Isole Gili, Gili Trawangan, 8 luglio
Percepisco l’amore nella metamorfosi dei colori, quando il sole accarezza il monte Rinjani salutandolo malinconicamente, prima di sciogliersi nell’oceano Indiano. Bianco, giallo, arancione, rosso, rosa, viola, blu. Lentamente, come si lascia un amore grande, senza aver smesso mai di amare. Il vento si alza e la notte sopraggiunge, come a voler asciugare e nascondere le lacrime del cielo.
È solo un arrivederci, prima che faccia buio. È la promessa più dolce del mondo.
“A domani”.

Isola di Nusa Lembongan, 10 luglio
Abbiamo sfidato la guida scellerata degli indonesiani munendoci di uno scooter, per sentirci ancora più liberi. Sovviene il malaugurato impulso di domandare due caschi, e veniamo perculati dai 4 bambini (il più grande con il quale contrattiamo avrà al massimo 13 anni) che ci stanno affittando il mezzo. Voliamo indisturbati sulla costa, fin dentro la foresta di mangrovie, e saliamo fino alla scogliera dove dei pazzi si tuffano da 20 metri. Arriviamo fino a Mushroom Bay e ci lanciamo nel blu. Ben presto però ci rendiamo conto che non è il posto per noi. Aggiriamo a nuoto una grande insenatura che spacca a metà la sabbia bianca. Nuotiamo per minuti che mi paiono ore.
Le onde altissime ci trascinano a riva. Faccio una fatica bestiale per stare a galla.
Ne vale la pena.

Tuffandoci nelle onde come due bambini, Ivan attacca bottone con due ragazze di Montpellier. Ci dicono che stanno circumnavigando l’isola a piedi e ci chiedono di seguirle. Sono due matte. In infradito e pareo scalano pareti di roccia. Noi arranchiamo dietro di loro.
Ne vale la pena, ancora.

Ci chiedono di guardare la finale degli Europei insieme. Ivan trasalisce. Odia il calcio, da sempre. Da quando siamo in viaggio non sono ancora riuscito a vedere una partita degli Europei, mentre lui, appassionato di Moto GP, a Yogyakarta si è gustato comodamente seduto la gara di Assen.
Me ne deve una.
La partita è alle 3.00 di mattina, e di comune accordo, contiamo di arrivarci ubriachi fradici.
Ci troviamo con le ragazze a un orario imprecisato e ci fiondiamo nell’unico bar aperto in tutta l’isola. Sono seduto fra una coppia, lei francese e lui inglese che se ne dicono di tutti i colori, e Graham, uno scozzese di 66 anni che ventenne è scappato in Australia a cercare fortuna, e adesso si gode la pensione a Nusa Lembongan. Al tavolo poco dietro di noi ci sono dei ragazzi americani che non sembrano aver ben capito le regole del gioco. Ci guardiamo con sospetto.
Si fanno le 3.00.

Graham mi ha preso in simpatia e parliamo di tutto, della sua famiglia, del suo lavoro, del fatto che mi ricorderò per sempre di questa notte. Mi ha impedito categoricamente di ordinare al bancone, quando beve lui, io devo seguire.
Tira una strana aria allo Stade de France, la percepisco anche da qui.
Un piccolo Diavolo ha subito un’occasione clamorosa di testa, ma Rui Pátricio fa il fenomeno.
Sono passati appena 7 minuti, quando Dimitri Payet, che ha giocato un Europeo spettacoloso, veste gli inediti panni del maniscalco, e appoggia una roncolata sul ginocchio del 7 di quegli altri. Graham, che di calcio non capisce un cazzo, ne ha urlate di tutti i colori a Cristiano Ronaldo, che ha dovuto arrendersi. Piange, con una falena che gli si posa in viso per qualche secondo, senza avere nemmeno l’impulso di allontanarla con un gesto. Sta pensando che hanno giocato male tutto l’Europeo e che la fortuna li ha assistiti tante volte. Sta pensando che quando ha deciso di salire al quarto piano in semifinale, levitando sopra Chester e tutto il Galles, ha voluto dimostrare al mondo che è più forte. Più forte delle critiche, e anche della sorte. E adesso quella sorte irrisa, si sta riprendendo indietro il sogno del ragazzino che, come Magellano, venne dall’oceano per conquistare il mondo. Per un amante del gioco come me, vedere una finale privata di Cristiano Ronaldo è un sacrilegio, aldilà di tutte le chiacchere da bar sul suo modo di vivere, sul dualismo con Messi, sulla straripante consapevolezza che possiede nelle proprie doti.

