“Dura solo un attimo, la gloria”, il titolo scelto da Dino Zoff per la sua biografia, appare come una presa in giro verso tutti quei calciatori, atleti e uomini in generale, che hanno davvero toccato il cielo con un dito allo stesso modo con cui si tocca l’acqua quando si ha paura che sia troppo calda. In effetti, Zoff è stato ai vertici del calcio mondiale fino all’età di 41 anni e si è tolto pure lo sfizio di essere allenatore, commissario tecnico, dirigente e presidente (anche se in questi casi non ha effettivamente ottenuto, sportivamente parlando, un granché).

Una carriera, la sua, coronata da una sfilza di campionati, un Europeo (1968), un Mondiale (1982), numerosi record e riconoscimenti individuali, ma anche segnata da alcune delusioni. Lascia nel 1983, al termine di una stagione tutt’altro che felice: débâcle nella finale di Coppa dei Campioni contro una squadra nettamente inferiore alla Juventus, l’Amburgo, e passo falso dell’Italia in Svezia che costa agli Azzurri l’Europeo del 1984. Dopo un anno di gioie, la Coppa del Mondo alzata da capitano a Madrid e un Tricolore, l’infelicità dovuta a insuccessi e al ritiro dal calcio giocato. In fin dei conti Zoff non ha tutti i torti. La gloria dura solo un attimo, dopodiché fa già parte del passato.

Nato nel 1942, cresce in una famiglia di friulani doc, che nel periodo post II Guerra Mondiale significa poco divertimento e poche parole (“chi parla tanto, poco sa”), ma tanto lavoro. Per giocare a calcio, dopo aver scoperto la predisposizione al ruolo di portiere prendendo al volo le prugne tirate dalla nonna, si fa 20 km in bicicletta per andare ad allenarsi e altrettanti per tornare a casa. Poi, quando giunge nelle riserve dell’Udinese, lavora come meccanico in un’officina di Gorizia al mattino, allenamento a Udine nel pomeriggio, a letto presto a Mariano la sera. Solo con il debutto in prima squadra, il lusso di una villetta da dividere con i compagni. Altri tempi.

Il libro racconta della sua vita, dalla gioventù alla vecchiaia, ma non solo. Tanti i compagni di viaggio che hanno lasciato un segno. Su tutti i “fratelli” Bearzot e Scirea. Uno più vecchio (o meglio Vecio), l’altro più giovane. E poi “il nemico” Chiarugi, per via delle sue sceneggiate, “il compagno sgradito” Albertosi, perché esuberante e guascone, Gascoigne, “il giocatore potenzialmente più forte che abbia mai allenato”. E ancora le critiche a Buffon (avete letto bene) e la stima per il compagno di scopa Pertini.

Oltre al resto, emerge pure il suo carattere, introverso e riservato, ma non per questo privo di emozioni o sentimenti. Dopo il Mundial, mentre i compagni si divertono in discoteche e festini, lui e Scirea non fanno nulla. Solo una bottiglia di vino buono, qualche sigaretta in camera, e l’amato silenzio a fare da cornice alla goduria del momento. Un’altra finale, l’ultima, l’ha invece persa quando sembrava ormai vinta, quella degli Europei del 2000. Dopo i gol di Wiltord e Trezeguet, e le successive critiche di Berlusconi, decide, da vero friulano, di dimettersi per dignità. Eh già, dura solo un attimo, la gloria.

Un libro che vale la pena leggere, fosse solo per un’immersione in un calcio e in un mondo che non ci sono più. Con gli stadi pieni e le radio accese, senza Caressa e Bergomi, Mughini e Auriemma. Dove in viaggio non esistevano tablet ma si giocava a carte, talvolta pure con il presidente della Repubblica.