovinezza, una perpetua sindrome di Peter Pan che non le permettesse un giorno o l’altro di crescere. Mi è sempre risultato assai difficile capire come una tale realtà calcistica non sia stata capace di dare una continuità al suo discorso, facendosi continuamente sedurre dal mercato e senza mai avere il coraggio di osare veramente. È sempre stato così: la Dea coltiva e le altre compagini gustano i suoi frutti. Insomma, a Bergamo non riescono mai ad assaporare appieno il sapore del proprio raccolto.

La Dea Cantera: il coraggio di diventare grande 1

Bergamo meriterebbe di più, a partire dallo stadio, quell’Atleti Azzurri d’Italia risalente (salvo alcuni sporadici ammodernamenti) al lontano 1928. Un impianto oramai sorpassato dai tempi e che non offre una visibilità adatta a una compagine come l’Atalanta. Una società del genere, con un settore giovanile di tutto punto, ha bisogno di un impianto alla sua portata in grado di poter mostrare al mondo la qualità e il gioco offerto dai suoi pupilli. Sarebbe straordinario vederli crescere e maturare tra le mura di casa, difendere la loro casacca contro le squadre più blasonate del campionato e magari alzare un trofeo. Ma per fare tutto ciò ci vorrebbe un po’ di audacia, quella che fino ad ora non sembra essere stata compagna della Dea. Bisognerebbe partire dal nome della squadra: Atalanta, l’eroina mitologica mai doma e capace di lottare contro tutto e tutti.

La speranza è che un giorno o l’altro la Dea possa crescere e possa diventare un punto di arrivo (o di permanenza) per i calciatori. Purtroppo, con i fatturati moderni delle grandi squadre, queste piccole realtà fanno maggiormente fatica ad affermarsi. L’attrazione delle grandi è sicuramente aumentata rispetto al passato, tanto che il divario sembra quasi incolmabile. Rimango comunque speranzoso perché con alcune mosse mirate, come il sopraccitato stadio e una programmazione societaria più ambiziosa la Dea potrebbe crescere un giorno o l’altro e togliersi moltissime soddisfazioni. Basterebbe avere un pochino di coraggio…