Tanti, e in particolare qualcuno vicino a me, non la pensano allo stesso modo. Visibilmente ebbro, Graham sbraita alzandosi in piedi su di un pericolante sgabello ad ogni fischio dell’arbitro, indipendentemente se a favore o contro, e poi si risiede, tra un “cunt” e un “bloody bastard”, tutto soddisfatto. Ad oggi non ho capito per chi tifasse.
Alla fine del primo tempo ho qualche traccia di sangue nell’alcool, e ormai il bar è diventato una confraternita.
Coman inventa, Griezmann la bacia ancora con la fronte. Fuori di nulla. Altra percussione di Coman, palla dentro all’attaccante più bello di Francia, Rui Pàtricio abbassa le serrande, ancora.
Nani sbaglia un cross e Lloris fa spaventare mezza Francia. È forse l’unico pericolo portato dal Portogallo finora, che è alle corde da qui in poi.
Graham ha smesso con la birra e ha cominciato ad ordinare Sambuca. La coppia di fianco a noi ha smesso di farsi battutine e di lanciarsi insulti, e da 15 minuti limonano ininterrottamente.
Prima Sissoko fucila Rui Pàtricio da 25 metri, poi la Francia, al 93esimo, è campione d’Europa per mezzo secondo: cross basso e pigro di Evra con forse 8 deviazioni, Gignac sposta due volte il corpo in un centimetro quadrato, contro ogni legge della fisica, mandando Pepe a fare i pagamenti in Posta.

Supplementari. I miei ricordi sono annebbiati.
Il Portogallo sembra essersi svegliato. Due occasioni su palla ferma e poi su punizione Raphael Guerreiro spacca la traversa.
Ivan si è assentato per più di un’ora con Claire, ed è ricomparso all’inizio dei supplementari, con un grande sorriso. Con grande personalità, ha il coraggio di lamentarsi del fatto che la partita non sia ancora finita. Vorrei dirgli di stare zitto, ma in cuor mio penso la stessa cosa.
Il Portogallo non ha fatto quasi nulla per 109 agonici minuti e 16 atroci secondi. Eder si accentra caracollando, ma riuscendo a scrollarsi di dosso Koscielny, e fa partire un tiro che nemmeno io a piedi scalzi coi bambini una settimana fa.

Isola di Bali, Kuta, 15 luglio
Lavarsi nel vento, dalla testa ai piedi.
Il mare ci culla, il sole ci stringe come si stringe un vecchio amico che non vedrai per chissà quanto. Dormiamo poco e sogniamo tantissimo, perché la realtà incoraggia a rimanere sospesi in uno stato di ispirazione costante. Questa terra calda la prendiamo con noi, la teniamo vicino al cuore, mentre lei ci ha spogliato la mente poco per volta, senza che ce ne potessimo accorgere.
Piccole coincidenze in questo luogo hanno una frequenza tale da farci riscrivere la definizione del caso stesso.
Un’imprevedibilità che si annuncia in punta di piedi, con timida ma costante quotidianità. Uno stupore paragonabile a quello del bambino di fronte al prestigiatore.
Qualcuno lo chiama universo. Qualcuno Dio.
Qualcuno destino.
Io non so come chiamarlo, ma mi piace.
Domani partiamo, ma non ce ne andiamo.