Le NBA Finals del 2019 sono passate alla storia per le prestazioni dell’MVP Kawhi Leonard, per i 47 punti messi a segno in una partita da Steph Curry, per i gravi infortuni occorsi a Kevin Durant e Klay Thompson. Ma questi sono solo alcuni tasselli della serie che ha permesso ai Toronto Raptors di conquistare l’anello, interrompendo il dominio dei Golden State Warriors. Una squadra, quella canadese, composta per la maggior parte da giocatori di lancio o in cerca di riscatto. Tra questi c’è anche Fred VanVleet.

Il ragazzo nasce a Rockford, nell’Illinois, il 25 febbraio 1994. La città a nord-ovest di Chicago è conosciuta per lo più per l’alto tasso di criminalità e violenza. Il primo episodio che segna la vita di Fred, che all’epoca dei fatti ha appena 5 anni, è l’omicidio del padre Fred Manning, ucciso a colpi d’arma da fuoco a seguito di uno spaccio di droga finito male. Nel cuore del figlio comincia a crescere una rabbia cieca, che il bambino sfoga giocando a basket. Qualche anno dopo la madre Susan incontra, proprio in uno dei campetti dove il figlio si reca a giocare, il poliziotto in pensione Joe Danforth. Da quel momento sarà lui a ricoprire il ruolo paterno per il giovane VanVleet, tenendolo lontano dai guai attraverso metodi militareschi, dalla sveglia alle 5 del mattino agli allenamenti al canestro di casa con il giubbotto da 15 kg. Fred lavora molto sulla conduzione del pallone e sviluppando al tempo stesso la sua visione di gioco e il suo IQ, caratteristiche che gli permettono di mettersi in luce nella piccola Auburn High School, tanto da venire eletto come uno dei 12 migliori talenti dello stato da parte del Chicago Sun Times e dal Chicago Tribune.

Un’intelligenza, quella mostrata sui campi da gioco, che trova conferma anche sui banchi di scuola: VanVleet è tra i più dotati della classe, tanto da essere inserito nel “gift program” riservato ai più brillanti della scuola, ma è lo stesso ragazzino a chiedere di essere tolto da quel programma, non volendo essere etichettato come un “secchione”. Il carattere focoso e polemico di Fred, che spesso se la prende con i compagni di squadra rei di non mettercela tutta in campo, sommata al contesto di provenienza – Rockford era conosciuta più per i fatti di cronaca nera che per sfornare grandi atleti –

lo collocano al di fuori delle liste degli scout collegiali. Fred sostiene un colloquio con Bruce Weber, allenatore della Southern Illinois, ma qualcosa va storto e alla fine il ragazzo opta per l’università pubblica di Wichita State. Durante gli anni al college VanVleet mette la testa a posto, contribuendo sia al raggiungimento delle Final Four di NCAA agli Shockers nel 2013 sia al traguardo delle semifinali del Midwest perse contro la Notre Dame University l’anno seguente.

Al draft NBA del 2016 due franchigie gli offrono un contratto, con l’intento però di farlo giocare nella NBA Development League, una lega minore formata dai farm team delle squadre principali. Fred però rifiuta, diventando così un undrafted. Alla fine riesce a guadagnarsi una chance da parte dei Toronto Raptors, con i quali si mette in luce nella Summer League, riuscendo a strappare un contratto di due anni a 724’360 dollari. Nel suo primo anno di NBA chiude con 7.9 minuti in media giocati e 2.9 di media punti. Superato un periodo difficile, nel secondo anno a Toronto le percentuali di VanVleet cambiano sensibilmente: ora i minuti a partita sono 20, 8.6 la media punti. Più che per le sue doti atletiche (183 cm x 88 kg), Fred si mette in mostra per la sua tenacia, frutto del lavoro e del percorso travagliato che lo ha portato fino a quel traguardo.

All’inizio di questi playoff, con Toronto data tutt’altro che favorita nonostante la presenza di Kawhi Leonard, VanVleet stenta a trovare il giusto ritmo ed è costretto spesso a partire dalla panchina. Ad incidere pare sia l’arrivo imminente del secondo figlio, programmato da lì a breve. Il piccolo Fred Jr. viene alla luce tra gara-3 e gara-4 della semifinale che i Raptors stanno giocando contro Milwaukee della stella Giannis Antetokounmpo. Il fatto di essere diventato felicemente padre per la seconda volta lo sblocca, lo libera forse mentalmente: da dopo la nascita del secondogenito le sue percentuali esplodono. La media punti nei playoff passa da 4 a 14.1, la percentuale dal campo dal 26% al 54%, quella da 3 punti dal 20% al 55%. Numeri impressionanti con i quali VanVleet contribuisce a ribaltare la serie contro i Bucks e che poi confermerà anche nella finalissima contro i campioni in carica dei Golden State Warriors. Sul parquet Fred è un lottatore vero: in gara-4 una violenta gomitata (involontaria) di Shaun Livingston gli fa perdere un dente, procurandogli una vistosa ferita al viso e il rischio di una commozione cerebrale. VanVleet non molla, facendosi trovare pronto per gara-5 e continuando il lavoro di marcatura che fin dall’inizio della serie lo vede difendere su Steph Curry, l’avversario più temuto dei Warriors. Ma il vero guerriero è lui insomma, ed è un altro dei pezzi che coach Nick Nurse è riuscito a mettere insieme per portare i Toronto Raptors a scrivere la storia, ottenendo il loro primo titolo e diventando la prima squadra canadese a riuscirci.

Quella di quest’anno è stata – al netto dei numerosi quanto sfortunati infortuni che hanno debilitato Golden State – la finale delle rivelazioni, dei rilanci e delle rivincite, come quella dell’undrafted Fred VanVleet. I Raptors sono diventati il primo team nella storia della NBA a conquistare l’anello senza che un giocatore scelto nelle prime 10 posizioni al draft abbia giocato nemmeno un minuto di playoff (il meglio posizionato è Kawhi Leonard, che nel 2011 fu scelto 15°). Una squadra “operaia” capace di girare intorno ad un Leonard stellare, che è stata in grado di creare la sorpresa. Una squadra dove giocatori come Kyle Lowry, Marc Gasol, Serge Ibaka, Danny Green e lo stesso VanVleet hanno saputo trovare la loro dimensione. Una squadra ricca di incroci, dinamiche e storie da raccontare. Come quella del camerunense Pascal Siakam, tra i più decisivi in casa Raptors, che è passato dal seminario per diventare prete a vincere l’anello NBA. Ma questa è un’altra storia…