L’Indiana è uno di quegli Stati americani dove, se nel cortile di casa tua non hai un canestro, risulti un tipo un po’ sospetto, e magari la polizia ti bussa alla porta per chiederti come mai non ne hai uno appeso. Perché in questa zona del Midwest tutti amano il basket e ci giocano. Questo sport si respira ovunque e fa parte del tessuto connettivo dello Stato, dal paesino di campagna fino ad Indianapolis è una religione. I suoi abitanti vengono chiamati “hoosiers”.

Ed è proprio questo il titolo del film che prendiamo in analisi questo mese nell’ambito della nostra rubrica cinematografica. Hoosiers (1986), tradotto in italiano Colpo vincente, è ispirato alla vera storia della piccola e provinciale Milan High School (un paesotto di millecinquecento abitanti) che nel 1954 vinse il campionato di pallacanestro IHSAA (Indiana High School Athletic Association) dello Stato dell’Indiana, impresa fino a lì totalmente inedita.

Norman Dale (interpretato da un grandissimo Gene Hackman) è un ex allenatore di pallacanestro universitaria che a causa di un increscioso e violento episodio del suo passato sportivo è da dieci anni in inattività. Gli viene però offerta la possibilità di riscattarsi: Cletus, un suo amico, lo chiama per allenare gli Huskers, la squadra scolastica dello sperduto paesino di Hickory nell’Indiana. L’inizio, sia dal punto di vista sportivo, sia da quello umano, per lui non è dei più entusiasmanti. Ciò è dovuto da una parte al difficile carattere del coach, il quale è incapace di scendere a compromessi, dall’altra all’ostilità della piccola comunità nei confronti di chi non è del posto, dall’altra ancora alla poca disciplina dei ragazzi. A poco a poco però le tensioni si sciolgono e contemporaneamente la squadra inizia a decollare, fino ad approdare alla finale che vedrà affrontarsi a viso aperto un team composto per intero da ragazzotti bianchi redneck che non hanno mai visto una metropoli e lo strapotere delle squadre di città. Ma gli Huskers, seppur intimiditi dalla sontuosità dell’arena di Indianapolis, ne usciranno vincenti perché in fondo, come dice il loro commissario tecnico dopo aver fatto misurare con cura il campo ai suoi cestisti “queste sono anche le stesse misure precise della nostra palestra di Hickory”. Scena e citazione fantastica, ormai diventata cult.

Colpo vincente mostra un’interessante lettura della società rurale, analisi non priva di critiche verso una certa arretratezza e chiusura mentale, ma anche di simpatia e di amore per i paesaggi, per alcune tradizioni del luogo e per la genuinità di alcuni suoi personaggi (come ad esempio “Shooter Flatch”, Colpo in canna nel doppiaggio italiano, il padre alcolizzato di uno dei giocatori che deve vincere la propria dipendenza per poter svolgere il ruolo di vice allenatore, interpretato dall’immenso Dennis Hopper che ha pure ricevuto una candidatura ai Premi Oscar come miglior attore non protagonista). Non a caso il regista è nativo di Decatur, in Indiana appunto.

Il direttore artistico dimostra poi di avere una buona mano, specialmente a livello di fotografia – suggestive le varie inquadrature raffiguranti i boschi, i campi e le strade di Hickory – e di montaggio – riesce ad alternare e a ritmare molto bene ciò che vediamo in campo, con ciò che sta sul tabellone, con il pubblico, con vari dettagli, rendendo il tutto molto immersivo -. Anche i dialoghi sono buoni, in quanto riescono a situarsi a metà tra il non essere banali e il non prendersi troppo sul serio, così da sdrammatizzare il tutto e strappare qualche risata allo spettatore. Non passa inosservata nemmeno la commovente colonna sonora, pure essa candidata alle statuetta dorata. Insomma, siamo di fronte ad una pellicola sportiva che riesce ad emozionare, a divertire, e a coinvolgere appassionati della palla a spicchi e non. Un imperdibile film sul basket, forse addirittura il migliore assieme a Blue Chips – Basta vincere (1994) di cui si è già trattato in questa rubrica dedicata alla Settima Arte.